Problemi della transizione 1980

Il filo logico del terrorismo

tato è stato ottenuto se non un ’ inquietudine diffusa, spesso ad dirittura il terrore, la caduta dei valori, non soltanto quelli tra dizionalmente borghesi, e della tensione politica?), è necessario a questo punto chiedersi quale significato abbia il dissidio Cur- cio-Negri e quale sia il suo scopo. Se riuscissimo a dare risposta all ’ interrogativo, forse si potrebbe pure spiegare lo scopo stesso del terrorismo, che non è — e non può essere — soltanto quello di sottolineare le «contraddizioni di questo Stato», ma di esal tarle onde poi giustificare la violenza diffusa. Al quesito si è risposto spesso superficialmente e troppe volte, almeno così mi sembra, la risposta è venuta aprioristica mente, a seconda delle convinzioni politiche di chi l ’ ha data. Vediamone alcune. Secondo le fasce giovanili, oggi più esposte al disimpegno sociale, il «partito armato» è il risultato di una dirompente forza rivoluzionaria, ribellisticamente violenta contro la repressione statal-borghese-capitalistica, secondo le forze conservatrici, altro non è che il prodotto dei fantasmi ri voluzionari della sinistra d ’ anni fa; secondo molti intellettuali borghesi progressisti è il dilaniante confronto degli opposti estremismi, giunto a un punto di rottura. La sinistra, a sua vol ta, appare divisa nel cercare nel proprio album di famiglia, op pure a cercare spiegazioni puramente sociologiche, che hanno di certo una loro logica, ma da sole non bastano. Forse, mettendo insieme le varie analisi, una spiegazione soddisfacente potrebbe uscire: ma ciò che a tutte si deve impu tare è una certa superficialità nella lettura degli avvenimenti, che non sono più cronaca, ma stanno diventando storia. Cerchiamo, dunque, di partire da accadimenti ultimi rife rendoli ad altri, ormai vecchi. E, innanzitutto, appunto, il dis sidio all ’ interno del «partito armato», che mi sembra una pri ma, importantissima chiave di comprensione. Le ipotesi sono due e, probabilmente, l ’ una integra l ’ altra. La prima: esiste ve ramente il dissidio ed è dovuto sia a cause interne, sia a cause esterne (vedremo poi quali sono). La seconda: il dissidio è sol tanto formale e serve a coprire quella frangia (ora incriminata: Negri, ecc.) del partito armato che non agisce nella clandestini tà, ma ha il compito di creare contraddizioni dall ’ interno stesso delle strutture sociali. Definiamo i ruoli, innanzitutto: nella clandestinità sono le BR e le varie sigle che a esse si ricollegano in qualche modo; all ’ interno della società agiscono gli autono mi organizzati di Negri (da non confondere, sia ben chiaro, con il più largo movimento di autonomia, spesso usato come cassa di risonanza e non altro). Cerchiamo di percorrere la prima ipotesi. Il dissidio esiste veramente. Ci sono molti elementi che fanno concludere a fa vore di questa tesi. Rileggiamo la storia dalla strage di piazza Fontana in poi, velocemente. Quando fu chiaro che la strategia della tensione aveva un cervello direttamente inserito in certi corpi separati dello Stato (servizi segreti), il timore, più che le gittimo, del «golpe» — violento o strisciante che fosse — fece sì che vari gruppi e personaggi della sinistra prendessero in consi derazione la necessità di costituire una difesa clandestina, capa ce di opporsi validamente in caso di necessità a una eventuale soluzione violenta di natura reazionaria. Il caso più emblemati camente chiaro fu quello dell ’ editore Gian Giacomo Feltrinelli (saltato misteriosamente in aria sul traliccio di Segrate nel

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