Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
damentale funzione vicaria e compensativa che esercitano alcu ne amicizie intellettuali dalle quali gli è offerta la possibilità di fare del proprio linguaggio, che stenta a diventare un valore di scambio, almeno un valore d ’ uso, sia dalla circostanza che egli frequenta il mercato come lettore e non interrompe dunque mai il circuito che collega la sua produzione verbale con la produ zione verbale altrui. Non per questo, si capisce, la solitudine si dissolve e lo scrittore che non ha patito la proletarizzazione rie sce a non patire quello che Kafka chiamava «il centro di tutti i malanni»: la penuria linguistica, la minaccia di inaridimento delle risorse verbali. Il «terrore» che ossessionava Mallarmé durante la composizione di Hérodiade non derivava solo dalla consapevolezza di inventare una lingua che — sono parole sue — doveva «nécessairement jaillir d ’ une poétique très nouvelle», ma anche dal timore che, fallendo l ’ invenzione di quella lingua, ogni altra lingua sarebbe stata impossibile. E Kafka arrivava a un punto tale di estraniazione dal linguaggio che produceva da avvertire una sorta di angosciosa e reciproca ostilità fra se stesso e le proprie parole: «Non posso scrivere; non ho combinato una riga che io riconosca... Tutto il mio corpo mi mette in guardia da ogni parola, ogni parola prima di lasciarsi scrivere da me si guarda in giro da tutte le parti; i pe riodi mi si spezzano, per così dire, ne vedo l ’ interno e allora de vo smettere subito». Di fronte a testimonianze come questa, vien fatto di pensa re che «l ’ impuissance» tanto spesso accusata da Mallarmé, re stando, ben s ’ intende, un fatto connotato da precise circostan ze storiche (il malheur capitaliste, appunto), travalichi l ’ ambito di un ’ esperienza puramente individuale e che dunque l ’ oggetto dello scrittore moderno finisca per essere non la parola ma il suo contrario. Molti anni fa, del resto, Thibaudet aveva già os servato qualcosa di simile quando, proprio a proposito di Mal larmé, aveva rilevato che il linguaggio poetico non ha potuto che parlare del proprio défaut d ’ ètre. Ma non è questo, ora, ciò che più importa. Quel che preme è notare che lo stato di penu ria, per questo angoscioso, non è affatto inerte e che la solitudi ne linguistica dello scrittore mentre, per un verso, tende a pre cipitarlo nell ’ afasia, per un altro verso, per uno straordinario impulso di «invidia vitale», scatena invece una fortissima ten sione logotetica. A seconda dell ’ intensità della sua forza e a se conda del contesto in cui opera chi produce il linguaggio quella tensione genera o il comportamento utopico o il comportamen to parodico o entrambi i comportamenti insieme. Utopia e pa rodia, insomma, non sono che le immagini rovesciate del silen zio. Anche Gozzano, a suo modo, patisce la penuria linguistica e poiché, come s ’ è visto, non esiste per lui alcuna possibilità di riscatto utopico la strada della parodia rimarrebbe per il suo cammino non soltanto una strada del tutto obbligata ma anche l ’ unica percorribile se non fosse che in uno scrittore così vital mente legato all ’ inautentico da scrivere solo per impulso del già scritto il primo atto che prende forma è un atto puramente mi metico. Fisiologicamente necessitata, voglio dire, in Gozzano, è la mimesi, non la contraffazione parodica. Si comprende allo ra quale sia stato, durante tutta la sua breve carriera, il com portamento fondamentale dell ’ autore dei Colloqui', deformare
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