Problemi della transizione 1980
Trasformazione o ridistribuzione del potere?
classe operaia italiana, anche se non sempre questi sono riusciti a trovare né la continuità né lo sbocco necessari (dalle lotte per le riforme agli inizi degli anni sessanta alla battaglia per la sin- dacalizzazione della Polizia). Ma non sono questi, o almeno non solo questi, i problemi. Bisogna risalire al rapporto «politica» ed «economia». Negli anni ’ 60 è stato marcato (ma complessivamente vano) il tentati vo della «politica» di condizionare le parti sociali, negli anni ’ 70 è stato più in risalto il tentativo di quest ’ ultime di attestarsi su mediazioni di tipo pattizio, favorite sia dal processo di unità sindacale sia dalla crisi del centro-sinistra e dal mancato decol lo della politica di unità nazionale. Ma è una supplenza che og gi comincia ad essere in crisi. Se le decisioni pattizie hanno con corso a svuotare le assemblee elettive e a sfiancare l ’ ammini strazione pubblica l ’ esaurirsi progressivo delle stesse evidenzia ancor più il vuoto formatosi. Le organizzazioni sindacali devo no porsi oggi un interrogativo di fondo: quale il ruolo delle isti tuzioni? Sono controparti come le altre? Hanno solo una fun zione di mediazione? O devono assumere una funzione di guida e di governo e attrezzarsi conseguentemente? Le risposte più ri levanti alla crisi del neocorporativismo pattizio, almeno finora, sono venute da opposte posizioni di classe, dalla prova di forza di Agnelli con i 61 licenziamenti passati sulla testa delle orga nizzazioni sindacali e dal richiamo severo (e quanto mai oppor tuno) di Amendola al ruolo dei partiti politici, e in particolare dei partiti della classe operaia. Ma nell ’ uria e nell ’ altra risposta il richiamo al ruolo delle istituzioni è sullo sfondo, in posizione marginale. E invece con le istituzioni il sindacato comincia a misurarsi (anche nella stessa organizzazione territoriale dopo le recenti decisioni assunte a Montesilvano) andando al di là delle forme di cogestione neocorporativa che hanno finora impanta nato le Confederazioni e sminuito la funzione strategica delle istituzioni politiche. Che altro può significare la richiesta della CGIL al Parlamento di fissare per legge «programmi di impre sa» se non la coscienza che bisogna passare da una visione in chiave tutta garantista della legge (vedi Statuto dei lavoratori) a un intervento della stessa, e quindi delle istituzioni, in campi fi nora rigorosamente riservati alla contrattazione? 10 E del resto quale sbocco potrebbero avere i successi conseguiti nella cosid detta prima parte dei contratti senza punti di riferimento in programmi di sviluppo elaborati a livello delle istituzioni in grado di dare sicuri punti di riferimento alla contrattazione su gli investimenti? E come non fare i conti con tutti gli strumenti (il credito agevolato, la Cassa integrazione, le partecipazioni statali) che in concreto realizzano la novità e complessità che ha oggi il rapporto Stato-economia 11 ? Il controllo della formazione delle risorse, del loro uso, della loro destinazione, cioè «l ’ uscita del capitalismo dovendo fare i conti con il capitale» (Napoleoni), non passa solo attra verso il conflitto industriale ma investe tutte quante le istituzio
10 Ma non tutto il sindacato è su questa posizione: permane nella CISL quella vec chia fiducia nel diritto privato e nel sistema pattizio (sostanzialmente antistatalista) che le fece guardare con sospetto allo Statuto dei lavoratori. (V. P. C arniti in «Mondo- peraio», n. 10 del 1978 e su « Rinascita »,n.
36 del 22 settembre 1979). 11 «L ’ indifferenza del movimento sindaca le al dibattito sulle politiche istituzionali» non tiene conto che le opzioni istituzionali «passano all ’ interno stesso della costruzio ne del movimento»: I ngrao , Masse e po tere, Roma 1977, p. 387.
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