Problemi della transizione 1980
Terrorismo: il filo logico da Piazza Fontana ad oggi
di Gian Pietro Testa
Premessa
È necessaria una premessa. Le considerazioni che seguono (e che non mi sembra il caso di definire «saggio») sono state scritte quando non si conoscevano ancora le dichiarazioni di Carlo Fioroni che hanno fatto scattare la cosiddetta «inchiesta Negri, atto secondo». Non ho voluto cambiare, o aggiungere alcunché, per una ragione molto semplice: mi sembra che pro prio quelle affermazioni confermino in qualche modo l ’ ipotesi che ha fatto da filo conduttore al ragionamento e, cioè, che, ac canto a uno «spontaneismo armato», retaggio sì di una deviata lettura politica del «caso Italia» dal ’ 68 in poi, esista una cen trale dell ’ eversione alla quale si devono certi meccanismi, inse riti direttamente nelle fasce giovanili, capaci di attivare un ri bellismo che trae purtroppo sostentamento da una realtà socia le in cui disagio e rabbia hanno pure una loro ragione d ’ esi stenza. Ci sono, dunque, due livelli di lettura del terrorismo d ’ og gi: uno puramente sociale e uno politico, estremamente più complesso del primo, che pone in primo piano l ’ inquietante in terrogativo: dove si nascondono le centrali eversive e chi ne fa parte? Ricordo che, quando le trame erano soltanto nere, fu possibile dare spiegazioni certe soltanto nel momento in cui uscì allo scoperto un personaggio come Giannettini, il fascista pagato dai servizi segreti, dal Sid di Miceli. Ora un Giannettini non esiste: o, meglio, non esiste ancora. E una delle ragioni per le quali è difficile capire «chi ci sta dietro». Le considerazioni fatte, allora, dovrebbero servire a pro porre una discussione, ad aprire un dibattito: e sono ben lonta no dal credere di aver offerto delle «verità». Di avere insinuato dei dubbi, questo sì, quei dubbi che spontaneamente in molte persone sono già nati e hanno bisogno soltanto di dati per esse re rafforzati, irrobustiti. Le ostilità sono cominciate il 25 luglio scorso, quando «Lotta continua» pubblicò una presa di posizione, firmata da «brigatisti dissenzienti», in cui si denunciava la «troppa arro ganza e troppa presunzione» delle BR, i cui appartenenti veni vano definiti senza complimenti «messi di sventura e di morte» e, infine, «puri e semplici provocatori». La risposta delle BR,
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