Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
in errore. L ’ aprire il tuo libro è l ’ unica poesia che mi arrivi d ’ Italia, da tanto tempo, e veramente italiana. Mi hai dato una bella, e a tanto tanto, giornata! Grazie! la farò amare dai poeti di qui, come merita. Grazie. Il tuo Ungaretti». Ho sottolineato alcune frasi del biglietto postale poiché mi sembra che confermino, se ancora fosse necessario, il tipo di consonanaza che collega i due amici. Il loro è pur sempre un rapporto coerente, recuperato passo passo nella «storia» di quei sei anni che hanno sconvolto il mondo. Se il poeta di «La- cerba», l ’ autore del Controdolore, lo aveva aiutato forse più di ogni altro compagno di strada a scoprire il funzionale rapporto tra mitica evocazione dell ’ infanzia e ironica consapevolezza della realtà, lo aveva aiutato — dicevo — a superare il primo difficile impatto con una nuova dimensione poetica, ora l ’ auto re dei Due imperi stimola l ’ «uomo di pena» a chiarire fino in fondo le ragioni del suo disagio esistenziale. L ’ antibellicismo palazzeschiano rivela ora, senza mezzi termini e senza il filtro dell ’ ironia, la propria consistenza umanitaria (ricordate: «... Incominciano ad arrivare nella nottata, i treni carichi dei pove ri friulani. La sorte aveva tagliato loro in un istante le fila tessu te pazientemente durante anni e secoli: casa, famiglia, lavoro, averi... erano creature divette dalla società e lanciate nel vuo to...»), e contribuisce ancora una volta a porre in evidenza i termini del problema. Così la benda può definitivamente cade re dagli occhi dell ’ autore di Fratelli e dei più alti documenti poetici che la guerra abbia dato all ’ Italia («... con il Kobilek di Soffici, con questo mio Porto, con Baldini, non c ’ è altro dal fronte di degno...» dirà in una lettera del 1916 a Papini). An che in questo senso il sodalizio con Palazzeschi resta un dato fondamentale nell ’ evoluzione ungarettiana. Non sarà un caso che anche per Palazzeschi, dopo l ’ esperienza dei Due imperi e del diario militare, la dimensione avanguardistica degli anni giovanili possa dirsi conclusa. Il percorso dei due compagni, anche se divergente, subisce dopo il venti un risoluto colpo di timone. Ma questo è un altro problema. Certo ora la benda è definitivamente caduta: quella che si era creduta una fede ha rivelato il suo fondamento illusorio. Resta tuttavia inalterato il senso religioso della vita e dell ’ uo mo, la volontà di un «canto» che può redimere la pena. Già all ’ inizio della guerra, in una lettera del 1915 inviata a Papini dall ’ ospedale di Biella, Ungaretti aveva insistito sull ’ aspetto re ligioso e popolare della sua «vocazione»: «Resto un uomo di fede. Oggi posso essere la cosa passiva che qui o là si colloca, e non si lamenta. Mi si può buttare nella petraia fangosa e mi si può confinare tra i malati. Domani sarò forte, je serai le con- quérant. Ho provato in tutti i sensi la terra e i suoi abitanti. Ho imparato l ’ indefinibile sorriso dell ’ uomo che non ha più pregiu dizi [...] E amo questa terra vezzosa ed epilettica, questa furio sa e mite Italia, e amo il suo popolo giacché m ’ amo oltre misu ra. Sono tanto italiano, e tanto un italiano di popolo, mio Papi ni. Sono nato dal popolo, da contadini che migliaia d ’ anni in un fiato di terra in San Concordio di Lucchesia si rifacevano quietamente, razza di una purezza come poche altre ramificate al chiaro. E mi avvenne di nascere lontano in una cosmopoli, in un ’ antica fucina di contrastanti civiltà. Ho incrociato come un Guerin Meschino i quattro punti cardinali alla ricerca, tremén-
56
Made with FlippingBook - Online catalogs