Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

to operaio. Così come, in maniera più realistica, ciò potrebbe anche corrispondere ad una ipotesi di ammodernamento della attività produttiva agricola attraverso la spinta specializzazione del lavoro e un più alto contenuto tecnologico dell ’ attività stes sa: un disegno non contrastante con una strategia di sviluppo fortemente orientata dalla formazione del profitto privato, e comunque interno ad un processo cumulativo dei divari su sca la interna ed internazionale. Rischi oggettivi questi, ma è ancora da dimostrare che gli obiettivi di trasformazione della società in senso socialista non debbano necessariamente avere un elevato contenuto di moder nità. La garanzia che questo non sia appropriato da una strate gia di sviluppo solo razionalizzatrice è nella capacità di coin volgimento dei soggetti sociali a tutti i livelli di orientamento e di controllo della strategia. Ed è qui che si apre il problema della partecipazione, di cui farò in seguito qualche cenno, e delle finalità non corporativi stiche che ad essa bisogna dare. Ma è comunque sul terreno scientifico innanzitutto che si può guadagnare una nuova quali tà del lavoro anche in agricoltura (quanto questo concetto è stato settorialisticamente e intellettualisticamente ristretto solo alla fabbrica!) ed un atteggiamento positivo dei giovani verso questo tipo di lavoro. È su questa via, anche, che si può avviare il superamento della concezione del processo produttivo ai fini solo dello scambio, che si può allargare la coscienza del grande sforzo di solidarietà necessario per affrontare un problema di portata mondiale come quello della fame di centinaia di milioni di esseri umani. Ed è così, ancora, che si possono aprire spazi per aggredire la concezione tradizionale del lavoro dei campi, per rimuovere la cristallizzazione delle strutture proprietarie e dei modi di conduzione di un settore così segnato da una impronta di classe in senso conservatore. D ’ altra parte non bisogna dimenticare che in questi ultimi anni si sono create alcune condizioni che avrebbero potuto, e possono ancora se opportunamente potenziate, dar luogo a po sitivi cambiamenti se è vero che la spinta necessaria, anche se non sufficiente, viene dall ’ avanzare della democrazia. Di fatto a questo riguardo si è sottovalutato che l ’ agricoltura costituisce uno dei momenti principali, nello specifico caso italiano, del processo della redistribuzione dei poteri dello Stato, messo in atto in maniera faticosa e contrastata in questi ultimi anni. Non solo, ma l ’ agricoltura costituisce uno dei punti princi pali in cui è divenuto possibile avviare una politica di program mazione, peraltro finora abilmente evitata. A mio avviso questo è un nodo di grande importanza e ri chiama tematiche solo apparentemente distanti. Io credo che se si dovesse fare un bilancio dell ’ attività delle Regioni in agricol tura, una prima cosa andrebbe detta con certezza, e cioè che solo nelle regioni governate dalle sinistre si è avuto un avanza mento dell ’ autonomia regionale, si sono avviate importanti esperienze operative, si è stimolata una reale partecipazione a livello territoriale e si sono sviluppate nuove potenzialità. Ma questo si può dire del resto del paese? Ed è sufficiente dire che è la DC, con tutti i suoi legami clientelati e corporativi, col pote re centrale, che governa in periferia nel Mezzogiorno e perciò

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