Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ché i contropoteri o i momenti di autogestione siano la base per una diversa organizzazione di un potere «unificante» (non «uniformizzante»). E purché si risponda a due interrogativi. Il primo volto a chiederci se non siano da sottolineare anche mas sicci fenomeni di espropriazione delle assemblee elettive e degli stessi partiti politici da parte di altre e più rilevanti organizza zioni sociali. Il nostro precedente riferimento a talune degene razioni pansindacaliste porterebbero, piuttosto, a invertire la prospettiva in cui si pone Amato. Ed ancora le preoccupazioni di Amato sull ’ assorbimento totalizzante delle istituzioni sociali e delle categorie che conse guirebbe allo sviluppo «abnorme» del potere delle assemblee elettive; la ricerca che opera Mancini di robusti e agili contro poteri nella società civile; lo sforzo dei radicali di utilizzare i re ferendum come strategia democratica alternativa; il tentativo di individuare in una Corte Costituzionale e un Capo dello Sta to rinnovati e rafforzati i checks carismatici al potere delle as semblee elettive e dei partiti; le proposte di Panebianco e Stame per un intenso controllo sulla vita interna dei partiti (i «diritti del militante» di Flores D ’ Arcais); le proposte di Teodori per la istituzionalizzazione di «primarie» di Stato per la designazione dei candidati; le proposte di rafforzamento dell ’ esecutivo o di superamento della proporzionale; le proposte di incompatibili tà fra cariche parlamentari e cariche di partito, e così via (ed aggiungerei anche lo stesso richiamo di Berlinguer ai doveri che spettano ai partiti di massa 22 tenda a limitare la presenza «tota lizzante» e ingombrante dei partiti. Ma fino a che punto tali posizioni — è questo il secondo interrogativo che volevamo porre — tengono conto della crisi di legittimazione e comunque della caduta di «centralità» dei partiti stessi? Alla base di tutte le proposte di ingegneria istituzionale c ’ è il tentativo di colpire quest ’ ombra minacciosa e paralizzante; ma come è possibile in Amato e in altri 23 vedere nei partiti l ’ ombra di un Moloc in combente e non tenere conto né della diversa collocazione dei vari partiti nella società civile, né del loro diverso atteggiarsi nei confronti delle organizzazioni sociali e produttive e nei con fronti della loro stessa base e, soprattutto — è quello che qui ci preme mettere in rilievo — senza tenere conto della crisi di «centralità» che investe i partiti politici? Come contrapporre Locke a Hobbes senza tener conto della circostanza che Levia than non percorre le strade della politica italiana. Non mi rife risco ai segni manifestatisi negli ultimi mesi (dal voto nel refe rendum sul finanziamento pubblico ai partiti agli altri segnali prima ricordati) ma a segnali che vengono da lontano. Ed è un punto questo sul quale bisogna fermarsi un attimo e su cui oc corre iniziare un dibattito chiaro e aperto né rituale né cifrato. V Interrogarsi sulla crisi dei partiti non significa fare agita zione antipartitica né adagiarsi nelle facili soddisfazioni del

22 E. B erlinguer , Il compromesso nella fase attuale, «Rinascita», n. 32, 24 agosto 1979. 23 Fra gli altri va ricordato S tame il quale da un lato vede istituzioni ineluttabilmente colpite da una regressione autoritaria e vorrebbe dall ’ altro affidare alle stesse l ’ in

tervento «sui meccanismi di formazione della volontà dentro partiti e sindacati» (da ultimo, ancora una volta, in Crisi, diritto, politica cit., p. 7).

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