Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

economia policentrica oggi rivalutata, vengono progressivamente marginalizzate da una politica di investimenti strutturali e infrastrut turali che favorisce la crescita di poche metropoli. Perché la produ zione industriale regga, devono reggere le cento città; né c ’ è spe ranza che possa recuperare l’ agricoltura se queste città decadono e nel territorio tendono sempre più a contrapporsi la campagna e la metropoli. Recupero urbano vuol dire anche, per tutte le città, uno svilup po qualitativo invece della crescita quantitativa selvaggia che ha caratterizzato gli anni del boom economico capitalistico. E qualità vuol dire socialità, specialmente nel Mezzogiorno, ma anche rispar mio ed efficienza al nord come al sud: cioè, oggi, meno superstrade urbane e grattacieli direzionali e più trasporti pubblici, fognature, impianti di depurazione. Il che comporta insieme uno sviluppo occu pazionale ed una sicura qualificazione produttiva. Salvare i centri storici in questo quadro, acquista un significato ancora più largo di quello già acquisito. Perché i centri storici rap presentano tanta parte — e non solo fisicamente — delle cento cit tà, un settore decisivo della qualità urbana, un anello indispensabile alla mediazione fra campagna e metropoli e infine ospitano più o meno la metà del patrimonio abitativo degradato da recuperare. So lo in questo quadro i lavoratori e il Paese potranno comprendere che la salvezza dei centri storici non è «un ingombrante dovere cul turale, ma una necessità sociale e perfino economica». E in questo quadro può meglio comprendersi anche il valore della discussione riproposta recentemente sui centri storici, non per «liquidare» le poche esperienze già fatte e tanto meno quella bo lognese, ma per espandere e generalizzare quelle esperienze. In primo luogo per far uscire la battaglia per i centri storici da un relati vo isolamento teorico e perfino propagandistico, che ancora la ca ratterizza. Benevolo, che è uno dei maggiori teorici della materia, ha scritto che a Roma o altrove il centro storico è «l ’ unico elemento stabile e significativo dell ’ agglomerazione attuale e il punto da cui partire per riorganizzare tutto il resto»: ebbene questa affermazione paradossale contribuisce, sempre sul terreno teorico, ad isolare i centri storici dalla strategia generale per una alternativa urbanisti ca. E se il comune di Bologna, un tempo noto per tutta la sua nuova politica urbanistica, concentra i suoi sforzi informativi prevalente-, mente sulle vicende del centro storico, anche questo contribuisce ad isolare il particolare — un particolare di grande rilievo certamen te — dal generale. Del resto, per restare alla teoria, perché far coincidere il signi ficato dell ’ analisi e della stessa conservazione tipologica nei centri storici — concetti di vasto respiro scientifico e struttura le — , con la pura e semplice «progettazione tipologica», cioè con la costruzione di edifici nuovi che riproducono in ogni aspetto quelli del passato? (Tra l’ altro, almeno a Bologna, si tratta di appena pochi casi). Il rispetto tipologico è ben altrimenti importante di quello di pochi edifici ricostruiti: riguarda l ’ intero tessuto esistente, cioè la necessità che il restauro non investa soltanto le facciate, ma l ’ inte ro organismo storico, nei suoi aspetti architettonici, sociali ed eco nomici. La ricostruzione tipologica (cioè realizzata con edifici uguali a quelli storici) non può essere considerata tassativamente necessa ria; talvolta, al contrario, per indiscutibili ragioni igieniche e sociali, può essere indispensabile il diradamento dei blocchi edilizi più den si, privi di aria e di sole. Spesso i pochi spazi vuoti esistenti nei cen

82

Made with FlippingBook - professional solution for displaying marketing and sales documents online