Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
naie, si deteriora non tanto per il poco che si fa (e per come lo si fa) quanto per il molto che non si fa. Chi oggi parla di «Stato di polizia» finirà, ben presto, con l ’ avere ragione se per nient ’ altro i poteri dello Stato saranno utilizzati che per provvedere, con decreti-legge, all ’ ordine pubblico. Avrà torto solo se la Repub blica, oltre che alla difesa dell ’ ordine pubblico, saprà assumere la funzione, costituzionale, di guida dello sviluppo del paese, di organico indirizzo delle attività produttive, di crescita equili brata della società. Perché ciò accada bisogna intervenire subi to, cambiare radicalmente la direzione politica del paese. Gli anni Settanta sono stati, per la vita politica italiana, anche gli anni delle regioni. Quale, al principio degli anni Otta nata, il bilancio da trarne e quali le prospettive? La campagna elettorale, che sta per aprirsi, sul rinnovo dei consigli regionali, comunali e provinciali offrirà materia per una riflessione, un dibattito, un giudizio. Ma in questa, come in tutte le cose della politica (e non solo della politica), l ’ esperienza non parla da so la; occorre, ed è questo il compito preliminare, formulare un preciso questionario. Una domanda si impone prima di ogni altra: riguarda il modello di «Stato delle autonomie» (anche questa formula è del principio degli anni Settanta) che si è, in concreto, attuato nel decennio, il rapporto che si è instaurato, di fatto e di dirit to, fra governo statale, governo regionale, governo locale. Le elezioni saranno un ’ occasione per giudicare dieci anni di politi ca delle regioni e degli enti locali; ma saranno anche, e ancora prima, l ’ occasione per riflettere sulla politica dello Stato per le regioni e gli enti locali: della politica del governo e — perché no? — di quella del parlamento. Che cosa, nelle consultazioni elettorali della prossima primavera, il paese sarà chiamato a giudicare? Il novantun per cento della spesa pubblica è deciso dallo Stato; solo il restante nove per cento dalle regioni, dai co muni, dalle province. Non c ’ è modo più sintetico per descrive re, mentre sta per concludersi il suo primo decennio di vita, la sostanza del nostro sistema regionalista. Questo non significa che, nel decennio, lo Stato non abbia decentrato, giacché regio ni, comuni e province erogano oggi a circa un terzo della spesa pubblica complessiva. Significa che si sono decentrati compiti e non poteri decisionali: oltre due terzi di ciò che le autonomie spendono è spesa a destinazione predeterminata da leggi dello Stato. Le cifre dicono già molto, ma ancora non dicono tutto. Conta, oltre alla quantità delle attribuzioni rispettive, anche la loro qualità. Solo combinando i dati quantitativi (quanto pote re alle autonomie) potremo avere esatta cognizione del modello di «Stato delle autonomie» attuato negli anni Settanta. Per ca pire questo modello, e per giudicarlo alla resa dei conti, biso gna intanto liberarsi di un luogo comune, che è quello secondo il quale Stato, regioni ed enti locali sarebbero, rispettivamente, deputati a provvedere agli interessi nazionali, agli interessi re gionali, agli interessi locali. Niente di più falso: alle autonomie non sono assegnati tutti i compiti di interesse regionale o loca le; né sono assegnati tutti compiti di questo genere. Il criterio di ripartizione delle funzioni è diverso: allo Stato spetta governare la produzione e gli scambi; spetta a regioni ed enti locali arre dare il territorio (che altri utilizzerà, fuori del loro controllo) e
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