Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ni, precisamente, di Marx, dobbiamo intendere l ’ epoca in cui «la forma di merci dei prodotti del lavoro acquista validità ge nerale». Baudelaire, infatti, come osserva Benjamin, è stato il primo scrittore a rendersi conto del carattere di merce che il modo di produzione capitalistico ha fatto acquisire all ’ opera d ’ arte e, quindi, a rifiutare l ’ aureola con cui la classe dominante cerca di occultare sia la mercificazione sia quella che Bejamin definisce «l ’ ineluttabile necessità della prostituzione per il poe ta». Peraltro, se, senza perdere di vista il piano strutturale, in troduciamo nell ’ indagine storiografica, d ’ accordo con Barthes, la nozione di utopia, allora è proprio da Mallarmé che quell ’ in dagine deve prendere le mosse, giacché è toccato a Mallarmé avere intera consapevolezza del fatto capitale per cui la moder nità acquista un volto pienamente riconoscibile: la perdita della funzione sociale che subisce l ’ artista non rassegnato a patire inerte la prostituzione. Ora, si badi, è tale perdita che, scate nando una sorta di «invidia vitale», scatena al tempo stesso la produzione di utopies de langage. L ’ isolamento sociale, pro prio in quanto priva lo scrittore di una funzione determinata, legata al processo pratico, accende in lui il bisogno e la speran za di una funzione che, non avendo alcun carattere di determi natezza e di praticità, è l ’ unica che possa essere esercitata nella solitudine più assoluta, l ’ unica, anzi, che, per sussistere, pre suppone il dileguare della storia, o almeno il suo espandersi ol tre se stessa: la «funzione utopica». Nasce così il «nuovo profetismo della scrittura». Il quale, peraltro, non ha nulla di metastorico. Se infatti è vero che l ’ uto pia è il possibile che incalza la storia e la supera senza mai rag giungerla, e solo in quanto tale produce storia, l ’ utopia lingui stica non è una differenza ontologica fra il linguaggio e il reale, ma si configura come un eccesso di distanza storica dei segni dall ’ esperienza che essi sono chiamati a individuare e come il tentativo di ridurre tale eccesso, da parte di chi produce i segni, aumentando incessantemente la distanza della parole dalla lan gue. Preso fra due distanze, il linguaggio utopico è sempre in qualche modo discosto, impresenziale, asintotico, ed è al tem po stesso immanente alla storia come presenza antagonistica e «profetica» dell ’ in-attuale, come perpetuamente incipiente e in-finito paradigma. Se, per chi scrive, la «realtà» è in primo luogo la langue, l ’ utopia non è l ’ irrealtà ma una trasgressione del reale che produce una crescita esorbitante della parole, una vertigine idiolettica nella quale il movimento asintotico dei se gni verso l ’ esperienza si converte in uno scarto iperbolico dei segni dalla langue. Il linguaggio utopico non è dunque un siste ma segnico virtuale ma una prassi eslege. In quanto tale, men tre eccede la storia intesa come elaborazione di norme, è però nella storia intesa come processo destrutturante. E Benjamin ha forse definito l ’ utopia linguistica quando, analizzando il lin guaggio di Kraus, ha parlato di un «silenzio rovesciato». In modo analogo si potrebbe forse definirla una penuria che di venta un eccesso. Resta però da chiedersi se a sollecitare le operazioni degli artisti che definiscono la modernità, e cioè, in sostanza, le ope razioni di quella che chiamiamo avanguardia, sia sempre e sol tanto, come sembra credere Barthes, una tensione utopica e profetica. Converrà, per trovare almeno l ’ inizio di una perti
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