Problemi della transizione 1980
Gozzano ou les prospérités du vice
e straniare parodicamente non il linguaggio di D ’ Annunzio, di Jammes e di altri poeti, bensì la propria mimesi di quel linguag gio. Tutt ’ altro che «scimunito», si capisce, e tutt ’ altro che «greggio», quale, in uno dei suoi tanti tra vestimenti, gli è caro fingersi, ben lontano dal possedere «lo stile di uno scolare/corretto un po ’ da una serva» che, sempre travestendo si e mascherandosi, si compiace di attribuirsi, egli inventa con lucida intelligenza e perizia, come dire, una scrittura al cubo, riscrivendo criticamente la propria riscrittura di altre scritture. Che è poi anche, tutto sommato, in quel difficile momento, la scelta più economica fra quelle che si offrono a chi intenda sot trarsi allo stato di penuria. Si conferma così l ’ esattezza di una ben nota osservazione di Montale. Il quale, quando ha rilevato che «Gozzano seppe limitare al minimo le sue innovazioni formali» ha senza volerlo indicato uno dei caratteri che distinguono lo scrittore integral mente parodico dallo scrittore utopico. Se infatti l ’ utopia apre l ’ orizzonte del dispendio stilistico, la parodia, per contro, è ap punto l ’ arte di «limitare al minimo le innovazioni formali», istituendo un rapporto di controllato e ironico parassitismo nei confronti di altri testi. Presente in misura diversa e in varie for me nell ’ opera di molti fra gli scrittori che hanno creato la mo dernità, un tale parassitismo è costituitivo dell ’ intera poesia gozzaniana e la connota come una delle esperienze più radical mente antiutopiche della letteratura postbaudelairiana. Se poi la nozione di parassitismo dovesse suonare ostica o impropria a qualcuno, diremo, con pace, crediamo, di tutti, che l ’ antiutopi- ca ed economica scelta della parodia compiuta da Gozzano è quella che meglio corrispnde ai propositi del «borghese one sto» intento a «temperate spese» quale egli si desidera in una delle liriche che significativamente chiudono I colloquia una scelta, insomma, che è il fondamento di quella «lezione di virile e squallido, tragico e onesto realismo piccolo-borghese» con la quale, secondo un altro critico, Sanguineti, «si apre la poesia del nostro Novecento».
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