Problemi della transizione 1980

Politiche economiche regionali

tra i paesi membri più forti o anche tra quelli più deboli che in contrano livelli di difficoltà pressoché uguali. Inoltre, tutti i paesi membri si verranno a trovare sullo stesso piano in relazio ne alla loro capacità di raggiungere il livello di occupazione ne cessario e di sfruttare la crescita della produttività che sono in grado di ottenere. Infine, tali provvedimenti porranno fine alla situazione che vede i paesi deboli eccessivamente dipendenti dalle compagnie multinazionali per la promozione della loro crescita e daranno loro una più grande libertà di scelta del tipo di sviluppo desiderato. I paesi più piccoli potranno optare tra la separazione o un qualche legame con i paesi più grandi, e do vunque si presenteranno le condizioni politiche ed economiche per una stretta integrazione, sia tra piccoli sia tra paesi grandi, non si porranno ostacoli alla sua realizzazione. Grazie a misure siffatte, l ’ appartenenza alla Comunità ap porterà vantaggi più consistenti tanto ai paesi deboli quanto a quelli forti. Un approccio di questa natura non solo si rende or mai indispensabile per l ’ Italia e il Regno Unito, ma è anche il solo per il quale, a nostro parere, la futura Comunità a 12 po trà configurarsi davvero come una istituzione che persegue l ’ obiettivo di un lungo periodo di crescita economica accompa gnata dalla convergenza tra i paesi membri. Abbiamo già detto che il recupero delle regioni meno svi luppate e la ripresa di quelle in declino è possibile a condizione che siano raggiunti appropriati obiettivi di crescita nazionale, facendo per esempio ricorso ai meccanismi di cui sopra. Ma, ovviamente, un tasso di crescita più alto a livello nazionale non garantisce di per sé uno sviluppo regionale equilibrato, come del resto ha ripetutamente dimostrato la passata esperienza di molti paesi membri. Non è certamente necessario che ciascun paese membro segua lo stesso percorso per rimediare alle disparità regionali al suo interno, anche perché i problemi da affrontare non sono tutti della stessa natura. Ciononostante, dall ’ esperienza dei ten tativi fatti nel passato si possono trarre alcune lezioni generali: soprattutto che lo sviluppo delle infrastrutture regionali non basta e che i sussidi regionali costano troppo e nel migliore dei casi risultano scarsamente efficaci. La politica dei controlli di retti, che limitano la crescita delle aree congestionate, non è stata perseguita seriamente al di fuori del Regno Unito, dove, sotto forma di Certificati di Sviluppo Industriale (IDC), sem bra che abbia prodotto risultati piuttosto soddisfacenti. Dal momento che il problema centrale degli squilibri re gionali è quello àeìV occupazione, è sorprendente constatare che non lo si sia affrontato più precisamente e direttamente con gli strumenti della programmazione dei posti di lavoro. Il con cetto che ora svilupperemo è quello delle «licenze di impiego». Per ciascuna regione o area locale si possono concepire de gli obiettivi di occupazione che in prima approssimazione sono traducibili in un numero prestabilito di posti di lavoro o di giornate-uomo necessarie per soddisfare i bisogni della sua po polazione senza emigrazione involontaria (nel caso di

Lo sviluppo regionale

157

Made with FlippingBook - Online catalogs