Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
un verso, si alimenta della poetica del maquillage e della men zogna, fruisce, per un altro verso, di chiaramente ravvisabili radici autoctone; e sono tali radici, lo vedremo subito (e si met tano pure in conto, com ’ è giusto, anche altri fattori, soggettivi e oggettivi), a bloccare il movimento in avanti di quella poetica e a impedire il tutto sommato naturale passaggio dall ’ innatura le al mostruoso che in Francia la poesia aveva consumato im piantandosi, si sa, delle buone verruche sul viso. Ma per Rim- baud il mostruoso era esperibile perché era esperibile e intrepi da l ’ utopia. Così, per funesti che fossero gli inferni nei quali si avventurava, il suo era sempre un cammino vitale. Il mediocre orizzonte borghese nel quale si muove Gozzano non consente né utopie né scelte liberatorie, se non quella, modesta ma anch ’ essa, a suo modo, intrepida e vitale, di non essere «ga- brieldannunziano». Quanto a verruche, stante l ’ allentarsi o l ’ addolcirsi dei costumi, la letteratura del suo tempo, è noto, non ha sul viso che lacrime un po ’ troppo frequenti per non in generare tedio e soprattutto fitti strati di belletto e di bistro; ed è con l ’ immagine di quel viso imbellettato e bistrato impressa nella mente che Gozzano incomincia il suo lavoro. Incomincia, voglio dire, patendo uno stato di ambivalenza, affascinato e in sieme disgustato dalla cosmesi dannunziana; presto consapevo le, tuttavia, che, a voler uscire da un mondo tutto di maschere, e di maschere ormai inerti e slabbrate — la nudità del volto esi bendo subito un troppo desueto pallore e una troppo esposta vulnerabilità — , occorrono nuove maschere, maschere mobili e irridenti, capaci di convertire in vivida commedia l ’ epos tumido e stantio. La finzione continuerà, dunque, ma si tratterà, come dire, di una menzogna verace, essendo bistro e belletto in pri mo luogo adibiti all ’ ostensione straniante dei propri eccessi; e la poetica gozzaniana si costituirà come poetica del maquillage evidenziante il maquillage o, se si preferisce, come poetica dell ’ autosmascheramento del maquillage-, si leggano Le golose e, almeno, queste strofe del Frutteto-.
M ’ avanzo pel sentiero ornai distrutto dalla gramigna e dal navone folto; ascolto il gran silenzio, intento, ascolto il tonfo malinconico d ’ un frutto. Ma quanti frutti! Cadono in gran copia in terra, sui busseti, sui rosai: sire Autunno, quest ’ anno come mai, munifico vuotò la cornucopia. O gioco strano! Pur nella faretra di Diana cadde una perfetta pera, così perfetta che non sembra vera ma sculturata nell ’ istessa pietra. Il frutto altorecato assai mi tenta: balzo sul plinto, il dono della Terra tolgo alti acuti simboli di Guerra, avvincendomi all ’ erma sonnolenta. S ’ adonta ella, forse, ch ’ io la tocchi, l ’ erma dal guardo gelido e sinistro? (il tempo edace lineò di bistro le palpebre lapidee delli occhi).
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