Problemi della transizione 1980
Questa pubblicazione interattiva è stata creata via FlippingBook, un servizio che permette di sfogliare un PDF online. Senza scaricare e senza aspettare. Apri e cominci a leggere!
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE TRIMESTRALE DI CULTURA E POLITICA 3/1980 I
WjljMC^fflPer quale agricoltura: un nodo della trasformazione 3 Trasformazione o ridistribuzione del potere? Politica della scienza e scenari energetici Ungaretti e l ’ avanguardia fiorentina zzano ou les prospérités du vice G. Lut F. Cur
Ricerche odello economico e New Deal
C.M. Santoro
Discussioni
I fatti e le idei
R. Buonamici.
D. Ellwood, F. Cripps, P. Formica, E. Wolleb, E. Salzano
Problemi di storiografia sul PCI nel secondo dopoguerra Letteratura sull ’ urbanistica smo come sistema e la teoria della rivoluzione nell ’ ultimo Engels
M. Viroli
mar
Pratiche Editrice
7À-:
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Consiglio di redazione: Fulvia Bando li, Marzio Barbagli, Franco Bricola, Dino Buzzetti, Omar Calabrese, An drea Cammelli, Carlo Castellano, Franco Celli, Andrea Cenerini, Pier Luigi Cervellati, Enrica Collotti Pi- schei, Renzo Cremante, Fausto Curi, Roberto Dionigi, Marco Fontana, Pie ro Formica, Ferruccio Giacanelli, Gui do Guglielmi, Giorgio Ghezzi, Loris Lugli, Umberto Romagnoli, Alessan dro Roveri, Renato Zangheri.
Francesco Galgano - Direttore
Comitato di redazione: Giuseppe Campos Venuti, Flavio Caroli, Save rio Caruso, Pier Paolo D ’ Attorre (se gretario di redazione), Roberto Fie- schi, Roberto Finzi, Giuseppe Gavioli, Mario Lavagetto, Tomàs Maldonado, Ennio Scolari (redattore-capo), Euge nio Somaini, Walter Tega, Salvatore Veca, Maurizio Viroli (segretario di redazione).
Direttore Responsabile: Gian Pietro Testa Reg. Trib. Parma n. 599 Progetto Grafico: Antonio Barrese Tipografia: Grafiche STEP Cooperativa - Moletolo (Parma) - Marzo 1980 Distribuzione PDE in tutta Italia
Redazione: Via S. Vitale, 13 - Bologna - Telefono: (051)227971 Amministrazione: Pratiche Editrice s.a.s. - Via Pon- chielli, 4 - Parma - Tel. (0521) 25648 Gli abbonamenti, i sommari, la pubblicità vanno in viati a «Pratiche Editrice» Un fascicolo L. 3.000 - Estero L. 5.000 - Numeri arretrati L. 6.000 - ?\bbonamento annuo L. 10.000 Estero L. 20.000 Versamento su CCP n. 10283430 intestato a «Pra tiche Editrice» s.a.s.
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
INDICE
SAGGI
RICERCHE
NOTE E RASSEGNE
Guido Fabiani Per quale agricoltura: un nodo della trasformazione pag. 2 Augusto Barbera Trasformazione o ridistribuzione del potere? pag. 14 Giovanni Battista Zorzoli Politica della scienza e scenari energetici pag. 30 Giorgio Luti Ungaretti e l ’ avanguardia fiorentina pag. 40 Fausto Curi Gozzano ou les prospérités du vice pag. 61
Carlo Maria Santoro Modello economico e New Deal pag. 76 DISCUSSIONI I fatti e le idee L ’ ingloriosa transizione degli anni ’ 80 (F. Galgano), Immagini di rivoluzioni (S. Veca), Fra morte atomica e morte per fame (G. Campos Venuti) pag. 96 Gian Pietro Testa Terrorismo: il filo logico da Piazza Fontana ad oggi pag. 105 Roberto Buonamici Crisi energetica e qualità dello sviluppo pag. 118 Edoardo Salzano Insediamento storico e classe operaia pag. 128 David Ellwood La sfida americana pag. 140 F. Cripps, P. Formica, E. Wolleb Politiche economiche regionali e integrazione europea pag. 152
Gian Pasquale Santomassimo Problemi di storiografia sul PCI nel secondo dopoguerra pag. 162 Luca Marescotti Letteratura sull ’ urbanistica pag. 170 Maurizio Viroli Il marxismo come sistema e la teoria della rivoluzione nell ’ ultimo Engels pag. 174
PRATICHE EDITRICE
NOVITÀ
Piero Camporesi
Emile Zola
ALIMENTAZIONE FOLCLORE SOCIETÀ Un affascinante capitolo della storia delle classi italiane osservate nella quotidianità del loro rapporto con la natura Lorenzo Greco MONTALE COMMENTA MONTALE Il poeta commenta la propria poesia offrendo un'inedita immagine di se stesso e del proprio lavoro
IL ROMANZO SPERIMENTALE Il più conseguente tentativo di esportazione delle teorie positivistiche nel campo della letteratura
Hugo Mùnsterberg IL FILM
UNO STUDIO PSICOLOGICO Il primo studio su base scientifica dei meccanismi psicologici dello spettatore
LE FORME DEL DISCORSO
Deleuze e Guattari, Rizoma - A. Calzolari, Il teatro della teoria - L. Althusser, Introduzione al I libro del Capitale M. Butor, 6 Saggi e 6 Risposte su Proust e sul romanzo - Ph. Hamon, Semiologia Lessico Leggibilità del testo narrativo F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock - V. Sklovskij, Materiali e leggi di trasformazione stilistica J. Lezama Lima, Le ere immaginarie - D. Laibman (a cura di), Marx e Sraffa - C. Acutis (a cura di), Insegnare la letteratura Seminari di J. Lacan (1956-1959), raccolti da J.-B. Pontalis - G. Sutherland, Parafrasi della natura e altre corrispondenze
Ch. Perelman, Il campo dell ’ argomentazione - Jakobson, Ruwet e altri, Lingua, discorso, società R. Scholes - E.S. Rabkin, Fantascienza - P. Szondi, Introduzione all ’ ermeneutica letteraria Lotman, Uspenskij e altri, Tesi sullo studio semiotico della cultura - N. Burch, Prassi del cinema J. Rousset, Il mito di Don Giovanni
TESTI
J. Bobrowski, Tutti i racconti - A. Rasori, Piano di lavoro di un maestro - T. Duvert, Recidiva G. Sacerdoti, Fabbrica minima e minore
ARCHIVI
D. Formaggio, Fenomenologia della tecnica artistica - E. Zola, Il romanzo sperimentale
IN PREPARAZIONE
R. Cremante - L. Rambelli (a cura di), Lo stile del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco J. Laplanche e S. Leclaire, L ’ inconscio - S. Chatman, Storia e discorso - F. Brunetière, L ’ evoluzione dei generi nella storia della letteratura
Redazione: Via Ponchielli, 4 - 43100 PARMA - Tel. (0521) 25648
Distribuzione PDE in tutta Italia
SAGGI
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Per quale agricoltura: un nodo della trasformazione
di Guido Fabiani 1 — Sul terreno della questione agraria nazionale si può vantare una tradizione di pensiero particolarmente consistente, con contributi di grande portata sia sul versante liberale borghese sia su quello socialista che hanno scandito le fasi cru ciali delle trasformazioni economiche e sociali del paese. Rispetto, invece, alle implicazioni connesse al ruolo che è venuto assumendo il settore primario negli anni avanzati di questa seconda metà del secolo sia sul piano nazionale sia inter nazionale, ed alle prospettive che si aprono per il settore steso, la riflessione marca complessivamente molti ritardi. Ritardi che non possono spiegarsi solo con la più scarsa rilevanza che è an dato acquisendo il settore primario e che si evidenziano nella scarsa incidenza settoriale sul prodotto lordo, o nel volume più ridotto di occupazione che attualmente, in meniera più o meno precaria, garantisce l ’ attività agricola, o, ancora, nella diminui ta importanza delle campagne per i cambiamenti strutturali in tervenuti nell ’ economia e nella società. Perché, se è vero che le leggi storiche dello sviluppo 1 limitano sempre più la partecipa zione diretta dell ’ agricoltura al meccanismo di formazione del la ricchezza nazionale, è anche vero che questo non è, e non può essere, il solo parametro-con cui valutarne l ’ importanza ai fini del contributo alla crescita economica e sociale 2 . La specifi cità nazionale del rapporto città-campagna non può essere rite nuta oggetto di analisi solo sul piano storico, e se ha riflessi molteplici negli squilibri e nella debolezza della intelaiatura del sistema economico attuale ma anche nelle odierne tipologie economiche regionali, nelle forme che ha acquisito e sta acqui sendo l ’ organizzazione dello spazio, nei fenomeni recenti di ag gregazione e disgregazione sociale, e da questo rapporto dipen dono ancora molto le condizioni per il progressivo ampliamen to del processo di riproduzione corrispondente allo sviluppo dei bisogni. In questo senso, sia per le implicazioni più generali del rapporto città-campagna sia per gli aspetti specifici inerenti alle forme dello sviluppo agricolo ed ai loro riflessi interni al settore stesso, l ’ approfondimento in termini attuali della questione non è argomento estraneo o irrilevante rispetto al tentativo con cui si misura il movimento operaio nel suo complesso e l ’ area
1 Vedi in particolare G. FuÀ, Peso decre scente dell ’ agricoltura nell ’ economia e leg ge di Engel: l ’ esperienza italiana, «Moneta e Credito», 197, 1974; J. L isovskij , Il rap porto tra agricoltura e industria nelle con dizioni di sviluppo del capitalismo; L.G. R eynolds , Agriculture in Development Theory: an Overview, Yale 1975.
2 Anche alcuni manuali di economia agra ria cominciano a mostrare una impostazio ne meno settoriale soprattutto negli am bienti anglosassoni. Vedi ad es. G.I.. C ra - mer , C.W. J ensen , Agricultural Econo- mics and Agribusiness: An Introduction, New York 1979.
Per quale agricoltura culturale che ad esso fa riferimento: la precisazione delle dire zioni e degli obiettivi di trasformazione della società in senso socialista. Non vi sono le condizioni, a me sembra, per pensare già ora a contributi sistematici su questo problema; può però esse re utile tentare di puntualizzare alcune tematiche su cui avviare una riflessione più approfondita e continuativa. Ed è appunto questo l ’ obiettivo che ci si pone in questa sede dove, assoluta- mente senza presunzioni di compiutezza, si vogliono avanzare solo alcune considerazioni su specifiche problematiche. Pre mettendo a ciò l ’ esplicitazione della convinzione che l ’ ordine dei problemi che attualmente riguardano l ’ agricoltura è pro fondamente mutato e di conseguenza richiede l ’ approntamento di una strumentazione teorica e pragmatica all ’ altezza delle di mensioni in cui ci si muove, con una puntuale verifica del se e quanto rispondano alla situazione ed ai problemi attuali gli ap procci analitici e politici finora prevalenti. 2 — Il più raffinato bagaglio analitico da tempo disponi bile nelle scienze sociali ha certamente fatto raggiungere note voli risultati nello studio della composizione sociale del settore agricolo. E molti passi in avanti si sono fatti quando l ’ analisi delle classi sociali agricole, che dalla scuola serpieriana era sta ta condotta con un approccio essenzialmente settorialistico 3 , è stata rapportata al funzionamento in generale del mercato del lavoro nazionale 4 ed internazionale ed alle forme che è venuta assumendo l ’ economia dualistica anche in agricoltura 5, mentre quest ’ ultima era stata genericamente vista solo come uno dei poli del dualismo stesso. Ma ancora persistono difficoltà a se guire i rapidi mutamenti di collocazione dell ’ agricoltura nell ’ economia e nella società, ed ancora difficilmente ci si libera da un ’ ottica tutto sommato settorialistica quando gli avveni menti interni all ’ agricoltura sono visti solo come di risulta ri spetto a quelli esterni. E incontestabile, ad esempio, che il set tore primario abbia costituito negli anni cinquanta e sessanta un serbatoio di manodopera dal quale attingere, o nel quale re spingere, forza-lavoro a seconda delle esigenze del sistema nel suo complesso. Ed è indubbio che questa funzione non può ri tenersi del tutto esaurita (soprattutto in alcune regioni meridio nali). Ma si può ancora sostenere che l ’ agricoltura sia la com ponente primaria dell ’ esercito industriale di riserva 6 di fronte all ’ incredibile spinta sull ’ offerta di lavoro che proviene dai cen tri urbani e dalle masse giovanili 7 ? Quando infatti ci si avvicina al livello del 10% di incidenza della occupazione agricola sul totale, — ed in Italia la media non è lontana mentre in molte re
3 Di A. S erpieri cfr., in particolare da questo punto di vista, La guerra e le classi rurali italiane, Bari 1930, e La struttura so ciale dell ’ agricoltura italiana, Roma 1947. 4 Su questo punto di vista si rimanda alla antologia curata da S. V inci , Il mercato del lavoro in Italia, Milano 1974, e a M. P aci , Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, Bologna 1973. 5 A. G raziani , Crisi e ristrutturazione nell ’ economia italiana, Torino 1975. E molti saggi contenuti nella più recente an tologia curata dallo stesso autore, L ’ econo mia italiana dal 1945 ad oggi, Bologna 1980.
6 G. M ottura , E. P ugliese , Agricoltura, Mezzogiorno e mercato del lavoro, Bolo gna 1975. 7 Una interessante analisi a questo propo sito è stata condotta recentemente da Pu gliese in una ricerca sulla disoccupazione giovanile a Napoli ed in Campania, non ancora pubblicata.
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
gioni già si è abbondantemente superata questa soglia, — è ine vitabile che si restringano fortemente gli spazi per il prosegui mento di quel processo. In più, nella situazione concreta agi scono fattori completamente diversi rispetto a quelli in azione fino alla fine degli anni sessanta, e non tutti inerenti solo alle più modeste prospettive di sviluppo industriale a medio perio do sul piano nazionale ed internazionale. Un limite, innanzitutto, alle possibilità di continuazione dell ’ esodo dalle campagne è costituito dal progressivo invec chiamento della popolazione per cui la diminuzione di occupa zione agricola cui si sta tuttora assistendo è in buona parte do vuta essenzialmente a fenomeni naturali 8 . A ciò si sono unite le ripercussioni di un processo inflattivo ormai strutturale che è di stimolo a non abbandonare un bene di per sé superindicizzato come la terra, la larghissima incidenza della spesa pubblica di carattere sociale e le varie possibilità di commistione di attività lavorative agricole e non, aziendali ed extraziendali, che costi tuiscono un insieme di convenienze nuove per il mantenimento di strutture aziendali altrimenti senza alcuna prospettiva in un ambito solo agricolo. Certo, questo non significa assolutamente che siano supe rate le condizioni di sottoccupazione e sottoremunerazione del la manodopera agricola, ma indica che è rimasto molto poco della agricoltura di sussistenza isolata dal mercato o delle gene rali e diffuse condizioni di miseria e di fame proprie delle campagne 9 che hanno costituito i fattori primari per spingere la manodopera agricola a rendersi disponibile sul mercato extra settoriale del lavoro. Alcuni a questo proposito hanno utilizza to la categoria della proletarizzazione in una particolare acce zione, intendendo cioè per quest ’ ultima fenomeni di mobilità sociale verso il basso 10 e di progressivo impoverimento di mas se di piccoli contadini. Ora, se sembra assolutamente confer mata la tendenziale subordinazione di tutto il mercato del lavo ro alla logica dei rapporti capitalistici caratterizzanti l ’ econo mia (non solo l ’ agricoltura), con conseguenze sul rapporto città-campagna e sulla distribuzione dell ’ occupazione fra i di versi settori produttivi (ma non era questa principalmente la vi sione di Marx quando si riferiva alla progressiva diffusione del lo sviluppo capitalistico in tutti i settori?) non sembra invece si possa parlare in generale di impoverimento di massa e di prole tarizzazione in questo senso. Certo, nelle aree interne dell ’ agricoltura più povera in ciò si può vedere la realizzazione di un adattamento temporaneo di chi contadino non può restare, ma al tempo stesso non trova le possibilità di un cambiamento radicale di condizione cui, co munque, aspira. Si pensi, in questo caso al trasferimento quoti diano a lungo raggio, a volte per permanenze solo settimanali fino in Svizzera cui si sottopongono in misura molto diffusa contadini e braccianti in Basilicata, in Calabria, nella Campa nia interna. Ma in molti altri casi si assiste, invece, ad un asse
zogiorno nell ’ ultimo trentennio, «La Rivi sta di Economia Agraria», 3, 1978. 10 P. C alzabini ha sostenuto in particola re questa tesi Contadini proletari o vasto ceto medio?, «La critica sociologica», 30, 1974; e Economia periferica e classi socia li, Roma 1976.
8 V. C osentino , R. F anfani , M. G or goni , Alcuni aspetti dello sviluppo del l ’ agricoltura meridionale dal secondo do poguerra ad oggi, in A. G raziani , E. P u gliese (a cura di), Investimenti e Disoccu pazione nel Mezzogiorno, Bologna 1979. 9 M. Rossi D oria , La politica per il Mez
4
Per quale agricoltura
stamento delle strutture aziendali proprio sulla base di una atti vità lavorativa complementare. Mi riferisco in questo caso alle diffuse forme di part-time" che ormai costituiscono una realtà di notevoli dimensioni e che non rappresentano affatto fenome ni di degradazione economica e sociale (alcuni hanno parlato di «mobilità sociale verso il basso») o aspetti dell ’ intensificarsi della crisi dell ’ agricoltura. Questa realtà, anzi, va studiata approfonditamente perché da essa dipende certamente buona parte della configurazione produttiva e sociale che assumerà l ’ agricoltura. Intanto, con es sa si capovolgono o cambiano notevolmente alcuni parametri di riferimento tipici dell ’ àgricoltura contadina. Quest ’ ultima, infatti, è stata sempre una agricoltura intensiva, basata su largo impiego di manodopera, con poco ricorso al lavoro esterno. Ma la combinazione di diverse attività produttive richiede una organizzazione del lavoro diversa, con calendari legati alle atti vità da cui provengono i redditi maggiori (spesso quelle non agricole) con conseguenti cambiamenti degli ordinamenti pro duttivi, a volte con processi di estensivazione di questi ultimi anche su modeste basi territoriali, spesso con ricorso al lavoro per conto terzi altamente meccanizzato e, perciò, con un au mento della composizione organica del capitale in rapporto al la singola coltivazione ma non all ’ azienda 11 2 . Tutto ciò può contribuire ad estendere un certo tipo di rapporti agricoltura- industria, a modificare le esigenze e le richieste proprie dell ’ area contadina; può comportare una più scarsa dinamica dell ’ offerta di prodotti agricoli e può incidere negativamente anche sul regime di conservazione del terreno (specie in collina e montagna) per l ’ arresto di pratiche colturali tipiche degli or dinamenti contadini. Si è creata quindi una situazione densa di nuove contraddi zioni anche nei punti più forti, ed in cui il part-time certamente introduce una netta rottura fra tendenza alla ricerca di una so luzione ottimale a livello aziendale e costi sociali che così si producono. Il part-time, è innanzitutto un fenomeno di adatta mento di una specifica area produttiva e sociale agli stimoli ed ai condizionamenti che provengono dall ’ andamento del siste ma nel suo insieme, e riproduce modelli largamente presenti nell ’ attività produttiva manifatturiera nelle sue varie forme più o meno sommerse. Ma ci si può fermare a questa ovvia consta tazione? Così facendo non si coglierebbero novità pur impor tanti come, ad esempio, che così si apre un nuovo canale di scambio fra agricoltura e resto dell ’ economia e della società, e si esercita una nuova spinta al superamento dell ’ emarginazione del settore primario. Ora — qui è il punto — spinte di questo genere non sono univoche; esse, cioè, possono essere razionalizzanti rispetto al funzionamento del sistema ma non rispondere affatto alle esi genze di emancipazione del lavoro e di miglioramento radicale delle condizioni civili e sociali, né preparare un futuro per le
11 Su questo argomento, anche se su molte considerazioni dell ’ autore bisogna meglio approfondire l ’ analisi, si rimanda al più re cente contributo di C. B arberis , Famiglie senza giovani e agricoltura a mezzo tempo in Italia, Milano 1979. 12 G. D elfino , S. V ellantf ., Dualismo
tecnologico e prime riflessioni sui cambia menti tecnologici in atto in alcune realtà dell ’ agricoltura italiana, KkNV., La Poli tica agraria in Italia, Roma 1979.
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nuove generazioni. Ma esse al tempo stesso rispondono a diffu se esigenze di emancipazione e quindi sono anche suscettibili di rispondere agli stimoli per una diffusione della coscienza di rea li possibilità di trasformazione e di aspettative in tal senso, pos sono costituire la base da cui partire verso forme più alte di in terconnessione civile e sociale, oltre che economica, fra città e campagna, sono leve per condizionare lo stesso assetto del ter ritorio nell ’ ambito di una concezione nuova dell ’ abitabilità del la campagna (concetto del tutto estraneo all ’ urbanistica italia na), per ricomporre l ’ attuale distacco tra uso della terra e con dizioni di esistenza sulla terra, per superare l ’ alienazione delle tradizionali condizioni del lavoro nei campi. Sia la politica agraria nazionale sia quella comunitaria so no del tutto inadeguate a far fronte alle esigenze di questa real tà di part-time. Probabilmente lo stesso fallimento sostanziale dell ’ applicazione delle direttive comunitarie in tutte le agricol ture, non solo in quella italiana, è dovuto al fatto che si voglio no adottare modelli di ristrutturazione aziendale che non corri spondono alle nuove condizioni e necessità delle strutture stes se. Si pensi che a tutto il 1978 è stato coinvolto nell ’ adozione delle direttive comunitarie solo poco più dell ’ 1% di tutte le aziende della CEE 13 , mentre le ultime indagini strutturali dico no che il part-time riguarda ormai il 64% delle aziende della Comunità a nove, con il corrispondente 43% del lavoro agrico lo, il 32% della superficie, il 25% della dotazione complessiva di bestiame, il 37% del totale del parco trattori, e ben il 58% della piccola meccanizzazione 14 . Una realtà, quindi, che ha in sé anche una risposta positi va in termini di organizzazione produttiva e del lavoro al più complesso livello di interdipendenza fra tutti i punti dell ’ econo mia e della società, e che perciò non è solo il modo di stare den tro la crisi del settore. Per la sua generale diffusione, come si è visto, il problema del part-time si pone, e va posto urgentemente, a livello comu nitario perché necessariamente di qui passa ogni ipotesi di cam biamento della politica strutturale. Ma intanto è qui da noi che bisogna approntare un intervento che superi — così come si muove la situazione di fatto — l ’ ottica essenzialmente settoria- listica e aziendalistica che ha improntato tutta la politica agra ria. Un intervento che, certo, si presenta di grande complessità perché ha notevoli implicazioni il porsi come obiettivo il man tenimento ed il potenziamento dell ’ attività agricola lì dove essa tende a divenire solo una attività secondaria nella formazione del reddito, o dove è rimasta la fonte principale, ma in una pro spettiva di decadenza, perché non sostenuta da attività comple mentari di natura propriamente produttiva. Intanto proprio perché non si può considerare questa realtà così diffusa del part-time come unicamente o prioritariamente legata all ’ attivi tà produttiva sulla terra, pure se su essa necessariamente basa 13 Commissione CEE, La situazione del l ’ agricoltura italiana nella Comunità, Rela zione 1979, Bruxelles 1980. 14 Ivi, p. 43 e segg.
6
Per quale agricoltura
ta, è impossibile prescindere da un approccio di natura territo riale che programmi l ’ uso delle risorse fisico-ambientali a fini economici e sociali e l ’ impiego corrispondente della forza- lavoro. E ciò di per sé richiama competenze e sollecita parteci pazioni rimaste da sempre estranee ai problemi dell ’ agricoltu ra. Ma si impone, inoltre, la necessità di trsferire gradualmente quote di spesa pubblica di carattere solo assistenziale verso fini più propriamente produttivi, collegati alle esigenze d ’ innalza mento del livello di vita, delle condizioni ambientali di difesa e conservazione delle risorse, di un ampliamento delle infrastrut ture civili e sociali. Diviene necessario il problema del controllo della mobilità territoriale e intersettoriale del lavoro per conso lidare in positivo, e non come ripiego, il legame alla terra tutto ra esistente dei membri più giovani delle famiglie agricole, per attivare anche quello di forza-lavoro giovane di provenienza urbana. A questo riguardo, per inciso, bisogna forse chiedersi se ci si è posti effettivamente con un giusto approccio nei con fronti delle iniziative di cooperative di giovani che, certo, han no avuto notevoli componenti di ingenuità, ma che erano il se gno di un nuovo atteggiamento verso il lavoro e come tali an davano valorizzate con tutto l ’ impegno di investimenti e risorse necessari, prevedendo una adeguata fase di preparazione, in una visione di medio-lungo periodo e non come provvedimento congiunturale o come incentivo ad un impossibile ed illusorio ritorno alla natura su scala di massa. Le condizioni in cui ci si muove riguardo al part-time sono ovviamente diverse da caso a caso, e variano i problemi e gli ostacoli da superare se ci si trova in aree con un tessuto produt tivo complessivamente più dinamico 15 , rispetto a quelle (le aree interne in particolare) dove si è già vicini alla rottura del rap porto tra popolazione e risorse e dove tutto il tessuto produtti vo e sociale si è andato degradando. Ma è necessario interveni re su ambedue i terreni, non certo per ripristinare le condizioni del passato, ma per mutare il segno e le direzioni che lo svilup po capitalistico ha dato e sta dando, con le sue proprie leggi ed i suoi riferimenti, alla progressiva unificazione e alla reciproca interpenetrazione delle varie componenti economiche e sociali. 3 — Quanto detto sopra richiama anche la necessità di precisare i termini con cui si deve affrontare il problema della arretratezza del settore agricolo e la sua collocazione — da que sto punto di vista — nei confronti del mercato interno ed inter nazionale. Si sa, infatti, che dietro la spinta dell ’ intervento pubblico e per le maggiori disponibilità di reddito create dall ’ emigrazione e da entrate di fonte extrasettoriale, da un lato si è alzato note volmente il livello tecnologico — in prevalenza con riferimento ad inputs di origine meccanica e chimica — e dall ’ altro sono mutati in senso qualitativo e quantitativo anche i consumi pri vati delle famiglie agricole. L ’ uno e l ’ altro di questi fattori han no indubbiamente costituito componenti fondamentali della
15 B arberis , op. cit., p. 34.
7
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
domanda aggregata del sistema ed hanno al tempo stesso dato luogo a realtà sociali che poco hanno a che vedere con la situa zione di 10-15 anni addietro, anche se rimangono vaste sacche di emarginazione e di miseria soprattutto nel Mezzogiorno. Tutto ciò non consente certamente di parlare di una diffusa ar retratezza del settore, ma non può tuttora far considerare supe rato questo problema. E ciò per diversi ordini di motivi. In primo luogo il basso standard di vita sociale, l ’ isola mento delle campagne, la scarsa possibilità di usufruire dei ser vizi civili necessari se non con radicali spostamenti di residenza sono stati motivi che hanno agito alla pari di quelli economici nel determinare l ’ esodo dall ’ agricoltura (e non bisogna dimenti care che questo è stato, ed è tuttora, in assoluto e in relativo più forte nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno). Certo ormai non in tutto il territorio agricolo del paese esistono, e non sempre nella stessa misura, le potenzialità per reggere a processi di rin novamento, ma quello del miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne è un passo obbligato per procedere nella ri mozione dell ’ arretratezza storica dell ’ agricoltura, che pertanto non va vista solo sotto l ’ aspetto tecnico. Per quanto riguarda quest ’ ultimo, in secondo luogo, è ben noto come il livello tecnologico del settore primario sia forte mente differenziato sul piano territoriale ed aziendale. La mo derna letteratura economico-agraria, soprattutto in quest ’ ulti mo periodo, ha notevolmente approfondito i motivi a monte e quelli più propriamente attinenti alle forme di conduzione e di organizzazione del processo produttivo a livello aziendale, mo tivi che configurano una situazione di «dualismo tecnologico» come caratteristica di fondo dell ’ agricoltura italiana 16 . Questo dibattito, tuttora in sviluppo con recenti contributi, forse rima ne ancora chiuso in ambienti accademici mentre dovrebbe esse re più largamente diffuso 17 . Le implicazioni maggiori contenute in questa discussione rendono chiaro che non bisogna guardare all ’ arretratezza solo nel senso dell ’ impiego quantitativo di mezzi tecnici presenti sul mercato. Infatti l ’ uso degli inputs può essere squilibrato e scor retto in rapporto alla quantità ed al tipo di risorse naturali di sponibili (operazioni colturali controindicate alle esigenze di conservazione del suolo con conseguenze di dissesti, dilava mento del terreno, perdita di fertilità, ecc.).; O, ancora, una più alta quantità di mezzi tecnici non è detto che corrisponda alle esigenze dei diversi tipi di aziende: nell ’ azienda contadina è stato spesso provato l ’ uso antieconomico di mezzi tecnici, un eccesso di capacità in confronto alle dimensioni economiche e di superficie, la non corrispondenza dell ’ uso intensivo di mac chinario rispetto alle disponibilità di lavoro presenti in azienda. È stato a questo riguardo giustamente affermato 18 che il sentie ro tecnologico dell ’ agricoltura italiana, per gli specifici interessi dell ’ industria tendenti ad omogeneizzare al massimo la produ zione per uso agricolo a quella per uso industriale, ha favorito
16 M. D e B enedictis , Dualismo tecnolo gico e progresso tecnico nell'agricoltura italiana, AA.VV., Crisi dell ’ agricoltura e ricerca, Bari 1977. 17 Ad esempio vedi i contributi più recenti di discussione su «La Rivista di Economia Agraria» ed in particolare gli interventi di
M. D e B enedictis , V. C osentino (n. 2, 1976); M. G orgoni (n. 2,1977); G. A ma - dei , M. P agella , L. J acoponi (n. 2, 1979). 18 G orgoni , Problemi inerenti alla intro duzione di nuove tecnologie, La Politica agraria in Italia cit.
8
Per quale agricoltura
innovazioni «risparmiatoci» di lavoro più che di terra, creando quindi condizioni non funzionali a buona parte dell ’ area conta dina comunque, e necessariamente, rimasta coinvolta dalla progressiva ed intensa diffusione delle innovazioni disponibili sul mercato. In questo senso, quindi se rimane ancora l ’ esigenza di por tare ad un livello medio di tecnologia le situazioni ancora di stanti da esso, anche per avvicinare le condizioni dell ’ agricoltu ra italiana a quelle delle altre agricolture europee, si aprono spazi più importanti da esplorare su un versante decisivo: orientare il sentiero tecnologico dell ’ agricoltura italiana ad una riqualificazione e ad una valorizzazione piena del lavoro nelle campagne. Questo non è ovviamente un problema di breve periodo, ma per le implicazioni ed il coinvolgimento di energie e risorse che può sviluppare, richiede un impegno ed un disegno di largo respiro. È un disegno che, intanto, deve proporre un intervento con finalità più immediate come: il recupero e la diffusione di tecnologie già mature tese all ’ incremento delle rese ed al rispar mio di terra, l ’ avvio di una strategia di sviluppo della collina e della montagna, l ’ introduzione di tecniche di allevamento che favoriscano l ’ aumento del rendimento della trasformazione dell ’ energia e delle sostanze proteiche di origine vegetale per al lentare la dipendenza dall ’ estero 19 . Interventi di questo tipo non hanno, evidentemente, tutti una realizzabilità nel breve periodo, ma avviarne gli aspetti or ganizzativi e sollecitarne la realizzazione rappresenta la condi zione irrinunciabile perché abbia credibilità e spazio anche un piano di interventi a più lunga scadenza, capace di dare rispo ste concrete, in una direzione di rinnovamento, all ’ interrogati vo sul come cosa e perché produrre. Ci si vuole, con ciò, riferire alla più pesante arretratezza che, in senso assoluto e relativo, si marca non tanto e non solo nello specifico del processo produttivo agricolo, quanto in quella larga fetta di attività di supporto e complementari a quella agricola, che però sono determinanti non solo nello spo stare il livello di competitività economica di quest ’ ultima, ma anche nel costituire le condizioni di base per forme di organiz zazione del lavoro modernamente finalizzate alla produzione di beni d ’ uso e alla rigenerazione ed al mantenimento delle risorse naturali e dell ’ ambiente, superando gli attuali rapporti di dominio-distruzione nei confronti della natura. Bisogna, cioè, acquisire che le sorti dell ’ agricoltura nel futuro si giocheranno sul piano della scienza: la scienza della riproduzione e dell ’ uso delle risorse energetiche, idriche, climatiche, la scienza della conservazione del suolo e dell ’ ambiente, la chimica, la geneti ca, la scienza dell ’ alimentazione, l ’ informatica, l ’ economia 20 . Ovviamente non bisogna nascondersi i rischi, in verità lontani, di un ’ agricoltura da laboratorio, disegno del tutto irri levante per gli obiettivi di trasformazione propri del movimen
cerca sperimentazione e innovazione tec nologica per lo sviluppo dell ’ agricoltura dell ’ ottobre 1976 i cui atti sono stati pub blicati da De Donato, Crisi dell ’ agricoltura e ricerca cit.
19 Si rimanda ai contributi di A. C arena , M. B uiatti , P. R otili , F. S alamini , pub blicati in La Politica agraria in Italia cit. 20 Su questi argomenti vedi in particolare numerosi contributi presentati in occasione del convegno dell ’ istituto Gramsci dell ’ Emilia-Romagna e del CESPE su Ri
9
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
to operaio. Così come, in maniera più realistica, ciò potrebbe anche corrispondere ad una ipotesi di ammodernamento della attività produttiva agricola attraverso la spinta specializzazione del lavoro e un più alto contenuto tecnologico dell ’ attività stes sa: un disegno non contrastante con una strategia di sviluppo fortemente orientata dalla formazione del profitto privato, e comunque interno ad un processo cumulativo dei divari su sca la interna ed internazionale. Rischi oggettivi questi, ma è ancora da dimostrare che gli obiettivi di trasformazione della società in senso socialista non debbano necessariamente avere un elevato contenuto di moder nità. La garanzia che questo non sia appropriato da una strate gia di sviluppo solo razionalizzatrice è nella capacità di coin volgimento dei soggetti sociali a tutti i livelli di orientamento e di controllo della strategia. Ed è qui che si apre il problema della partecipazione, di cui farò in seguito qualche cenno, e delle finalità non corporativi stiche che ad essa bisogna dare. Ma è comunque sul terreno scientifico innanzitutto che si può guadagnare una nuova quali tà del lavoro anche in agricoltura (quanto questo concetto è stato settorialisticamente e intellettualisticamente ristretto solo alla fabbrica!) ed un atteggiamento positivo dei giovani verso questo tipo di lavoro. È su questa via, anche, che si può avviare il superamento della concezione del processo produttivo ai fini solo dello scambio, che si può allargare la coscienza del grande sforzo di solidarietà necessario per affrontare un problema di portata mondiale come quello della fame di centinaia di milioni di esseri umani. Ed è così, ancora, che si possono aprire spazi per aggredire la concezione tradizionale del lavoro dei campi, per rimuovere la cristallizzazione delle strutture proprietarie e dei modi di conduzione di un settore così segnato da una impronta di classe in senso conservatore. D ’ altra parte non bisogna dimenticare che in questi ultimi anni si sono create alcune condizioni che avrebbero potuto, e possono ancora se opportunamente potenziate, dar luogo a po sitivi cambiamenti se è vero che la spinta necessaria, anche se non sufficiente, viene dall ’ avanzare della democrazia. Di fatto a questo riguardo si è sottovalutato che l ’ agricoltura costituisce uno dei momenti principali, nello specifico caso italiano, del processo della redistribuzione dei poteri dello Stato, messo in atto in maniera faticosa e contrastata in questi ultimi anni. Non solo, ma l ’ agricoltura costituisce uno dei punti princi pali in cui è divenuto possibile avviare una politica di program mazione, peraltro finora abilmente evitata. A mio avviso questo è un nodo di grande importanza e ri chiama tematiche solo apparentemente distanti. Io credo che se si dovesse fare un bilancio dell ’ attività delle Regioni in agricol tura, una prima cosa andrebbe detta con certezza, e cioè che solo nelle regioni governate dalle sinistre si è avuto un avanza mento dell ’ autonomia regionale, si sono avviate importanti esperienze operative, si è stimolata una reale partecipazione a livello territoriale e si sono sviluppate nuove potenzialità. Ma questo si può dire del resto del paese? Ed è sufficiente dire che è la DC, con tutti i suoi legami clientelati e corporativi, col pote re centrale, che governa in periferia nel Mezzogiorno e perciò
10
Per quale agricoltura
ostacola ogni avanzamento in questa direzione? A me pare, in vece, che le sinistre, soprattutto nel Mezzogiorno, abbiano per so in questo senso una grande occasione impegnandosi in ma niera insufficiente a forzare l ’ istituzione regionale verso la crea zione di una organizzazione per il governo dell ’ economia e del la società vicina alla gente, capace di mobilitare i soggetti socia li e le competenze anche per cambiamenti circoscritti. Si pensi allo stato di abbandono totale delle Comunità montane nel Mezzogiorno, alla mancanza di qualsiasi strumento organizza tivo per i piani zonali, per i piani aziendali; per un tecnico ad detto ai problemi del territorio in una regione meridionale ve ne sono più di 100 in una regione come l ’ Emilia. Tutti sanno di chi è la responsabilità principale al riguardo, ma è indubbio che abbia pesato in ciò un atteggiamento forse poco attento ai pro blemi del governo ed agli obiettivi della trasformazione, e so stanziale disinteresse per i termini concreti della questione agraria dentro la questione meridionale. Oggi è tanto più urgente e necessario misurarsi con questi problemi in quanto in questi anni l ’ agricoltura, soprattutto quella meridionale, è divenuta un luogo importante per la rea lizzazione di una delle più grosse «novità» della politica econo mica recente: la spesa assistenziale. Un intervento, cioè, che più che a modificare le condizioni stutturali e sociali, è servito a frenare il precipitare della situazione verso livelli insostenibili. È vano a questo riguardo proclamare la necessità, in alternati va, della programmazione e della partecipazione più larga, se non si affronta il nodo centrale di come attrezzarsi per l ’ una e di come creare le condizioni per l ’ altra: ed è qui che possono giocare un grande ruolo le forze intellettuali da mobilitare in torno ad un progetto di trasformazione che, sulla base di una analisi corretta su come e cosa sta cambiando in una fetta così importante dell ’ economia e della società, sappia inserirla come una delle componenti della trasformazione stessa. 4 — Dato il sempre maggiore grado di interdipendenza delle economie, bisogna evidentemente aspettarsi in prospetti va — ma i segni già oggi sono ben evidenti — un ’ influenza sem pre più intensa delle vicende internazionali anche sull ’ agricoltu ra nazionale. I problemi a questo riguardo sono di diverso ordi ne, ma tutti tendono ad un accrescimento delle tensioni e delle difficoltà interne, tanto maggiori quanto più le variabili che si introducono con la nuova situazione sono di difficile controllo su scala nazionale. E, d ’ altra parte, non sembra che nell ’ ambito delle forze di sinistra — anche solo in quelle europee — sia in dividuabile una omogeneità di posizioni e di interessi. Anzi, forse bisogna riconoscere che l ’ affievolimento della riflessione sui temi della questione agraria riguarda il complesso dell ’ area della socialdemocrazia e del socialismo europeo, che pure si erano misurate con grande impegno all ’ inizio del secolo su que sti stessi temi 21 . Se si vuole, l ’ unico tentativo con una sua logica organica 22 , anche se al di fuori di qualunque ottica di classe e
21 H.G. L ehmann , Il contributo sulla questione agraria nella socialdemocrazia tedesca e internazionale, Milano 1977. 22 Segretariato Generale della Commissio ne CEE, Memorandum sulla riforma del l ’ agricoltura nella Comunità Europea, 1969.
11
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
permeato da uno spirito tecnocratico e razionalizzatore, è stato quello compiuto dal socialdemocratico Mansholt. La sinistra europea non ha saputo rispondere a ciò nean che con un abbozzo di disegno di prospettiva ed è rimasta invi schiata nell ’ alternativa — peraltro falsa — politica dei prezzi / politica delle strutture, che ovviamente è quella che esaspera i contrasti di interesse fra le diverse agricolture e divide la sini stra stessa. Col risultato che si finisce per subire il prevalere de gli interessi che hanno gestito l ’ attuazione dell ’ integrazione eco nomica europea facendo proprio dell ’ agricoltura l ’ elemento cardine per la costituzione di un ’ area sovranazionale di libero scambio in grado di consentire il proseguimento dei meccani smi di sviluppo promossi nei singoli paesi e di fatto orientati verso una crescita dei divari. In realtà oggi si assiste al progressivo disfacimento di quel disegno tradotto nella politica agraria comune, ma più per un oggettivo accrescersi delle tensioni internazionali e per il rifles so di mutati rapporti sul mercato che per il prevalere di una li nea contrapposta dalla sinistra. E tutto ciò ovviamente non può che ostacolare il cammino della trasformazione anche a li vello nazionale. In ogni caso, il terreno su cui misurarsi a livello di agricol tura europea è quello della ricerca di una strumentazione che — abbandonando la contrapposizione politica dei prezzi/politica delle strutture — tenda ad un ricongiungimento della politica agricola, regionale e sociale, per fare uscire il pro blema della politica agraria comune dal ghetto delle forze cor porative interne al settore e per avviare interventi capaci di af frontare, con una impostazione programmatica gli inderogabili problemi di riequilibrio aziendali, territoriali e sociali, che rap presentano ormai facce diverse della stessa medaglia e sono l ’ ostacolo reale ad un rilancio del processo di integrazione eu ropea opposto a quello costruito sugli interessi dei gruppi capi talistici e delle forze conservatrici e moderate dominanti. In tutto questo, non bisogna dimenticare quali grosse in cognite si addensano sulle vicende internazionali e quali riflessi esse possano avere anche sull ’ agricoltura. La situazione sui mercati mondiali dei prodotti agricoli è estremamente incerta e non tende al miglioramento 23 . Si stima che la popolazione mondiale arriverà solo fra cin que anni fino quasi a cinque miliardi, con un tasso di crescita annuo del 2%. Per oltre la metà di questa popolazione la dispo nibilità alimentare pro-capite, invece di crescere o rimanere co stante, tende a decrescere con un saggio annuo vicino all ’ 1%. Questi paesi sono perciò divenuti fortemente dipendenti dagli approvvigionamenti alimentari dall ’ estero, il che vede come contropartita un aumento notevolissimo dell ’ apporto delle aree capitalistiche sviluppate alle esportazioni totali dell ’ ordine di ben 10 punti percentuali (dal 59,2% al 69,5% dal 1964 ad og gi) 24 : un aumento, cioè, del potere di controllo internazionale
23 Vedi gli ultimi numeri della rivista «Le commerce international en 1977, 1978», Génève. 24 La situation mondial de l'alimentation et de l ’ agriculture, Roma 1975 e 1978.
12
Per quale agricoltura
delle economie più forti su quelle più deboli, con la conseguen za che i nodi dei rapporti fra paesi sviluppati e paesi del terzo mondo stanno venendo al pettine con sempre maggiore eviden za, e con prospettive a medio e lungo periodo che non sembra no essere migliori. Bisogna infatti considerare che i paesi cosid detti in via di sviluppo, nel loro insieme, consumano solo il 12% dell ’ energia impiegata a livello mondiale per la produzio ne agricola; l ’ altro 88% compete agli altri paesi (quelli capitali sti e quelli dell ’ area comunista). Che cosa può significare ciò rispetto alle prospettive che si stanno presentando riguardo agli approvvigionamenti energeti ci? Quale potrà essere l ’ impatto sulle agricolture più avanzate? Come questo si tradurrà in termini di rapporti di scambio (e di tensioni relative) con gli altri paesi sempre più bisognosi di ap provvigionamenti alimentari? Le questioni sono molto grosse. Si tenga conto che l ’ uso spinto di fertilizzanti e sostanze chimiche in agricoltura corri sponde oggi ad un consumo energetico quasi pari a quello ne cessario per l ’ impiego del macchinario agricolo, e sull ’ uno e sull ’ altro di questi fattori si è basata la fortissima crescita della produttività dell ’ agricoltura più avanzata. Si pensi che il rapporto fra l ’ energia prodotta e l ’ energia necessaria alla produzione in moltissimi casi è sceso sotto l ’ uni tà: oggi occorrono più di dieci calorie ottenute da prodotti fos sili (il petrolio) per ottenere una caloria di carne. Per le proteine il rapporto è addirittura 100 ad l 25 ! Come sosterrà l ’ agricoltura attuale una popolazione di 6 miliardi di qui a venti anni con una attenuazione delle disponi bilità energetiche tradizionali sempre crescente? Siamo su questo piano forse non lontani da svolte radicali le cui implicazioni è ben difficile vedere perché non si può trat tare di aggiustamenti parziali e indolori, ma del definirsi di un nuovo ordine mondiale. E dentro questo c ’ è anche l ’ avvenire dell ’ internazionalismo socialista.
25 C. M archetti , On Energy and Agri- culture, «Options, Iasa News Report», 2, 1979.
13
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Trasformazione o ridistribuzione del potere?
di Augusto Barbera
I Uno dei punti di forza della strategia politica della transi zione — il processo di riforma dello Stato — è in crisi. Ed è una crisi che investe gli stessi presupposti teorici di tale processo. Alla contestazione della legittimità del potere statale da parte di aree non marginali di ceti intellettuali e giovanili, alla perdita di credibilità delle istituzioni, agli atteggiamenti econo- mistici di forze sociali organizzate la sinistra ha contrapposto una strategia, che ormai viene da lontano, che punta non sulla mera difesa di questo Stato ma sulla sua trasformazione. Un processo di riforma dello Stato che attraverso una let tura avanzata di tutte le disposizioni costituzionali realizzi for me intense di «socializzazione» del potere, restringa la dicoto mia fra cittadini e produttori, consenta al potere dei lavoratori in fabbrica di avere uno sbocco politico, trasformi l ’ espropria zione economica del lavoratore in potere politico del cittadino. Perni di questa strategia: a) lo sviluppo di tutta la rete delle assemblee elettive (dal quartiere al Parlamento: secondo una fe lice espressione, ormai rituale) come sviluppo di sedi della so vranità popolare in grado di dare forza e capacità di intervento unificante alla «politica»; b) l ’ ancoraggio delle istituzioni rap presentative alla forza dei partiti di massa; c) l ’ intreccio delle forme della rappresentanza politica con momenti di democra zia diretta sia dei cittadini sia dei produttori; d) lo sviluppo di una robusta rete di garanzie che riconosca in spazi di libertà di lavoratori, cittadini, studenti la via per trasformare dall ’ interno la fabbrica, la scuola, la famiglia, i corpi separati e le altre for me del potere borghese. Una strategia che supera i modelli clas sici della democrazia liberale che esauriva essenzialmente nelle assemblee parlamentari le espressioni della sovranità popolare; consente la ricomposizione sul territorio dei poteri pubblici su perando frantumazioni, sovrapposizioni, scollamenti; pone le basi per un primato robusto ma non totalizzante, della «politi ca» sull ’ «economia»; realizza un originale collegamento fra forme della democrazia politica e bisogni sociali (USL, organi collegiali della scuola, consultori, consigli agricoli di zona ecc.); contribuisce a mettere in discussione il sistema di potere DC incentrato su enti, amministrazioni parallele, corpi separa ti; costruisce diritti di libertà non solo nei confronti del potere statale (secondo i vecchi modelli garantistici), ma altresì nei confronti dello stesso potere privato. Una strategia — non dimentichiamolo — che ha consenti to risultati di rilievo: l ’ istituzione delle Regioni; lo smantella mento di migliaia di enti inutili o inutilmente interferenti con i
14
Trasformazione o ridistribuzione del potere?
poteri delle Regioni e dei Comuni; l ’ istituzione dei quartieri; l ’ ampliamento dei poteri dei Comuni; l ’ istituzione delle Comu nità montane; l ’ impianto istituzionale della riforma sanitaria; alcune forme di gestione sociale di servizi; gli organi collegiali della scuola; la riforma dei servizi di sicurezza; le forme anche istituzionali in cui si è progressivamente concretato il tema del la «centralità» del Parlamento: poteri delle Commissioni parla mentari in ordine ai servizi di sicurezza, agli interventi nel mez zogiorno, alle partecipazioni statali, alla Rai-TV; alla gestione del bilancio dello Stato; in ordine alle nomine negli enti pubbli ci. E parallelamente la ricerca di nuovi spazi di potere e di li bertà si traduceva anche in puntuali istituti del nostro ordina mento giuridico. Lo spazio per le libertà civili si è ampliato an dando anche al di là dello stesso testo costituzionale: diritti all ’ interno della fabbrica con lo Statuto dei lavoratori, all ’ in terno della caserma con la legge sulla disciplina militare, all ’ in terno delle carceri con la pur mutilata riforma carceraria; nuo ve dimensioni assunte dalla libertà di informazione con le radio locali e gli altri strumenti di informazione e con la stessa rifor ma della Rai-TV (e con i pur asfittici comitati di redazione); ri conoscimento dell ’ obiezione di coscienza al servizio militare; la legge sulla psichiatria; crescita di soggettività di giovani e don ne (il voto ai diciottenni, la parità della donna, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l ’ aborto, ecc.); riconoscimenti, sia pur parziali, ottenuti dai movimenti collettivi anche in sede istitu zionale; nuove frontiere aperte per anziani e bambini da avan zate leggi regionali. Come sostenere che il processo di riforma dello Stato ha portato ad una «involuzione autoritaria, a una ricomposizione della vecchia forma dello Stato?» 1 E come non vedere invece in tali conquiste, così ricche di futuro, non brandelli strappati al «Potere» ma brani di un pro cesso difficile e contraddittorio che ha visto e vede la classe operaia e i partiti delle sinistre protagonisti autorevoli? Sotto l ’ incalzare del movimento operaio le istituzioni, sta tali e non, si piegavano e si trasformavano, mentre mutamenti altrettanto significativi avvenivano nella struttura sociale, nella cultura, nella ricerca, nei rapporti interpersonali: vivaci movi menti collettivi ponevano i temi della riforma della sanità, dell ’ ambiente interno ed esterno alla fabbrica, dei corpi di poli zia, delle forze armate. La crescita di soggettività degli anni set tanta si traduceva nelle battaglie per l ’ obiezione di coscienza, per il divorzio, per l ’ aborto, per la libertà in fabbrica e la parità fra uomini e donne. Gli interessi diffusi entravano nel processo penale e nella stessa giuridizione amministrativa. 1 quartieri ponevano il tema della partecipazione popolare alla gestione dello Stato. Gli or gani collegiali della scuola tentavano di superare la separatezza dell ’ amministrazione scolastica e la stessa equivoca autonomia
1 Da ultimi S tame , Politica e legalità, «Cerchio di gesso», novembre 1979, pp. 13-14; F erraioli -Z olo , Democrazia au toritaria e capitalismo maturo, Milano 1978, p. 96 e segg.; C anosa , Il garantismo oggi, «Quaderni piacentini», ottobre 1979, p. 35 e segg.
15
Made with FlippingBook - Online catalogs