Problemi della transizione 1980
Ungaretti e l ’ avanguardia
poco — rinserimento parigino del «nomade» in cerca di una patria ideale. Per Palazzeschi il discorso è diverso. Forse più delicato e complesso fu il rapporto umano e artistico che legò i due nel corso degli anni. L ’ indipendenza costituzionale di Aldo Giurla- ni, il suo temperamento schivo e raccolto, dovettero esercitare una notevole influenza sulla sensibilità di Ungaretti, così come la disposizione ironica calata nel cuore della tradizione per scardinarne le vecchie strutture dovettero apparirgli come la di mensione più consona a stabilire una sua effettiva autonomia di scrittore in lingua italiana. Così il nuovo collaboratore di «Lacerba» ebbe a subire la novità del verso palazzeschiano non come passiva acquisizione ma come impulso costruttivo per procedere oltre i modelli pascoliano e dannunziano e — perché no — oltre lo spazio crepuscolare da cui proprio l ’ autore dell ’ inawdwrzo aveva preso le mosse. Sta di fatto che l ’ opera di Palazzeschi è per Ungaretti un valico da attraversare; ma un valico che non si chiude alle spal le. In altre parole, Palazzeschi rappresentò per lui la mediazio ne operativa tra umanità e tecnica, tra presente e passato, tra invenzione e tradizione, in un ’ epoca di facili rotture e sbrigativi rifiuti. L ’ attraversamento e il superamento del futurismo affi dati da Palazzeschi al Controdolore e agli scritti di quegli anni fu in definitiva la spinta fondamentale necessaria ad Ungaretti per proseguire oltre i risultati di «Lacerba». Nell ’ «uomo di pe na» è presente con una rilevanza notevole, anche se costretto al fondo della coscienza, nei gorghi dell ’ inconscio, il rifugio pa lazzeschiano della grande tragedia che sconvolge l ’ Europa. Ec co perché continua ad emergere, nel corso di una storia lun ghissima, la consonanza profonda che lega il poeta del Porto e de\V Allegria alla solitudine di chi ha scritto i Due Imperi man cati. L ’ Ungaretti delle poesie di guerra non ha dimenticato il vero, l ’ autentico compagnon de route, l ’ unico che veramente consuoni con la sua pena esistenziale. Per convincersene baste rà leggere un biglietto dal fronte, inviato a Papini, due righe soltanto: 6-5-1918 - «Ti ho scritto ieri, sono in pena in pena per Palazzeschi. Come farebbe a resistere. Se potete impedire, fate di tutto. Lui così gracile». Questa a me sembra una testimonianza indiscutibile; un appello dell ’ animo, un sussurro rivelatore. Più tardi, nel 1920 una delle rare lettere ungarettiane conservate nell ’ archivio Pa lazzeschi presso la facoltà di Lettere dell ’ università di Firenze, Ungaretti commenta in questi termini la lettura dei Due imperi mancati che l ’ amico lontano gli ha inviato a Parigi: del timbro postale illeggibile tranne Panno (1920), inviata con in dirizzo del mittente (Paris - Rue Campagne Première 9) - «Mio caro Palazzeschi, ti scriverò più a lungo. Mi hai fatto ridere, piangere; m ’ hai illuminato, e toccato il cuore. Ho vissuto quest ’ anni tra i rimorsi e le ubriacature; era necessario ubria carsi per dimenticare di “ sentire ” ; il male è che ho finito per cre dere che fosse una fede, e a farmi strumento della colpa. Poco a poco la benda mi è caduta dagli occhi, e vedo i “ farisei ” ; ma li ritroveremo tutti; tutti gli illusi dalla mala illusione, riprende ranno la buona strada; i “ mercanti ” di morale seguitino pure la loro, il loro viso “ falso ” ci è apparso com ’ è, oramai, e spero di non sbagliare più e di “ contribuire ” a non indurre più nessuno
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