Problemi della transizione 1981

La politica internazionale di Reagan

va seguito per anni e ha finito per dar credito, in tal modo, al le posizioni dei suoi avversari. Alcuni studiosi attribuiscono la debolezza della passata amministrazione anche al divario che esisteva fra la sua politi ca estera (l ’ attenzione al terzo mondo, in particolare, e il mi nor peso dato al conflitto Est-Ovest) e la cultura politica an cora prevalente fra la gente, e alla mancata educazione del pubblico alla complessità della realtà internazionale odierna da parte dei dirigenti politici. Estranea alla coscienza e alle preoccupazioni della gente, quella politica estera poteva reg gere soltanto finché non fossero insorte difficoltà. Il discorso sulla scarsa autorevolezza della presidenza Car ter e sulla sua sconfitta elettorale ha più aspetti, naturalmente, e va collegato, al di là dei limiti del singolo personaggio, alle difficoltà e alla vulnerabilità, in questa fase della vita politica degli Stati Uniti, dello stesso istituto della presidenza. Senza entrare nel merito di tale questione generale, su cui ormai è avviato un ampio dibattito, nel caso specifico mi interessa sot tolineare che la sconfitta di Carter è dipesa da una combina zione di fattori diversi, sia di lungo periodo (il rallentamento della crescita economica e l ’ aprirsi di una fase completamente nuova nel rapporto fra Stati Uniti e il resto del mondo, nel de cennio scorso, con la crisi interna profonda che da ciò è scatu rita e che ha toccato l ’ intero assetto politico del paese), e sia più contingenti, come, appunto, le crisi del 1979 e 1980. Si ri cordi soltanto a che punto si trovava politicamente Carter po co più di un anno fa, con l ’ «indice delle miserie» (un indicato re molto rozzo che somma il tasso di inflazione e quello di di soccupazione) che, al livello 28, toccava il punto più alto da gli inizi degli anni trenta, con un prime rate del venti per cen to, e con una politica estera nella confusione più totale. Fu in questo clima che si decise di tentare la liberazione degli ostag gi a Teheran. Analisi sulle elezioni dello scorso novembre confermano che tra quanti hanno votato era soprattutto chiara la volontà di liberarsi della passata amministrazione, più di quanto non vi fosse un appoggio entusiastico al programma repubblicano. In uno studio preparato alcuni mesi fa, Walter D. Burnham, professore del Massachusetts Institute of Technology, ha ca ratterizzato i risultati elettorali del 1980 come «un voto pre ponderante di sfiducia nei confronti dell ’ amministrazione in carica». E un giudizio questo su cui fin dall ’ inizio si sono tro vati d ’ accordo non pochi commentatori. Un dato, del resto, che comprova questa condizione dell ’ opinione pubblica di fronte all ’ ultima elezione presidenziale è l ’ altissimo livello di astensioni (anche se nel quadro di una costante bassa parteci pazione elettorale degli ultimi decenni) avutesi. Senza sottovalutare gli elementi di attrazione del program ma repubblicano nella scorsa campagna elettorale — la pro messa di far rivivere il «sogno americano» e quella di ristabili re una posizione di maggiore autorità internazionale per gli Usa — è importante dunque tener presente il quadro politico in cui la vittoria di Reagan è avvenuta. Questo indica, evidentemente, ulteriori elementi di debo lezza su cui poggia la politica estera dell ’ attuale amministra zione. Esiste, infatti, un problema riguardante il «mandato»

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