Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ro costituirsi — in pieno anonimato fin da adesso — nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di contropote re... Questi nuclei, possibilmente l ’ un l ’ altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo...; d) di là da questi livelli dovrebbe costituirsi con funzioni verticali un consiglio che coordini le attività in funzione di una guerra totale...». E strano, ma lo stesso tipo di organizzazione troviamo poi nelle varie formazioni che con le più disparate sigle occuperan no negli anni successivi, fino a oggi, l ’ area del terrorismo: fian cheggiatori, nuclei operativi che non si conoscono, clandestini tà, direzione strategica. Come nelle BR. Come pensare che tutto questo «patrimonio strategico» sia andato perduto strada facendo, quando lo abbiamo visto realizzato nella pratica? Domando ancora: è possibile che tutto questo sia frutto di straordinarie coincidenze? A questo propo sito il giudice padovano Giovanni Tamburini, che da inquiren te (sua la famosa indagine sulla «Rosa dei venti») si è trasfor mato in studioso, ha così sintetizzato in un ’ intervista la situa zione: «Le Brigate rosse inziarono ad assassinare gratuitamente a Padova, a trecento metri dal tribunale dove si stava mettendo allo scoperto una grossa organizzazione fascista» (si riferiva al duplice assassinio nella sede del MSI); e ancora: «Un dato su cui riflettere: c ’ è una caduta verticale del terrorismo neofascista e una parallela esplosione di quello rosso. Casuale o pilotata? Gli autonomi hanno scritto che queste domande sarebbero una riedizione degli opposti estremismi. La spiegazione a cui ci rife riamo è evidentemente il contrario, muovendo da dati sull ’ esi stenza di un centro organizzativo che utilizza anche le forze ideologicamente divergenti. E ovvio che questo centro non può che essere bene introdotto nei gangli del potere». Ci sono altri elementi che ci inducono a riflettere su questa strana convergenza, non più degli opposti estremismi, ma degli «estremismi paralleli». Uno di questi lo abbiamo trovato in un articolo della giornalista Sandra Bonsanti, da Padova, pubbli cato nel 1972 sul «Mondo». Scriveva la Bonsanti: «Per capire la strage di piazza Fontana, si afferma oggi a Padova, bisogna rifarsi alla primavera del ’ 69, quando alcuni estremisti di de stra, che si facevano chiamare nazimaoisti, vivevano nello stes so ristretto ambiente frequentato anche da nazisti fanatici e razzisti scoperti, dalla destra ufficiale del MSI e da alcuni ade renti a gruppuscoli della sinistra extraparlamentare (soprattut to “ Potere operaio ” ) che facevano capo a Emilio Vesce, al pro fessore Toni Negri e a due insegnanti liceali, Franzin e Quaran ta, i quali si professavano marxisti leninisti, lavoravano nel giornale studentesco “ Il bo ” e avevano stretti rapporti con l ’ edi tore di Treviso Giovanni Ventura». Prosegue Sandra Bonsanti: «Luoghi d ’ incontro di questi giovani personaggi erano due librerie situate, una accanto all ’ altra, in via Patriarcato.. . Le librerie appartenevano appun to una a Vesce e l ’ altra a Freda che esponeva nella sua vetrina, insieme a opuscoli fascisti e ai testi di Julius Evola, il libretto rosso di Mao e il diario di Che Guevara. Sotto i portici-di via Patriarcato gli studenti estremisti scoprivano senza fatica di avere in comune alcuni principi sui quali la loro intesa pareva completa: la rivolta contro lo Stato e il sistema, la necessità di procurarsi armi ed esplosivo le cui fonti erano essenzialmente le

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