Problemi della transizione 1980

Trasformazione o ridistribuzione del potere?

forma dello Stato. Altri limiti di carattere già specificatamente istituzionale erano, e sono, presenti all ’ interno della strategia stessa e alla fine hanno condizionato l ’ intero processo: a) la connessione partiti-assemblee elettive (sviluppo dei poteri delle assemblee ovvero incremento del potere dei partiti); b) il colle gamento tra assemblee elettive e strumenti di democrazia diret ta (dai referendum alle altre espressioni di chi non accetta la in termediazione partitica); c) il rapporto fra rappresentanza ge nerale e forme della rappresentanza delle categorie; d) il colle gamento delle assemblee stesse fra di loro al di là del generico richiamo al raccordo operato per il tramite della programma zione; e) e soprattutto il ruolo dell ’ esecutivo (e degli esecutivi) e degli apparati amministrativi. La posizione della sinistra su questi punti è stata debole e incerta e particolarmente evidente in una forza come la nostra impegnata in prima persona in un disegno di profondo rinno vamento dello Stato (per altre forze politiche il problema non si pone: non occorre una teoria dello Stato, lo Stato si occupa non si trasforma). Sono limiti che alla fine hanno pesato e cia scuno di essi è riuscito, per la sua parte, a ritardare il processo di riforma dello Stato e a dare spazio a interrogativi e a richie ste di inversioni di rotta: si è temuto che l ’ espansione del potere delle assemblee elettive rafforzasse non il respiro democratico dell ’ ordinamento ma il potere delle segreterie dei partiti; che i poteri di controllo delle assemblee elettive rispetto alle ammini strazioni fossero non conquista democratica ma invadenza par titocratica; che in nome delle assemblee elettive la «consocia zione» dei partiti tentasse di svuotare i referendum e gli altri strumenti di democrazia diretta; che per il tramite delle assem blee elettive si affermasse una visione totalizzante del potere pubblico; che la «volontà generale» non tollerasse dinnanzi a sé poteri autonomi; che dietro la centralità del Parlamento in real tà si nascondessero ritorni di fiamma neocentralisti in grado di soffocare le autonomie locali; e così via. Durante il travagliato triennio della solidarietà nazionale (durante il quale peraltro si sono acquisite alcune delle più im portanti conquiste dianzi richiamate: basti pensare al decreto 616 e alla nuova collocazione istituzionale del Parlamento) di storsioni (alcune inevitabili nel clima tormentato dello stesso) non sono mancate: gli «esperti» hanno imperversato spesso chiedendo ratifiche e non discussioni al Parlamento; taluni at teggiamenti e taluni disegni di legge hanno teso a contrapporre a un uso abnorme dei referendum una limitazione dei poteri di iniziativa popolare; le assemblee parlamentari con sussulti gia cobini hanno teso a contendere spazio ad altre assemblee; l ’ ese cutivo ha oscillato da momenti di particolare esaltazione dro gato dalle decisioni delle segreterie, tradotte in una valanga di decreti legge, a momenti di inerte galleggiamento assembleare; gli esecutivi delle Regioni a loro volta mortificati da un assem blearismo spinto a forme parossistiche (anche se dettato dalla lodevole intenzione di trovare particolari «forme» di intesa fra le forze politiche democratiche), che ha accentuato il ruolo di cogestione dei consigli regionali a scapito del ruolo di indirizzo e di governo. E si potrebbe richiamare ancora un interrogativo di fondo: se la concezione che fa perno, sul piano politico, esclusivamente sullo sviluppo delle assemblee elettive sia anco

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