Problemi della transizione 1980

Trasformazione o ridistribuzione del potere?

qualunquismo. Non poche volte i partiti (ma quali partiti? e con quali differenze fra chi è al governo e chi all ’ opposizione) invadono spazi propri della società civile (nell ’ imprenditoria, nell ’ informazione, nel sistema educativo, nella ricerca, negli ospedali e così via) sostituendo alla «direzione» la «occupazio ne», al «pluralismo» la «lottizzazione», all ’ «egemonia» l ’ «in globamento». Ma tutto ciò esclude una loro sostanziale e cre scente debolezza, una grave crisi di «efficienza»? In questi 30 anni la debolezza della società civile soprattutto nel Sud e nelle grandi aree metropolitane ha portato non poche volte il sistema politico a coincidere tendenzialmente con il sistema dei partiti e la storia di questo dopoguerra, almeno fino al ’ 70, a porsi per molti versi come la «storia comune» dei partiti, dei loro scontri e delle loro convergenze di fondo 24 . Ma come trascurare — li mette in luce da ultimo Farneti 25 — i segni di una crisi crescente di centralità del partito di massa? La difficoltà dello stesso a creare tensioni ideali attorno a progetti complessivi; la difficol tà financo a creare opinione pubblica di fronte alla crescente ri levanza dei massmedia (radio e TV locali, giornali di opinione) comunque di altri soggetti e figure sociali (gli stessi pretori di assalto) che costringono i partiti a «inseguire» più che a «indi viduare» i problemi; la tendenza degli interessi a superare la mediazione dei partiti e a trovare forme dirette di espressione (da qui la caduta del collateralismo delle organizzazioni cattoli che e lo stesso grido di allarme di Amendola); la secolarizzazio ne dei partiti e l ’ emergere di movimenti-obiettivo tendenzial mente pragmatici che superano la mediazione universalizzante del vecchio partito ideologico (dai movimenti collettivi dei gio vani, delle donne, dei poliziotti, delle periferie urbane ai gruppi ecologici e alle liste locali); la stessa difficoltà di selezionare quadri e classi dirigenti (e non mi riferisco solo ai ministri tecni ci) per una macchina sociale sempre più ingovernabile e infla zionata da domande che richiedono risposte vieppiù comples se: sono tutti segni di debolezza cui non è possibile rispondere né con il richiamo a «utopie organicistiche» 26 né ignorando, di rebbe Baget-Bozzo, che la crisi dei partiti è un aspetto della crisi stessa della forma «Stato» nazionale, quale uscita dalla rivolu zione giacobina. Ma non è neanche realistico gridare ai pericoli derivanti da partiti (ovviamente il PCI in primo luogo per la sua eredità gramsciana) la cui concezione «pedagogica» può ap piattire ogni autonomia della società civile e diffondere lo Stato «sulla» e «nella» società quando i problemi di fronte a cui ci troviamo sono di segno opposto: basti riflettere sulla maggiore capacità di attivazione dei partiti nel momento propagandistico più che in quello educativo-formativo. Di tutto questo dobbiamo prendere atto: rimanere abbar bicati a vecchie certezze significa fuggire dalla storia e accumu lare nuovi ritardi. Ma non sono vecchie certezze anche quelle di Amato e di quanti sopravvalutano la forza totalizzante del si stema dei partiti?

1979, p. 26 e segg.). 26 M. C acci ari , Esame di coscienza di un comunista militante, «Repubblica», 1979.

24 Secondo la nota tesi di fondo di P. S coppola ( v . La proposta politica di De Gasperi, Bologna 1978). 25 Elementi per un ’ analisi della crisi del partito di massa in «Democrazia e diritto», 1978, p. 713 e segg. (ma v. anche U. C er - roni , Teorie del partito politico, Roma

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