Problemi della transizione 1980

Gozzano ou les prospérités du vice

discorso poetico come un «dialogo di lingue», coniugando di namicamente universi verbali difformi e già fruiti, fruiti pro prio perché già fruiti e esibiti appunto come già fruiti. La paro la poetica gozzaniana risulta animata da una profonda tensione romanzesca in quanto è «parola semialtrui», parola intrisa di promiscua vita verbale; ed è parola doppia in quanto è al tem po stesso «parola diretta» e «parola raffigurante». La sua incli nazione romanzesca, insomma, nasce dalla sua inclinazione parodica. Cosicché, per quanto ci riguarda, anche senza voler forzare più del lecito i limiti cronologici e di «genere», è davve ro difficile non pensare a Gozzano quando, riaprendo Bachtin, leggiamo: «Parodiando la parola diretta e lo stile diretto, indi viduandone i confini e i lati comici, e manifestando il suo volto tipico-caratteristico, la coscienza linguistica si mise fuori di questa parola diretta e di tutti i suoi mezzi raffigurativi e espressivi. Si creò un nuovo modo di lavoro creativo con la lin gua: chi crea impara a guardarla dal di fuori, con occhi estra nei, dal punto di vista di un ’ altra lingua e di un altro stile possi bili. E proprio alla luce di un altro lingua-stile possibile è paro diato, travestito e deriso un dato stile diretto. La coscienza creante sembra stare al confine delle lingue e degli stili». Ma, per Gozzano, «un altro lingua-stile possibile» non era forse il solo possibile? Forse che la scelta di parlare parole già parlate non basta da sola a testimoniare, in un lirico dei primi anni del Novecento, un ’ incipiente condizione di afasia storica? Una condizione di afasia così avanzata, anzi, da non consentire or mai altra utopia che — nei termini che sembrerebbe suggerire Bachtin — l ’ utopia della parodia? In modi e in misura di volta in volta diversi il linguaggio gozzaniano è sempre ironicamente iterativo e parodicamente ecolalico. Gozzano non può assolutamente resistere al fascino del déjà écrit. Non solamente perché, si badi, all ’ interno della scrittura l ’ esperienza dell ’ innaturale si converte per lui da grati ficante e smemorante ozio contemplativo in gesto di fondazio ne, ma soprattutto perché la condizione di sopravvivenza della sua scrittura è un ’ altra scrittura che le preesista. Può accadere, infatti, che il comportamento parodico sia antipode di quello utopico; non vi è dubbio, però, che anche in quel caso l ’ uno e l ’ altro comportamento derivino dalla medesima radice: la pe nuria linguistica. Nell ’ ambito di quello che Barthes chiama il malheur capi- taliste, quando lo scrittore non è trasformato dal mercato in proletario intellettuale la sua situazione — lo ha ben visto Mal larmé — rischia di diventare quella di un produttore costretto all ’ inerzia da un ’ assoluta mancanza di committenza e di stimoli sociali. Siamo dunque di fronte a una figura sociale davvero anomala: lo scrittore è obbligato a diventare committente di se stesso. Come dire che deve essere la sua solitudine a inventare le forme della sua vitalità. Vedremo subito che cosa sia davvero in grado di inventare la solitudine. Intanto riflettiamo sul fatto che l ’ inerzia di quel particolare tipo di produttore che è il pro duttore di linguaggio è l ’ inerzia del linguaggio: il silenzio, l ’ afa sia. Se la solitudine sociale dello scrittore fosse davvero assolu ta, non vi è dubbio che il suo destino sarebbe quello di un afasi co. In effetti, anche quando i suoi rapporti con il mercato sono rari e difficili, l ’ isolamento dello scrittore è rotto sia dalla fon

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