Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nomio umanità-libertà. Sembra quasi che alle risultanti concre te del rapporto con Soffici e Palazzeschi (l ’ ironia, il sogno, la fantasia creatrice, la simultaneità) che dominano nel ’ 14, con solidando la scelta già effettuata in direzione francese (Breton, Apollinaire, Reverdy, ecc.), progressivamente negli anni T5-T6 si sovrapponga una volontà ricostruttiva di stampo net tamente «vociano» con un ritorno ai motivi originari (prelacer- biani) che stabiliscono nuove e motivate lacerazioni in un ’ ottica «spiritualistica» che impone il superamento dello sperimentali smo pseudofuturista e apre una dinamica prospettiva di lavoro. È in questo senso che non sorprende, nelle lettere a Papini del ’ 16 e ancor più del ’ 17, il riaffiorare di nomi accantonati nel passato recente (Prezzolini, Jahier, Boine, Serra), e la volontà di collegamento col nuovo spazio della «letteratura» proposto dalla «Voce bianca» di De Robertis (anche questo nome che torna insistente a proposito della composizione del Porto). Si legga, a questo proposito, la parte conclusiva di una lettera già citata (a proposito dei colloqui con Thuile, e certamente del 1916) in cui, ripercorrendo le tappe del rapporto con Papini, vengono stabilite con estrema consapevolezza le ragioni di un legame che ha dato esiti non trascurabili: «... E quando ci siamo visti a Parigi? E quando m ’ hai accolto in “ Lacerba ” ? E quando hai pubblicato le 100 pagine di poesia? E la “ Voce ” di De Robertis? E le sue quattordici poesie? E il no stro incontro a Firenze? Io sono rinato tutte queste volte per es sermi sentito al collo le tue braccia fraterne. E ora questa tua lettera, tutta commossa, che mi apre una via più larga nel mon do, una mia via dove posso andare confortato perché qualcu no, il migliore, mi ha sentito, e purificarmi ancora di più. Papini, devo dirti grazie? No, la gratitudine è servilità; ti dico che ti guarderò con amore più attento; che cercherò me glio nella rete della tua passione i fili della mia; perché nessuno più di te, con più intensità e precisione, ha espresso liricamente la nostra epoca, perché sei la nostra misura più vera se voglia mo cantare con libertà. Ti abbraccio, tuo Ungaretti». D ’ altra parte il discorso potrebbe essere tranquillamente rovesciato: cantare con libertà non sarebbe stato possibile se quel clima «morale», finalmente recuperato, non si fosse inne stato sul processo liberatorio della «parola» perseguito con straordinaria coerenza negli anni dell ’ apprendistato francese e nel contatto positivo con i due protagonisti dell ’ avanguardia la- cerbiana (Soffici, e in primo luogo Palazzeschi). Luciano Ance- schi, in un suo intervento pubblicato sul «Verri» nel 1974, mi sembra abbia colto con grande efficacia il delicato processo di interrelazione che s ’ istituisce tra sperimentalismo avanguardi- stico e preesistente contesto spiritualistico nel determinare la poesia ungarettiana nel momento del Porto: «Ungaretti dovette molto ai futuristi; s ’ è detto; ma come accade in circostanze par ticolari a taluni poeti, egli si trovò presto a distruggere ciò di cui s ’ era nutrito, e come a cancellarlo. Certo negli anni fervidi e confusi — dico gli anni fra il 1906 e il 1915 — di un apprendi stato, di cui per quanto lo riguarda sappiamo pochissimo, egli si provò a tentare varie strade avventurosamente e pure con in credibile pazienza. Tra crepuscolari e futuristi, tra simbolisti e cubisti, egli provò tutte le indicazioni del tempo, incontrò cer tamente difficoltà grandi; avvertì certamente che certe strade
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