Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE r E questo non per riproporre una linea operaista della centralità operaia, né per rinverdire ideologie rinsecchite, certamente ina deguate a esprimere la grande forza che oggi molte componenti proletarie — ma non operaie — sprigionano nel loro movimen to». Per Freda, per Negri, per Curcio — dunque — lo scopo appare uno solo: disintegrare il sistema attuale. Il nemico co mune, come appare dai loro documenti, che hanno matrice ideologica in quell ’ ormai lontano convegno organizzato dal Si- far all ’ hotel Parco dei Principi di Roma, è la classe operaia or ganizzata e i suoi strumenti, principalmente il PCI e il sindaca to. Dicono gli autonomi: «il movimento operaio storico rap presenta un fortissimo ostacolo...». Dice Curcio: «No alla li nea operaista della centralità operaia». Il salto rivoluzionario, insomma, può avvenire soltanto fuori, o al di sopra della classe operaia. E allora dobbiamo domandarci: chi deve essere prota gonista di questa «rivoluzione proletaria» se la classe operaia deve rimanere in posizione di subordine? E nei documenti, nelle prese di posizione «ideologiche» che si chiarisce, quindi, la funzione e lo scopo neo-borghesi del terrorismo dei nostri giorni. L ’ apodittica affermazione proto brigatista: «colpire al cuore lo Stato imperialista», ha dispiega to nelle azioni e negli anni successivi il suo vero significato. So stiene Negri: «Bisogna distruggere il sindacato». A questo punto dobbiamo ritornare all ’ interrogativo dal quale siamo partiti per questa analisi. Il dissenso tra BR stori che e autonomi è autentico, oppure si tratta di una rappresen tazione funzionale al momento, tale insomma da depistare l ’ in chiesta del giudice Calogero di Padova? Abbiamo visto come l ’ ideologia sia comune: il dissenso, allora, dovrebbe essere sulla strategia. Ma Curcio e compagni hanno accusato gli autonomi di essere una «masnada di signorini provocatori». Quindi si va al di là della strategia. Per distogliere l ’ attenzione sulla affermata «consanguinei tà» tra BR e Autonomia (l ’ ipotesi politica di Calogero), Curcio nel suo documento dall ’ Asinara precisa: «La storia di un docu mento, attribuito in coro alle Brigate rosse, tanto dai mass me dia del regime che dai giornalisti cooptati, e in particolare al si gnorino Valerio Morucci e alla signorina Adriana Faranda, fa testo in proposito». Ma Curcio e compagni, contemporaneamente al depistag- gio, continuano ad attribuirsi la paternità del rapimento e del sequestro Moro. E qui la contraddizione diventa stridente. Se è vero — come appare vero — che l ’ arma, lo skorpion, trovato in possesso di Morucci (sul cui taccuino compaiono indirizzi com promettenti di personaggi ben collocati in seno al potere) è quello usato per uccidere il presidente della DC, allora come può Curcio addebitare alle BR — staccata da Autonomia — la paternità di quell ’ attentato compiuto materialmente dai «si gnorini» autonomi? Potremmo avanzare una risposta ipotetica. Si sa che il «partito armato» ha sempre mantenuto, nella sua organizza zione, due gruppi ben distinti: i clandestini e i dirigenti inseriti nelle strutture sociali. E possibile, dunque, che i «capi storici» delle BR, ormai travolti da una valanga di condanne, tentino in ogni modo di trar fuori dagli impacci l ’ ala fiancheggiatrice, tut
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