Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

condizione si aggiunge il fatto che sovente i tempi di ritorno di investimenti energetici già convenienti sulla base dei costi odierni sono superiori a quelli accettati dall ’ industria (non più di tre anni) o dai privati (ancora più brevi), ne discende la ri dotta efficacia del solo mercato nel determinare le opportune scelte energetiche. Solo una diversa gestione dello sviluppo, basata su una programmazione nell ’ uso di tutte le risorse (che conservi nel li mite del possibile le prestazioni all ’ utenza con una riduzione de\V input di materie prime), può consentire ai paesi industria- lizzati di uscire dall ’ attuale, tragica spirale inflazione- recessione. E ciò vale afortiori per i paesi non ancora sviluppa ti. L ’ attuale scarsità economica del petrolio mette infatti in evidenza l ’ improponibilità di un modello di sviluppo, come quello capitalistico, esteso a tutto il mondo. Se già oggi questo modello, applicato a poco più del 17% della popolazione mon diale, mette in crisi l ’ intero pianeta, sarebbe inimmaginabile un consumo annuo di energia pro-capite di 8 tep (vicino cioè a quello degli Stati Uniti) in tutti i paesi: ciò equivarrebbe ad un consumo globale pari a circa 32 miliardi di tep all ’ anno contro i 6,5 miliardi nel 1977, obiettivo palesemente impraticabile in assoluto ed a fortiori con un modello di consumi basati preva lentemente su fonti non rinnovabili. E pertanto evidente che le prospettive di sviluppo dei paesi industrializzati, come di quelli in fase di industrializzazione ed in fase pre-industriale, sono legate ad una futura riduzione nei primi della domanda di energia (soprattutto in termini di fonti non rinnovabili). Ciò non significa affatto una riduzione per centualmente eguale per tutti i paesi, come si è proposto anche a livello dell ’ Agenzia Internazionale dell ’ Energia; le diminuzio ni nei consumi dovrebbero colpire maggiormente i paesi con più elevata domanda pro-capite (a partire dagli Stati Uniti) ed essere altrettanto selettive all ’ interno dei singoli paesi. Considerazioni analoghe valgono anche per gli stati dell ’ Europa orientale, caratterizzati da uno sviluppo «energy intensive». L ’ obiettivo è insomma quello di disaccoppiare per quanto possibile i fattori economici e sociali che intervengono a deter minare una politica dello sviluppo dalla domanda di energia che essi hanno storicamente stimolato. La sostituzione di fonti energetiche con altre, le politiche di conservazione dell ’ energia, mutamenti nella natura delle produzioni (o dei prodotti) e dei consumi, un diverso assetto territoriale, una politica dei prezzi e delle tariffe congruente con le azioni e gli obiettivi testé indi cati rappresentano appunto gli strumenti per realizzare il mas simo disaccoppiamento possibile. Tutto si tiene, insomma. In politica interna come in polit- ca internazionale. In economia, nella gestione del territorio e delle sue risorse, come nei rapporti fra le classi. Le difficoltà, anche fra le forze di sinistra, nel far camminare un progetto al tempo stesso comprensivo di tutte queste esigenze ed articola to, risultano evidenti, anche se non giustificano certi ritardi. A fronte di queste problematiche, l ’ elenco di enti, di inizia tive, di leggi e di proposte di legge, con cui Fieschi conclude sconsolatamente il suo intervento, rappresenta solo un primo,

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