Problemi della transizione 1980

Ungaretti e l ’ avanguardia

dadori: La doctrine de «Lacerba» (1920), Dall ’ estetica all ’ Apo calisse o I denti di Zimbo (1926), soprattutto la Commemora zione del futurismo (1927) e Naufragio senza fine (1931) e al percorso compiuto dalla «crisi della parola» alla nuova dimen sione morale dell ’ «uomo di pena» («Se le mie prime preoccupa zioni furono di cogliere la parola in istato di crisi, di farla con me soffrire, di provarne tutta l ’ intensità, di alzarla come una fe rita di luce nel buio, se la mia poesia vuole essere sempre come uno schianto carnale che apra il volo a fiori di fuoco, una luci dità cruda che per vertigine faccia salire l ’ espressione all ’ infini to distacco dal sogno, se la realtà mi preme così tanto, poteva essere indifferente alla grande miseria che negli ultimi anni s ’ è precipitata sul mondo? Questa miseria orrenda poteva non commuovere un poeta? E lo ha indotto, in un dialogo dramma tico come se stesso, a riflettere sui problemi che non sono suoi personali poiché essi investono l ’ uomo nella sua stessa ragione d ’ essere; riflessioni nelle quali si agita liricamente il desiderio dell ’ uomo, inappagabile forse, che sia raggiunta in terra una qualche unità morale. E di che cosa oggi ha bisogno il mondo, se non d ’ un principio d ’ unità morale?» [Le mie prime poesie -1933]). D ’ altra parte se il futurismo sarà per Ungaretti un vero e proprio problema critico negli anni ’ 20- ’ 30, quasi un nodo da sciogliere per chiarire a se stesso la strada percorsa e prenderne progressivamente le distanze nello spazio tra V Allegria e il Sen timento, non altrettanto accadrà per i due protagonisti dell ’ avanguardia fiorentina, Soffici e Palazzeschi, che anche individualmente rappresentano un punto di riferimento non mai messo in discussione. Concludendo il suo celebre interven to nel 1920 {La doctrine de «Lacerba») Ungaretti attribuisce particolare importanza alle opere dei due amici fiorentini, affi dando all'incendiario e al Codice di Perelà un valore di «aper tura» per l ’ avanguardia italiana, e ai Chimismi lirici una rile vante funzione conclusiva: «L ’ Incendiario et le Codice di Perelà de Palazzeschi, les Rarefazioni de Govoni, les Sintetismi de Fol gore, Hermaphrodito de Savinio, les Parole in libertà de Mari netti et cette Opera prima de Papini et ces Chimismi lirici de Soffici que je place aussi haut que les llluminations et les Calli- grammes, tout cela a précédé de quelques années la parution du dernier recueil de vers de notre inoubliable Apollinaire». E un anno prima, nello scritto del 7 marzo 1919 ( Verso un ’ arte nuo va classica), aveva già indicato nei Chimismi, affiancandoli sempre all'Opera prima di Papini, uno dei contributi fonda mentali che, negli anni della sperimentazione, lo avevano aiu tato «a raccattare i frantumi dell ’ orologio per provare d ’ inten- derne il congegno». «Ed è con umiltà — conclude — che rin grazio a questo punto Papini e Soffici i quali, in quindici anni di seria passione alle arti, mi hanno dato, e non solo a me, più di un chiarimento,l ’ uno specialmente con Opera prima-, l ’ altro con Chimismi lirici, le quali rimangono ancora tutt ’ oggi contri buti fondamentali». Per Palazzeschi, poi, basterà ricordare con Rebay la lettera parigina a Papini in cui si afferma: «Sono convinto che più di una tendenza lirica che poi ha fatto furore all ’ estero è stata sco perta da Palazzeschi». Non solo; ché un peso decisivo — come ha ben visto il Rebay — dovette svolgere anche l ’ idea di un

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