Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Non è il caso di chiedersi piuttosto — preso atto con co raggio che la crisi non è solo né economica né istituzionale ma investe anche la forma «partito» 27 — come è possibile far fron te alla frantumazione e alla disgregazione della società? Come far fronte alla crisi del modello neocorporativo? Accrescendo la autonomia del sociale dal politico ovvero recuperando e rilan ciando una effettiva capacità di direzione e di sintesi dei partiti? Una direzione che non sia né occupazionale, né lottizzazione, né mortificazione del sociale; un rilancio che non tolga spazio a quanti non si riconoscono nella intermediazione partitica, che non soffochi i contropoteri ma ne superi la separatezza incon cludente e disgregante inserendone la carica di trasformazione in progetti unificanti. Ma una direzione e un rilancio che com porti non la ricomposizione, sia pure su basi più avanzate, dei vecchi rapporti in crisi ma la loro profonda trasformazione. Quella trasformazione che — ma qui il tema si può solo sfiora re — sarebbe gravemente compromessa da una svolta istituzio nale che svilisca il ruolo delle assemblee e accentui la crisi dei partiti di massa riducendoli progressivamente come negli Stati presidenziali a pure macchine elettorali. Qualunque soluzione istituzionale che mortifichi i partiti non può che innescare «un processo non di dilatazione della politica al di là delle frontiere dei partiti ma di restringimento della politica» e quindi togliere «fondamenti di massa al governo del paese, al momento del paese, al momento del comando, ad una nuova razionalità» 28 . Non può che condurre a uno Stato che si regge per propria au tolegittimazione, sostituendo progressivamente l ’ « amministra zione» alla «politica», il «sistema» alla «partecipazione», che si muove «verso il centro e verso l ’ alto mai verso la periferia e verso il basso» 29 . Il «politico» non può essere in balia del «sociale» (ha biso gno, appunto, di una sua «autonomia»), deve potere progetta re il sociale 30, ma non può neanche pretendere di ridurre sem pre a unità la complessità del sociale stesso. Nell ’ uno e nell ’ al tro caso si tratterebbe di un potere tale solo di nome. Chiedia moci piuttosto: come è possibile ridare progettualità competiti va ai partiti non inglobando gli interessi ma chiamandoli a con frontarsi con progetti-obiettivo; come garantire capacità di sin tesi e ampio dibattito interno senza il ricorso a formule magi che e consolatorie; come valorizzare la faccia dei partiti rivolta verso lo Stato e insieme quella rivolta verso la società civile sen za disperderli e impantanarli né nelle istituzioni né nei movi menti, senza far prevalere né la «politicità» rispetto alla «par zialità», né viceversa questa ultima rispetto alla prima; come valorizzare la regola maggioranza-minoranza in una cornice di solidarietà superando sia il reciproco condizionamento-ricatto sia la paralisi decisionale, sia le tentazioni «spartitorie» (su cui giustamente insiste Amato in altre sedi 31 ) sia la mera gestione dei reciproci rapporti di forza? La politica non sta tutta dentro le assemblee o dentro i
27 E non solo in Italia: v. P oulantzas , La crise des partis, «Le Monde diplomati- que», settembre 1979. 28 I ngrao , Relazione cit. 29 F. C iafaloni , La Repubblica corporati va, «Quaderni piacentini», giugno 1978, p. 36.
30 C acciari , Le più mortali miscele per l ’ intelligenza, «Rinascita», n. 47, dicembre 1979. 31 V. Economia, politica e istituzioni, Bo logna 1977.
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