Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

prodotti e la nuova tuay of life avevano biso gno di livelli di reddito da parte dei consuma tori elevati e in espansione, nonché di un alto grado di fiducia nel futuro, per essere rapida mente diffusi. Per questo motivo la depressio ne dopo il 1929 colpi gli Stati Uniti con parti colare forza. Il declino dei redditi che essa pro vocò incanalò il sistema industriale in una spi rale che non possedeva di per sé meccanismi di autocorrezione, come era invece accaduto per le spirali recessive che si erano manifestate nel mondo prima del 1914. Questa azione — sog giunge Rostow — non fu mai pienamente compresa, neppure durante il New Deal». Tanto è vero che la disoccupazione statuniten se nel 1939 toccava ancora il 17% della forza lavoro totale. 9. Il New Deal, in effetti, non aveva, in quanto metodo di governo, alcuna possibilità reale di rilanciare il modello sia pure con la mi glior volontà possibile 65 . E ciò per diverse ra gioni, non ultima la già ricordata comparti mentazione dei mercati dopo il 1930, dovuta alla crisi delle relazioni commerciali e finanzia rie internazionali, nonché l ’ erezione di griglie doganali e tariffarie. Le tariffe avevano ridotto l ’ interscambio, la domanda interna era cedente, i beni durevoli erano posponibili, la spesa pubblica alimenta va solo la domanda privata per consumi pri mari, la disoccupazione restava quindi alta 66 . Il circolo era dunque vizioso e gli ostacoli apparentemente insormontabili. Ecco allora che la dinamica bellicista delle dittature fasci ste e militariste, dettata a sua volta dalla neces sità di risolvere analoghe spinte interne 67 , so pravviene a creare le condizioni per trovare uno sbocco aXV impasse, e diventa una sfida da raccogliere, così per il pacifista Roosevelt e per l ’ America, rinchiusa all ’ interno del «suo» We stern Emisphere, come per il grande capitale «internazionale», localizzato sulla Costa Orientale 68 .

È testimonianza significativa di questo nuo vo orientamento di larghi settori delle classi di rigenti americane, alla fine degli anni Trenta, la lettura dei memoranda elaborati dai War and Peace Study Groups patrocinati dal Coun- cil on Foreign Relation di New York, spesso fatti propri daH ’ Amministrazione Roosevelt 69 nonché dal Dipartimento di Stato, con i suoi vari comitati, ufficiali e semiufficiali, presiedu ti da Cordell Hull o Sumner Wells, destinati a trattare i problemi del dopoguerra (v. Notter). I cinque War and Peace Study Groups ad esempio, e in particolare quello dedicato ai problemi economici e finanziari, impostarono e articolarono, fra il 1940 e il 1945, ampie li nee possibili dell ’ «ordine economico mondia le» postbellico guidato dagli Stati Uniti. La partecipazione di politici, finanzieri, industria li e accademici fu selettiva, ma, agli effetti del la diffusione dell ’ ideologia «globalista», i ri sultati furono relativamente ampi 70 * . 10. Dalla lettura di questi testi si può desu mere come già fin dal 1939 le idee dell ’ establi shment della Costa Orientale, cioè deìVélite del grande capitale operante nei «settori trai nanti» e il sistema bancario e finanziario con interessi internazionali, fossero orientate al riassetto postbellico dell ’ « ordine economico mondiale» secondo direttrici di marcia basate sull ’ ipotesi liberoscambista, del controllo della produzione e commercializzazione delle mate rie prime, nonché sull ’ implicita espansione del «modello americano» degli anni Venti al resto del mondo dopo la fine del conflitto 72 . II «disegno», per così dire, venne gradual mente prendendo corpo, fra esitazioni e ripen samenti, fin dal biennio 1939-41. Dal Western Emisphere si passò a concepire la Grand Area e, successivamente, il vero e proprio «ordine mondiale» in cui gli Stati Uniti avrebbero do vuto svolgere funzioni di pilastro e motore per la riorganizzazione dell ’ intero sistema econo mico e politico internazionale 73 .

primi tre capitoli del libro. 69 Cfr. S houp e M inter (1977), pp. 118- 148 e poi 148-177, ma anche Y ergin (1977), pp. 42-68; D ivine (1967), pp. 31- 42; G addis (1972), pp. 11-31; W illiams (1959), cap. V e VI (pp. 162-229); K olko (1972), pp. 15-74; L anger e G leason (1952), capp. XVIII, XIX, XX e XXII (pp. 607-707 e 742-780); A mbrose (1972). 70 D ivine (1967), pp. 35 e segg. e cap. 3 (pp. 85-114) di S houp e M inter (1977) per l ’ intreccio fra politici e uomini d ’ affari nei Comitati. 71 S houp e M inter (1977), p. 122. 72 S houp e M inter (1977), p. 136-139. 73 S antoro (1978), pp. 183-204.

65 Cfr. B aran e S weezy (1965), nonché G albraith (1952) e (1967). 66 L eague (1945a); U nited N ations (1948). 67 M ilward (1977), pp. 18-54. 68 Cfr. in B airati (1976) gli scritti di Brooks Adams (p. 256), Albert J. Beverid ge (p. 241), Doughlas McArthur (p. 279), Every Upton (p. 207). E inoltre in S houp e M inter (1977), il cap. 1 (pp. 11-31) e il paragrafo sul ruolo del Council on Foreign Relations di New York nel periodo fra le due guerre (pp. 22-28). E inoltre in D ivine (1967) la evoluzione del Governo e del l ’ opinione pubblica americana dall ’ «auto sufficienza» aH ’ «internazionalismo» nei

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