Problemi della transizione 1980

Ungaretti e l ’ avanguardia

damente deliziosamente ostacolata, della mia consanguineità. Sono un italiano di nostalgia. Ma ho imparato che l ’ ebbrezza, la vita, l ’ illusione, la poesia era l ’ ostacolo. Ma sono un italiano di nostalgia ...» Ancora uno straordinario capitolo dell ’ autobiografìa un- garettiana che anticipa tuttavia le amare considerazioni del 1920, tracciate sulle ceneri ancora calde dei paesi che la guerra ha distrutto, nel ricordo di chi ha diviso con te la pena e per sempre ti ha lasciato. D ’ altronde di li a poco è già in atto il bisogno di fissare de finitivamente nella pagina la propria dolorosa autobiografìa, il ricordo di quegli anni di strazio e di poesie (scrive nel ’ 17 dalla zona di guerra: «... che pensi di una raccolta di tutte le mie poesie che porterebbero il titolo Zona di guerra e nella quale comprenderei il Porto, il Cielo, quelle della Riviera e qualche prosa lirica?»). Così fin d ’ ora è già nata l ’ idea della raccolta del ’ 19, quella summa poetica a cui lavorerà con accanimento e straordinaria consapevolezza. Da Torino, nel 1919, prima di partire per Parigi, racco manda all ’ amico Papini di star dietro all ’ edizione e di curare l ’ invio delle bozze: «Per il mio libro, di cui le bozze dovranno essere mandate all ’ indirizzo che indicherò, ti prego di dire a Vallecchi che stampi la prefazione in corsivo e in caratteri di corpo più piccolo di quello scelto per le poesie; anche le date in corsivo; per le poesie uscite in Lacerba, che correggerò appena avrò le bozze, una data anteriore di un mese al numero di La cerba nel quale sono apparse...» E poco tempo dopo, da Pari gi, un appello quasi disperato: «Non ho ricevuto ancora le boz ze di Vallecchi. Sono passati 20 giorni dal tuo annunzio. Me ne dispiace; anzi non potrei tollerare che il mio libro uscisse senza ch ’ io stesso vi metta le mani; in ultimo, perché abbia, come vo glio, aspetto e anima di libro, ma non credo che mi si voglia as sassinare alle spalle; sarebbe realmente un ’ offesa all ’ arte pub blicare il libro nel disordine in cui ho lasciato quelle carte rac colte in tutta fretta qua e là; e quando m ’ era impossibile di ri guardarle tranquillo. Un lavoro d'ordine solo io posso farlo, solo io». Ma intanto, consolidato fra tante difficoltà il progetto del la prima vera raccolta, era venuto confidando proprio agli ami ci fiorentini la sua intenzione di dar vita nel dopoguerra a qual cosa di nuovo, a una rivista più giovane, aperta verso prospet tive nuove, una rivista non di élite come gli appare la «Voce bianca». Sul progetto torna spesso nelle lettere di quegli anni. Fin dal 1916, confortato dall ’ incontro con Marone e col grup po della «Diana», aveva esposto a Papini — e lo abbiamo visto — il progetto di una rivista in cui culminasse il movimento d ’ avanguaria, finanziata, s ’ intende, da Marone e da un amico egiziano. E ancor prima, invitato da Barilli a collaborare ad una nuova rivista, aveva accettato di buon grado convinto che ci fosse già spazio in Italia per qualcosa di nuovo: «Caro Papi ni, Bruno — svelo un segreto epistolare? — mi ha chiesto di collaborare a una rivista, che, insieme a qualche altro, vuol fa re. Ho aderito. Non ho mandato nulla, perché nulla avevo di fatto, ma ho aderito di cuore. Si tratta di giovani, e io son gio vane. Benché faccia poesia da quattordici anni (e molto precoce mi sono rivolto verso Mallarmé e Leopardi) (non ho mai scritto

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