Problemi della transizione 1980

Ungaretti e l ’ avanguardia

erano orami esaurite o fatte private, e visse alcuni fallimenti. Quando ai futuristi, egli si trovò anche davanti al fatto che il movimento aveva paradossalmente inventato una nuova lingua letteraria e poetica, perfino nelle convenzioni, nei segni, nelle giunture minime. Se da un lato egli ne trae qualche stimolo, di rettamente, e una sorta di starting-point per il suo viaggio, dall ’ altro considerò il sistema come debole e imperfetto proprio nel suo assunto costitutivo di novità estratta ed irrelata [...] Lo spiritualismo degli inizi del secolo gli parve la strada giusta per fondare una restaurazione ricca di “ contenuto morale ” [...] il rifiuto del futurismo avvenne anche con riferimento alla lingua letteraria con una denuncia insieme di sproporzione e di mate rialismo che acquista un senso soprattutto entro il contesto spi ritualista in cui venne pronunciato...». Di quel contesto spiritualista al quale era giocoforza rifar si, Papini gli apparve, proprio in quegli anni, il leader incontra stato. E poco conta la necessità di compiere un passo en arrière di fronte alla necessità di saldare il futuro ad un passato che continua, nonostante tutto, a giocare il suo ruolo. La lettera che ho citato mi sembra comprovare a pieno l ’ indicazione di Anceschi. D ’ altra parte sarebbe inutile insistere ulteriormente su questo dato che ho forse troppo personalizzato in direzione papiniana. Sta di fatto che a quello che Mengaldo definisce «tentativo di integrale teatralizzazione del discorso lirico vocia no» contribuì in varia misura tutto il gruppo variegato dell ’ avanguardia fiorentina, affiancando e progressivamente aiutando a defilarsi dagli stimoli eversivi delle «parole in liber tà» e delle «immagini senza fili». Sul fondo della nuova «sensibilità temporale» acquisita nell ’ ottica bretoniana (e per Glauco Cambon l ’ elemento diffe- renziante dal futurismo è proprio questo: «...se i futuristi di stretta osservanza — dice Cambon — coltivavano il parossi smo della velocità, e dunque sentivano il tempo con estrema ac celerazione o intensità ritmica esteriorizzata, Ungaretti lo sente come consumazione entropica da redimere in una durata inte riore o nell ’ attimo dell ’ “ epifania ” . ..»), il poeta del Porto può ora innestare con sicurezza lo spazio recuperato della propria libertà etico-sociale (favorito in questo dal drammatico impat to della guerra) nonché le risultanze ultime del futurismo, deli bate in primo luogo attraverso la visionarietà di Apollinaire, ma anche attraverso l ’ impasto inquieto del fantasioso «chimi smo» sofficiano e della dissacrante ironia palazzeschiana. L ’ operazione, come si vede, fu quantomai complessa, aperta a soluzioni di prevedibile complessità, per cui, come ha ben visto Ossola nel suo saggio che è tra i contributi più validi dell ’ ultima stagione critica, i luoghi ungarettiani, ai quali è ancorata VAlle gria «affondano saldamente le loro radici nei nuclei mitici e simbolici dell ’ 800 in prevalenza francese, e traggono gli ele menti metrici dall ’ eredità pascoliana e mallarmeana, consuma ta negli esperimenti delle avanguardie contemporanee, da Pa lazzeschi a Reverdy». Così Ossola può concludere che se è grande l ’ incidenza del futurismo negli artifici strutturali utili a liberare la parola «immemore», è stata in Ungaretti l ’ influenza degli amici, in quell ’ area operanti non solo nello stimolarlo a partecipare all ’ attività di «Lacerba», ma nel fornirgli concreti elementi di un lessico rinnovato e più vario.

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