Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
zioni del 1972 (che ha nominato McGovern) e del 1976 (Carter) hanno dato risposte le cui percentuali si avvicinano moltissimo a quelle espresse dalla sezione «postindustriale» del partito democratico. Quest ’ ultimo ha cioè proiettato un ’ immagine culturale in cui i vecchi strati trovano una diffi coltà crescente a riconoscersi. Tentando di compiere media zioni che tengano insieme le due sezioni della propria coali zione sociale, il partito democratico corre ora il rischio di perderle entrambe, a causa di una divaricazione culturale più accentuata e approfondita anche dall ’ operare di tutti gli altri fattori di malessere che percorrono la società americana. La sezione newdealista si identifica con maggiore facilità con la predicazione reaganiana, che unisce valori nazionalisti, con formisti (Dio, casa, famiglia, lavoro) alla promessa della ri presa dello sviluppo, della fine della disoccupazione e dell ’ in flazione, del rilancio internazionale come grande potenza im perialista. Di fronte alla cautela dei candidati democratici sulle tematiche civili, d ’ altra parte, i nuovi soggetti si identifi cano più volentieri con un candidato più omogeneo alle loro convinzioni, talvolta anche a costo di dare il voto al rappre sentante di un terzo partito destinato a sicura sconfitta. I 5 milioni e mezzo di voti raccolti da Anderson alle ultime ele zioni hanno danneggiato assai di più il candidato democrati co di quanto non dicano le cifre percentuali aggregate su tut to il territorio nazionale: in alcuni grossi stati industriali (New York, Massachussetts, Delaware, con ogni probabilità anche Connecticut e Wisconsin), in alcune zone del sud (Tennessee, Mississipi, South Carolina) ed in altri stati sparsi (Hawai, Maine), l ’ assenza di Anderson avrebbe sicuramente dato la maggioranza (quindi l ’ assegnazione dei voti elettorali) a Carter. In tutti questi stati vinti da Reagan la somma dei voti Carter + Anderson supera il risultato ottenuto dal can didato repubblicano. Gli stati indicati sono d ’ altronde quelli in cui il margine di differenza tra i due candidati principali è così ridotto che anche l ’ astensione della grande maggioranza dei sostenitori di Anderson (in caso di sua assenza) non avrebbe potuto comunque impedire a Carter di conquistare la maggioranza. Il risultato assoluto non sarebbe certo cam biato, ma il carattere di «vittoria a valanga» sarebbe stato cancellato e l ’ attribuzione dei voti elettorali avrebbe avuto un aspetto assai più equilibrato. Ancora una volta si dimostra la regola che la presenza elettorale di un terzo partito con una base di massa danneggia fortemente la formazione politica principale cui esso è più vicino socialmente e culturalmente. Il voto riportato da Anderson dimostra un dato messo in lu ce anche dalla dura sconfitta della candidatura McGovern nel 1972. Si trattava in questo caso dello sbocco politico di tutto il processo di avvicinamento dei democratici ai nuovi soggetti, in un progetto di coalizione presidenziale che esclu deva in sostanza i «blue collars» sindacalizzati ritenuti con servatori (la AFL-CIO dichiarò per la prima volta la sua neu tralità). La sconfitta macgoverniana dimostra che questa coa lizione non ha la forza di divenire maggioranza (anche per ché moltissimi suoi membri non andarono a votare) contro la sezione newdealista del partito. D ’ altra parte il voto di Anderson mostra che essa è sufficientemente forte da dan
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