Problemi della transizione 1979

Nuova cultura della città

tri storici, provocati anni fa dalla guerra o più recentemente dal de grado, possono essere finalizzati alla creazione di ambienti aperti a carattere comunitario. Sappiamo che i centri storici si stanno vuo tando di residenze: l ’ obiettivo strategico non è allora la ricostruzio ne di edifici scomparsi da tempo, ma il restauro di quelli degradati che rischiano di scomparire, in modo da arrestare l’ emorragia abi tativa. Anche per quanto riguarda le metodologie di intervento, il ri spetto delle tipologie, dei caratteri distributivi degli edifici, dei mate riali impiegati, va applicato nel quadro degli obiettivi generali che non è possibile dimenticare: e in particolare di quello secondo il quale nel giro di venti o trenta anni è necessario intervenire su milio ni di alloggi a carattere storico, per i quali l’ alternativa è altrimenti il degrado definitivo o il restauro speculativo. L ’ analisi scientifica da generalizzare sui centri storici deve combinarsi con quell ’ obiettivo di fondo, e far scaturire metodologie di intervento culturalmente valide perché capaci di dare una rispo sta reale a quell ’ obiettivo: certe modalità esasperate nella condu zione dei restauri, vanno riviste proprio perché la necessità del mo mento è quella di dare una risposta di massa ai problemi dei centri storici, di passare da alcune esperienze concrete, ma eccezionali, alla sistematica diffusione di quelle esperienze. Ancora più in generale, il principale obiettivo democratico e popolare è quello di opporsi alla esasperazione patologica della di visione territoriale capitalistica, cioè alla emarginazione dal centro storico delle «funzioni povere», che sono le residenze popolari e le attività produttive a queste collegate: salvaguardando naturalmen te, insieme a questi contenuti di classe, le forme che ne rappresen tano l’ espressione storica. Non si deve dare però, l ’ impressione che l ’ interesse per l’ ar chitettura in quanto tale, prevalga su quella che è stata chiamata «conservazione integrale»: altrimenti è la stessa novità della linea bolognese che vien messa in discussione. Novità che ha respinto definitivamente l ’ ipotesi di un restauro, di una salvezza per le archi tetture, affidati soltanto alle possibilità economiche di una ricca mi noranza sociale. E non basta neppure conservare ai centri storici, la pluralità sociale degli attuali residenti: perché da un lato i centri storici offrono la possibilità di recuperare una grande quantità di al loggi vuoti o sottoutilizzati, e dall ’ altro perché in alcune città o in al cune zone sono diventati dei ghetti etnici (generalmente di lavorato ri meridionali) che occorre smantellare. La stessa povertà di finanziamenti fin ’ ora erogati per il recupe ro dei centri storici, si combatte male isolando il problema dal con testo urbanistico cittadino e nazionale. La disponibilità del credito immobiliare a finanziare di preferenza edifici direzionali, non impor ta se dentro o fuori dal centro storico, rispetto alle nuove abitazioni popolari ed economiche e al recupero edilizio non speculativo, do vrà entrare allora nella discussione anche per quanto riguarda i centri storici: i paladini dei centri storici dovranno allora battersi per una nuova politica del credito immobiliare, che favorisca recuperi edilizi e nuove costruzioni dell ’ area pubblica o privata, in affitto o in proprietà, ma sempre appartenenti al settore abitativo, rinviando le costruzioni direzionali che in un periodo di emergenza economica non sembrano proprio indispensabili e prioritarie. Con le migliaia di miliardi preventivati per i centri direzionali a Napoli e a Torino, a Milano e a Firenze, sarebbe possibile risolvere in buona parte il problema dei rispettivi centri storici: a Bologna i 130 miliardi promessi dalle banche per i nuovi insediamenti direzio

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