Problemi della transizione 1980
Insediamento storico e classe operaia
trove (nelle periferie, nei nuovi luoghi della produzione) che l ’ espansione capitalistica cercava e trovava i propri sbocchi, a una fase nella quale, viceversa, quei prodotti (e in particolare i «centri storici») divenivano l ’ oggetto di una riconquista da par te delle forze dominanti. Una riconquista che prima tende a di struggere anche fisicamente (gli «sventramenti») i tessuti storici e poi, a mano a mano che si manifestano e acquistano peso le resistenze di porzioni sempre più significative dell ’ opinione pubblica, è spinta a trovare forme di compromesso con l ’ esi genza di conservare qualcosa dell ’ assetto fisico (le «ristruttura zioni»), e «si limita» a distruggere l ’ equilibrio sociale e il rap porto delle funzioni con i siti. 2. E tuttavia, come si è accennato, non solo al «libero gioco» delle forze sociali ed economiche dominanti è stato la sciato il ruolo di protagonista. Sono entrati sulla scena interessi e forze antagonistici, che hanno aperto conflitti non solo sul terreno «generale», ma anche su quello specifico della «cultura della città»: sull ’ indirizzo da imprimere, sulle scelte da compie re, sugli obiettivi da assumere nella gestione delle trasformazio ni dell ’ assetto urbano e territoriale. Perché questi nuovi interessi, queste nuove forze potessero confrontarsi ed opporsi al processo guidato dalle forze domi nanti, era però necessario che le organizzazioni e la cultura del movimento operaio superassero due limiti storici. Da una par te, che esse uscissero dalla subalternità riformistica, e quindi dalla politica di una mera gestione dei «margini» che lo svilup po capitalistico lasciava alle mediazioni. Dall ’ altra parte, che esse uscissero anche dalle angustie delle posizioni meramente economicistiche e solo palingeneticamente «rivoluzionarie», e quindi dalla indifferenza per ciò che accadeva «a livello sovra- strutturale», e al rinvio a «dopo la rivoluzione» dell ’ intervento positivo su ciò che a quel livello si manifestava. A mano a mano che il movimento operaio è pervenuto, nel nostro Paese, a superare l ’ uno e l ’ altro di tali limiti, a mano a mano che esso ha maturato la propria capacità di affrontare anche Afe et nunc il problema complessivo della trasformazione della società (nel suo insieme, ma quindi anche nei suoi elemen ti), si è venuta a sviluppare sempre di più l ’ esigenza di contrap porsi anche «puntualmente» e anche «costruttivamente» al di segno delle forze dominanti. Si è sviluppata e consolidata, cioè, V esigenza di non limitarsi ad analizzare e denunciare i processi cui il capitalismo dava luogo nel suo modo di trasformare l ’ as setto dell ’ insediamento, ma di definire un disegno diverso, di dar luogo a processi diversi, di proporsi, quindi, obiettivi, stru menti e metodi capaci di affrontare e risolvere in modo diverso quella medesima realtà sulla quale i processi capitalistici si eser citavano: in un modo, ovviamente, coerente con gli indirizzi generali di trasformazione sociale propri alla classe operia, al blocco sociale che attorno ad essa via via si aggrega, ai suoi in teressi specifici e a quelli più generali dei quali essa è portatrice. Sarebbe certo ottimistico, e in modo eccessivo, affermare che una simile esigenza si è già compiutamente tradotta in una «cultura dei centri storici» omogenea agli interessi della classe operaia e da questa riconosciuta come tale. Se i due «limiti sto rici» cui dianzi si accennava — quello opportunistico e quello
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