Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
cessano il costituirsi, dopo la guerra, di mer cati esteri permanenti in grado di assorbire per 10 meno lo stesso livello di esportazioni che gli Americani avevano collocato all ’ estero duran te il conflitto, mediante il finanziamento rego lato dal lend-and-lease Act? 7 . Questa ottica fu perseguita con molta deter minazione. Già nell ’ incontro fra Roosevelt e Churchill a Placentia Bay, che diede luogo alla stesura del la Carta Atlantica nel 1941, l ’ Amministrazio- ne federale aveva esercitato forti pressioni per indurre la Gran Bretagna a porre fine alle «di scriminazioni» esistenti fra i due paesi in mate ria di commercio internazionale 97 8 . 11 governo di Washington, nonostante l ’ oppo sizione dei vecchi «newdealisti» riformatori e nazionalisti, stava già accarezzando l ’ idea di un sistema di commercio multilaterale tale da ricreare le condizioni per l ’ espansione degli scambi, quale si era verificata col gold stan dard prima del 1914. Se si tien conto poi del fatto che la potenza economica e politica degli Stati Uniti era al termine del conflitto assoluta- mente preponderante, si può ben comprendere perché l ’ ipotesi di una nuova ondata libero- scambista e la costruzione di un sistema mone tario internazionale basato sulla leadership del dollaro, a Bretton Woods, avrebbe assicurato nel futuro, quasi automaticamente, una ege monia globale al capitale statunitense 99 . A sostegno di questa tesi basterà menziona re che la flotta mercantile degli USA, pari nel 1939 al 17% del tonnellaggio mondiale com plessivo, si era triplicata durante il conflitto fi no a raggiungere nel 1947 il 52% del totale 100 . Indubbiamente questa linea nettamente «globalista» contrastava con l ’ ispirazione ori ginaria del New Deal che nasceva nel 1933 con un programma di riforme adeguato ai ca ratteri di urgenza nazionale della crisi interna. Sarebbe però errato ritenere che siffatta tra sformazione degli orientamenti non albergasse implicitamente, e fin dall ’ inizio, in alcuni esponenti del New Deal (Henry Morgenthau ad esempio) e soprattutto nello stesso Presi dente Roosevelt, la cui «conversione» all ’ isola zionismo era stata troppo rapida e dettata da strumentali ragioni politiche di aggregazione e di mantenimento del blocco sociale che lo ave
va portato alla Casa Bianca, perché fosse fon data su una convinzione radicata 101 . 16. In Williams così come in Schroeder, ma anche in Langer e Gleason, sia pure con otti che di analisi assai diverse fra loro, è possibile verificare la ricostruzione dettagliata dell ’ evo luzione dei vari gruppi e personalità della lea dership economica e politica degli Stati Uniti nei confronti della questione della neutralità e della guerra 102 . Ciò che emerge con tutta chia rezza in tutte queste interpretazioni è il fatto che fin dal gennaio 1941, con il discorso delle «Quattro Libertà», Roosevelt aveva ormai di spiegato la sua linea internazionalista. Dicen do che «l ’ intesa economica avrebbe assicurato ad ogni nazione una vita sana e pacifica per i propri cittadini» e che gli Americani non avrebbero accettato un mondo, come quello postbellico degli anni Venti, in cui i semi dell ’ hitlerismo potessero essere piantati e fosse loro concesso di crescere 103 , il Presidente degli Stati Uniti investiva con piglio «imperiale» te mi relativi agli affari interni di un altro Stato. Ciò non vuole dire tuttavia che questo «di segno» fosse stato organico e predeterminato fin dall ’ inizio degli anni Trenta, né che esso fosse destinato di per sé a garantire prima la sopravvivenza e poi l ’ espansione del modello economico innovativo bruscamente ridimen sionato dalla Depressione. 17. Ma al di là della contrapposizione, for se troppo schematica, fra «pragmatismo» e « programma »$ nella politica del New Deal giocavano probabilmente due diverse compo nenti, che coesistevano senza confliggere radi calmente, ma che si riservavano ambiti di in tervento paralleli, il cui scopo comune era pe rò quello di ricondurre da un lato su binari or dinati i rapporti sociali e di classe all ’ interno degli Stati Uniti sconvolti dalla Depressione, e dall ’ altro di gettare le basi per un nuovo e più ampio balzo espansivo del capitalismo statuni tense verso l ’ estero 104 . Sul versante dell ’ organizzazione istituziona le e manageriale-amministrativa, dalla sinda- calizzazione nelle grandi e medie aziende al consolidamento capitalistico «corporato», per interderci 105 , prevaleva l ’ anima che possiamo chiamare riformista.
,0 > Cfr. W illiams (1954), p. 127 (ed. it.) a proposito del presunto isolazionismo sta tunitense negli anni Venti e del reale «inter nazionalismo» della business community americana. 102 Cfr. W illiams (1959) e (1958), soprat tutto in quest ’ ultimo saggio (ed. it.), vedi
97 G addis (1972); L anger e G leason (1952); B urns (1970). 98 M ilward (1977), p. 331. 99 G ardner (1956, 1969); V an D or - mael (1978); B ergsten (1975). 100 U nited N ations (1948).
p. 235 e segg.; S chroeder (1958); S chle - singer J r . (1957-1960); L anger e G lea son (1952); M orgenthau (1948, 1967). 103 R oosevelt (1941); B urns (1970). 104 S houp e M inter (1977); K olko (1972); W illiams (1957). 105 B lair (1972).
88
Made with FlippingBook - Online catalogs