Problemi della transizione 1980

Il filo logico del terrorismo

torà «pulita» nella fedina penale. È un ’ ipotesi, ripeto. Ma torniamo alla premessa politica sulla quale ci siamo mossi. Abbiamo cercato di dimostrare come attraverso i docu menti e le azioni del «partito armato» dal 1969 a oggi, sia pos sibile trovare un non difficile nesso logico e ideologico che uni sce, per fare un esempio, la strage di piazza Fontana all ’ omici dio Moro. Se tutto si è svolto — come afferma il giudice Tam burino — sotto l ’ egida di una sola centrale, che lo stesso pro cesso di Catanzaro (Giannettini insegna) si è incaricato di evi denziare, rappresentata cioè da alcuni uomini dei servizi segreti «deviati» (molti dei quali, ancorché inquisiti, tuttora in carica), è necessario chiedersi perché mai personaggi che da questo punto di vista dovrebbero essere considerati funzionali a un certo sistema politico, possono poi cadere vittime di quel siste ma che ha favorito la loro azione. Le risposte possono essere molte. La prima è senza dubbio questa: soltanto alcuni degli appartenenti al «partito armato» sono figli di quell ’ apparato che non molti anni fa veniva defini to il «partito del golpe». Gli altri possono essere considerati fi gli adottivi, inconsapevoli, dunque, di fare un giuoco comple tamente diverso dalla loro stessa ideologia. Un ’ altra spiegazio ne ce la offre, invece, direttamente Curcio stesso, preoccupato di dare un significato logico alla sua accusa di «signorini pro vocatori» a Negri, Piperno, Scalzone, Morucci e Faranda. Af ferma il documento dell ’ Asinara: «Obiezione concessa ai più giovani compagni: ma la borghesia attacca anche loro (cioè, i suoi figli “ autonomi ” ) e qualcuno è perfino finito in galera. E così. Si deve prendere atto che la particolare grettezza del ceto politico “ senior ” (chiaro riferimento al “ partito del golpe ” , n.d.a.), quello che gestisce il sistema dei partiti, non ha consen tito al dispositivo di controllo amerikano-tedesko, patrocinato da Craxi, di dispiegare a pieno la sua azione nefasta. E una prova in più delle violentissime contraddizioni che scuotono lo Stato imperialista e che ne logorano l ’ iniziativa frantumandola in linee diverse». Se i «capi storici» delle BR sono preoccupati dell ’ azione provocatrice degli infiltrati in seno al «partito armato», non vedo come non potremmo non esserlo noi. Cioè: sono le stesse BR che ora cercano di distinguere nelle loro fila per capire chi ha effettivamente la patente del provocatore e chi no. Un ’ ope razione che oggi appare difficile, anche perché giunge in cla moroso ritardo. Da anni, infatti, certi gruppi non svolgono più al loro interno una corretta azione di controinformazione, tal ché dobbiamo ritenere che le stesse forze clandestine si sono in grossate, dal ’ 72 in poi (e, in massima parte, dal ’ 75, l ’ anno del grande ricambio in seno al terrorismo), di inviati giunti da mol to lontano. A questo punto, quindi, potremmo anche concedere alle «BR storiche» di essere in parte sincere nella loro denuncia contro i provocatori. Ma i «proto-brigatisti» sono in galera e grossa parte di quelli che essi stessi chiamano provocatori è an cora libera, o, comunque, se non lo è, gode di coperture sospet te in molti centri politici esterni, che si affannano a difenderne, garantisticamente, l ’ operato. Una cosa oggi appare certa: che nel «partito armato» è in atto comunque una guerra senza esclusione di colpi («soffiate», spiate, confessioni spontanee o

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