Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Quindi è proprio una precisa volontà di autenticità di stampo vociano a saldarsi — come vide giustamente Contini — col culto della bellezza, fino a determinare con VAllegria di naufragi nel ’ 19 la nascita del «primo poeta vero che abbia in trodotto nel verso italiano autentiche innovazioni formali». Detto questo, vorrei però tornare sul concetto del «grup po» e sulla funzione svolta in questo senso dall ’ avanguardia fiorentina. Il senso di compartecipazione e di solidarietà che Parigi non poteva offrirgli (le spinte furono molteplici e certa mente determinanti, ma è evidente il carattere autonomo e spesso divergente delle singole esperienze compiute in quegli anni) e che il materialismo marinettiano non gli consentiva, a mio parere fu cercato mediante il ponte istituito, proprio nel T3-T4, tra Parigi e Firenze. Se la mano che sperimenta traccia le prime righe sul tavolo parigino, la mente torna insistente mente alle immagini lontane del breve soggiorno fiorentino e agli incontri di allora; per cercarvi appunto i compagnons de route, le «spalle» che occorrono per superare gli ostacoli e le esitazioni inevitabili. Ne\V Autoritratto di Soffici c ’ è una splendida rievocazione del primo incontro fiorentino, una rievocazione che in parte contraddice quanto Ungaretti afferma nell ’ intervista a Mezio apparsa sul «Tevere» di Roma nel ’ 32 («Prima della guerra, in un caffè a Parigi, alla Closerie de Lilas, avevo conosciuto Soffi ci, Papini, e Palazzeschi che erano venuti lassù per un ’ esposi zione di pittura. Questo caffè era una specie di forno che stava aperto tutta la notte. Vi si andava a piccoli gruppi; tutti i mar tedì. E fu così che avendo conosciuto loro che facevano “ Lacer- ba ” , fui invitato a collaborare»). Fuor di dubbio l ’ incontro pri maverile a Parigi, nel 1914, con i lacerbiani: che quella sia stata l ’ occasione per stringere definitivamente i rapporti mi sembra indiscutibile. Ma, almeno a detta di Soffici, l ’ impatto col grup po fiorentino di estrazione vociana era già avvenuto e in modo più determinate e più significativo di quanto non si potesse so spettare, qualora il ritratto dell ’ Ungaretti «vociano» non sia tutto, o in parte, dovuto all ’ inventiva di Soffici: «... era capita ta un giorno nella Libreria della Voce, credo giunto da poco dall ’ Egitto, una figura di uomo singolare. Negletto l ’ abito, le spalle curve, i capelli al vento, la bocca a ciantella, tirata giù d ’ angolo da un mezzo toscano spento, gli occhi felini appena a tratti visibili tra le palpebre semichiuse, parlava a voce ora fie vole, lamentevole, quasi spenta, ora stridula, sarcastica, ora al ta e squarciata nell ’ empito del discorso, spesso intramezzato di espressioni francesi. Era un poeta: era G. Ungaretti; e bastaro no poche parole, articolate in quella sorprendente gamma di suoni, per farmi capire che sarebbe stato, e anzi era già dei no stri. Né ci eravamo ingannati: di li a poco “ Lacerba ” comincia va a pubblicare versi suoi. A mobilitazione avvenuta rividi U. soldato di fanteria dei più scalcinati, come allora si diceva, g/4 partecipante appieno alla vita del gruppo (rifattosi ormai sol tanto vociano), ma sul punto di partire da un momento all ’ al tro verso il suo destino militare» (e incontri con Soffici avven nero anche al fronte, come testimoniano due lettere dell ’ archi vio Papini). Straordinariamente efficace la qualità pittorica del ritrat to. Ma quel che mi preme sottolineare sono le due frasi (parte
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