Problemi della transizione 1980

Trasformazione o ridistribuzione del potere?

tendono a perdere valenza politica generale e collegamenti con le battaglie per la trasformazione della società «accentuando alcuni aspetti regressivi in gruppi e movimenti che esasperano il profilo individualistico delle proprie lotte» 4 . Le battaglie di magistrati, militari, docenti, medici e para medici si corporativizzano e si attenua fortemente la loro valen za politica generale di lotte per le riforme: per la riforma dello ordinamento giudiziario, per la riforma dei corpi separati, per la riforma della scuola, per la riforma sanitaria. Le Regioni si chiudono nella gestione dei poteri conquistati, sembrano ri nunziare a una battaglia per la riforma dell ’ intero assetto stata le e appaiono lontane distanti, quasi sconosciute ai cittadini in tervistati dalla Doxa. Il Parlamento si impantana e non riesce neanche a portare avanti l ’ ordinaria legislazione, bloccato dagli ostruzionismi radicali e dai non meno virulenti ostruzionismi degli interessi coalizzati e quando riesce a funzionare riversa sulle altre assemblee elettive leggi e leggine minute e invadenti o si limita a dare orpello alle vischiose mediazioni corporative. I recuperi di dignità delle assemblee parlamentari nel periodo della solidarietà nazionale portano ad alcune leggi significative che solo la fertile fantasia di giuristi può però ritenere leggi vi genti dello Stato boicottate come sono quasi tutte dai vecchi e nuovi apparati burocratici e dalle clientele parassitarle (la legge di riconversione industriale ne è l ’ esempio più clamoroso). Contemporaneamente, negli stessi mesi, «Mondo Ope raio» mette in discussione la validità stessa della strategia del potenziamento della rete delle assemblee elettive: perché desti nata a condurre «ad una democrazia consociativa a latente vo cazione totalitaria», a un soffocante «unanimismo assemblea re», a un «prepotere dei partiti per il tramite delle assemblee», a un eccessivo peso delle stesse rispetto «a voci professionali o tecniche e vocazioni dirigenziali di varia natura che esigono spazi propri che ne riconoscano l ’ autonomia e la responsabili tà» 5 . Una delle anime da cui questo gruppo è attraversato, il cui punto di riferimento è Giuliano Amato, si spinge ancor più in là e dalla critica passa alle indicazioni in positivo prospettan do modelli presidenzialistici (per arrivare — e proprio nell ’ arti colo pubblicato nel precedente fascicolo di questa rivista — un passo ancora più in là). A questa tendenza faceva eco (o ne era essa stessa eco) la silenziosa protesta della politica sommersa: la protesta delle schede bianche o annullate, del 43% dei voti del SI al referen dum sul finanziamento pubblico ai partiti, dei voti alle liste lo cali nelle regioni dell ’ arco alpino. La chiusura nella caverna del «privato» completa il quadro (certo non catastrofico ma co munque decisamente preoccupante): è crisi della partecipazio ne, è sfiducia nella trasformazione, è distacco dalle istituzioni, è muta protesta verso la violenza dilagante e verso le istituzioni inefficienti, è rifiuto del «politico». Mi sono riferito a «Mondo Operaio» — e non anche alla

sempre di A mato , Democrazia conflittuale e forma di governo, «Mondoperaio», 4, 1979.

4 P. I ngrao , Relazione all ’ assemblea del Centro per la riforma dello Stato del 23 ot tobre 1979 (in corso di pubblicazione). 5 Le espressioni sono di G. A mato ; v . fra i vari scritti in argomento quelli ora raccolti in Quale riforma dello Stato?, Quaderno di «Mondo Operaio», n. 9 (1978); v. anche,

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