Problemi della transizione 1980
Trasformazione o ridistribuzione del potere?
Non v ’ è dubbio che processi siffatti devono essere comple tati e portati avanti con decisione, ma è proprio vero che è il mancato completamento di tale strategia di ridistribuzione la causa di fondo della caduta del processo di riforma dello Stato? Non credo. Così si scambiano gli effetti con la causa. È nel- l ’ aver puntato sulla ridistribuzione come obiettivo prevalen te — e quindi su una ridistribuzione delle responsabilità non accompagnata da un effettivo decentramento del potere — la causa di fondo della caduta del processo di trasformazione del lo Stato. Non mi riferisco solo al senso comune delle masse che non sempre hanno «capito» e seguito questo aggrovigliato processo di ridistribuzione ed anzi hanno guardato ad esso con crescente diffidenza. Mi chiedo invece: era questa la domanda che veniva dal robusto movimento della fine degli anni sessanta e della pri ma metà degli anni settanta? Il moltiplicarsi di assemblee e di organismi di partecipazio ne rispondeva alle sollecitazioni di un «sociale» che alla fine de gli anni sessanta chiedeva di essere «rappresentato» con imme diatezza e in tutte le sue pieghe. Ma un tale affastellarsi era an cora rispondente a un «sociale» i cui connotati divenivano vieppiù complessi e insuscettibili di rappresentazione? Era ri spondente a una domanda che richiedeva più che «rappresenta zione» profonde «trasformazioni»? Qui appunto il momento di debolezza: il mezzo (la ridistribuzione del potere) si scam biava con il fine (la trasformazione); la «mediazione» prendeva il posto del «governo»; l ’ occupazione il posto della «direzione»; il «chi» decide sul «come» decidere; la rappresen tanza il posto della decisione (e una rappresentanza talvolta più lottizzata che reale). È qui il limite in cui si è imbattuto il pro cesso di riforma dello Stato: nel non riuscire a dare sbocco deci sionale alla democrazia di base; nel non essere riusciti a colle gare insieme sviluppo della democrazia di base e capacità di go verno, iniziativa dal basso e sintesi centrale, diffusione del po tere e sua efficienza ed incisività; nel non riuscire a costruire un sistema politico istituzionale in cui si producano decisioni di governo e che non sia bloccato dalla complessa ragnatela delle mediazioni; nel non riuscire ad evitare che le sedi di partecipa zione siano interlocutori in più che complichino la trama delle mediazioni senza semplificare e accelerare il processo decisio nale. Il mancato sbocco della partecipazione al governo ha dunque influito negativamente — così come ha influito la ero sione della politica di solidarietà nazionale — ma chi si sente di ritenere che l ’ ora x delle «decisioni» sia nella partecipazione dei due partiti della classe operaia al governo? L ’ andare al potere potrebbe anzi rappresentare una scorciatoia illusoria se posta in alternativa alle strade più difficili della costruzione di un ro busto potere democratico. E comunque può riflettere, più o meno consapevolmente, una concezione dello Stato come mac china neutrale pronta a rispondere alle sollecitazioni di chi va al posto di guida. Ben pochi intendono limitare a questo l ’ obiettivo del movi mento operaio ma come operare allora per dirigere un processo di trasformazione complessiva dello Stato e non — ecco il pun to — ridistribuire il potere di un modello di Stato, quello di im
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