Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
filone chiamiamolo «storico», non tardò ad arrivare. Quindici giorni dopo, dal supercarcere dell ’ Asinara, ecco il documento di Curcio, Franceschini e compagni: «L ’ estate è stagione di zanzare. E, fastidiose come zanzare, giungono le punzecchiatu re di una masnada di signorini e provocatori che, al servizio della controrivoluzione impieralista, ronzano intorno alla guerriglia con l ’ ambizioso proposito di riconsegnare le “ varia bili impazzite ” in mano alla borghesia! Non sono i primi. Non saranno gli ultimi. Ogni rivoluzione trascina inevitabilmente ai suoi bordi fanghiglia e rifiuti di ogni genere». Signorini e pro vocatori, per i brigatisti, sono Morucci, la Faranda, Piperno, Scalzone, Negri... Infine, nell ’ ultimo numero di «Controinfor mazione», un nuovo intervento in questo conflitto che nulla ha di ideologico: quello dei «Comitati autonomi operai» (Volsci, Radio proletaria, Rosso...), i quali, disorientati, accusano dis senzienti e brigatisti affermando: «Mai si era raggiunto un indi ce così basso nei dati di costume e comportamentali di coloro che avrebbero dovuto essere i depositari delle rigide regole del la clandestinità». E più avanti: «Pensiamo che gli strateghi del la repressione statale abbiano colto un punto al loro attivo: hanno fatto crollare i nervi ai clandestini». Unici fili conduttori dei vari interventi appaiono l ’ abituale arroganza della termino logia, la pesantezza delle reciproche accuse, la disarmante inge nuità politica, che potrebbe davvero essere ingenuità, o na scondere invece una ben diversa realtà: giudicando dall ’ ester no, infatti, e supponendo come autentiche le vicendevoli accuse di «provocazione», dovremmo concludere che entrambe le par ti in causa debbono essere considerate «provocatrici». Poiché ogni documento, ogni comunicato, ogni frase pro veniente da quello che è stato definito sommariamente «partito armato» viene sottolineato lugubremente da attentati, agguati, assassinii, è chiaro che le prese di posizione sia del «partito di Negri», sia del «partito di Curcio» (andiamo avanti con le ge neralizzazioni esemplificatrici) non possano non avere imme diata presa sull ’ opinione pubblica, per cui si assiste al doloroso e grave fenomeno secondo il quale il dibattito politico del più tormentato periodo storico della Repubblica italiana spesso viene monopolizzato da questi deyianti fantasmi che si arroga no, evidentemente per grazia ricevuta, il diritto-dovere di rap presentare il proletariato nella loro qualità di «punte avanzate della rivoluzione comunista». Una cosa è certa: sia gli uni, sia gli altri dimostrano di essere in possesso di una conoscenza pre cisa dei meccanismi capitalistici per fare opinione, anzi per farsi pubblicità, una dote che non gli deriva certo né dallo spontaneismo armato, né dalla rigida disciplina della clandesti nità. Una dote che finora è servita unicamente (è la realtà a di mostrarlo) non certo a far avanzare una «nuova coscienza rivo luzionaria», ma, al contrario, a incidere negativamente sul pro cesso di trasformazione della società. Ecco, allora, assumere un significato inquietante quella capacità di far parlare di sé (senza peraltro poter incidere sulla realtà nella direzione dichia rata da documenti e comunicati), una capacità deviante che troppo spesso è riuscita a far diventare addirittura secondari i grandi problemi politico-economici attuali. Se ciò appare dimostrato dall ’ esperienza (quale altro risul-
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