Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
verso organismi di massa nuovi e distribuiti, in maniera estremamente disomogenea sul terri torio nazionale, a riprova dei diversi livelli di partecipazione e di socializzazione delle masse popolari. Significativamente, viene rovesciata, in campo sindacale, la prescrizione che in pas sato imponeva ai comunisti di costituirsi in «frazione» all ’ interno delle organizzazioni di massa a base più vasta. Nonostante che la prassi della «cinghia di trasmissione» continui a sopravvivere o si affermi ex novo in maniera esplicita o sotterranea, le nuove disposizioni vietano ogni atto che formalmente metta in di scussione l ’ autonomia e l ’ indipendenza del sin dacato e di ogni altro organismo unitario. Una nuova intelaiatura organizzativa che, accanto ai principi notissimi (e che più colpirono e ca ratterizzarono l ’ immagine del «partito nuo vo») di apertura nel proselitismo e nelle iscri zioni, delinea l ’ attrezzatura di un partito che in termini realmente nuovi e diversi si presenta sulla scena italiana, di fronte a una società che, nel suo complesso, aveva una idea e una memoria assai vaghe e distorte su cosa fossero il comuniSmo e i comunisti. È significativo che Togliatti dichiari nel pri mo Consiglio nazionale del PCI, appena giun to in Italia, che «nell ’ illegalità si organizza il partito, nella legalità si organizza la rivoluzio ne» 4 , dove la rivoluzione è ovviamente intesa, secondo la concezione buchariniana a cui To gliatti resterà sempre fedele, come un processo che si svolge nei tempi lunghi, commisurati, nel caso specifico, alla conformazione storica della società italiana. 4. Ma in che termini si era organizzato il partito nella illegalità, quale linea di continui tà o di sviluppo sussiste tra l ’ esperienza dei co munisti nel periodo fascista e la profonda in novazione apportata dal «partito nuovo»? Al quesito non è davvero possibile rispondere mantenendo la discussione su un terreno pura mente o prevalentemente organizzativo, pure nell ’ accezione più ampia del termine; e biso gna premettere che su tutta la tematica com plessiva sappiamo ancora oggi troppo poco, mentre il suo chiarimento appare per molti versi di portata notevolissima per la compren sione non solo della storia del Partito Comuni
sta, ma di alcune peculiarità della stessa socie tà italiana. Non solo mancano spesso dati em pirici ed elementari, che costituiscano la trama di questa storia, ancora non uscita del tutto dal buio di ricordi dispersi o rimossi o dal di panarsi di una difficile tradizione orale, ma è mancato finora uno sforzo organico di raccol ta e di ordinamento di questi dati, e, soprattut to, la stessa riflessione sulle implicazioni che il prospettare ipotesi di ricerca di questo tipo comporta. Sappiamo tutto o quasi tutto sulla storia dei gruppi dirigenti dell ’ antifascismo fuorusciti dal paese, sulle loro discussioni, sulle lacera zioni e sulle ricomposizioni di cui è intessuta la loro storia. Sappiamo invece molto poco sull ’ attività «legale» o clandestina dei comunisti rimasti in Italia 5 , a contatto diretto con le strutture del regime fascista e con le tensioni di una società stagnante ma non immobile, parte integrante di una storia delle classi popolari durante il ventennio che è ancora tutta da scrivere e defi nire, di là dalle definizioni di massima e dalle semplificazioni approssimative e impressioni stiche («consenso», «dissenso», e così via). Partiamo dai dati più vistosi, e che interessa no più da vicino la nostra problematica: il Par tito Comunista esce dalla scena politica «lega le» dopo le leggi eccezionali con le connotazio ni di un partito operaio e operaista, con i suoi punti di maggiore incidenza accentrati attorno al triangolo industriale, e riemerge sulla scena nazionale durante la Resistenza come grande partito di popolo con le sue roccaforti nell ’ Ita lia centrale. Cosa è accaduto nel frattempo, at traverso quali vie e quali processi di scissione e di aggregazione all ’ interno delle classi popolari si è giunti a questo consolidamento, certo non improvviso ma maturato attraverso una lenta e impercettibile transizione, che andrà scom posta nei suoi termini politici, sociali e cultu rali? Il «lungo viaggio» delle classi popolari italiane attende di venire ricostruito, con la stessa sensibilità e la stessa precisione analitica dispiegata per lo studio degli intellettuali; in gran parte questa storia si identifica con quella del Partito Comunista, pur senza annullarsi in una specificazione partitica. Un partito di massa non nasce dal nulla,
4 Cfr. Verbale del primo Consiglio del PCI, a cura di M. Valenzi, «Studi storici», a. XVII, 1976, n. I, p. 195. 5 Questo filone di studi è stato inaugurato da P. S ecchia in L ’ azione svolta dal Partito Comunista in Italia durante il fascismo 1926-1932. Ricordi, documenti inediti e
testimonianze, in Annali dell ’ istituto Gian- giacomo Feltrinelli, Milano 1970, a. XI, 1969. Più che nell ’ accento posto prevalen temente sui problemi cospirativi e nella li mitazione dell ’ arco cronologico, il limite del volume consiste piuttosto nello scindere l ’ azione dei comunisti dal rapporto di ana
lisi e di comprensione del regime fascista. Cfr. le osservazioni critiche di E. R agio nieri , Il partito della svolta e la politica di massa, in La Terza Internazionale e il Parti to Comunista Italiano. Saggi e discussioni, Torino 1978, pp. 283-314.
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