Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

che, oltre all ’ aiuto che le posizioni espresse da Washington of frono a dirigenti di altri paesi che hanno problemi politici, non sono pochi quelli che trovano conveniente che gli Stati Uniti vogliano oggi rimettersi alla testa di un Occidente in dif ficoltà e assumersi responsabilità che altri preferiscono evita re. E chiaro, per esempio, che l ’ arrivo di Reagan alla Casa Bianca ha introdotto un fattore nuovo nei rapporti fra gli stes si europei (vedi l ’ indebolimento dell ’ asse Bonn-Parigi, per co minciare), e indubbiamente, nonostante la sua impotenza nel la questione del conflitto arabo-israeliano, sembra che stia riuscendo a muovere qualche pedina nel più ampio contesto dei problemi della regione mediorientale (vedi l ’ accordo con il Pakistan per le forniture militari e l ’ intervento nella questione libanese). È difficile, sulla base del quadro fin qui tracciato, dare un giudizio complessivo su questa politica estera: sulla sua forza e le sue debolezze. Se gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni riusciranno a esprimere una politica estera coerente ed efficace dipenderà prima di tutto dal realismo degli obiettivi che i nuovi dirigenti si porranno e dagli sviluppi della stessa situazione internazio nale. Indipendentemente da tali fattori, tuttavia, c ’ è ancora una questione che va considerata per capire il quadro politico in cui si muove la nuova amministrazione. Dicevo sopra delle sconfitte subite dalla politica estera di Washington negli ultimi due anni. S ’ è trattato, notavo, della crisi più seria in cui il paese si è trovato dopo il ritiro dal Viet nam. Quegli anni, per di più, chiudevano un decennio assai complesso e difficile per la diplomazia di Washington, sia nei suoi rapporti con il sottosviluppo che in quelli con l ’ Occidente industriale. Non è qui il caso di discutere quanto quella crisi nascesse da errori politici dell ’ amministrazione democratica o quanto fosse inevitabile in questa fase storica di frammentazione del potere internazionale. Né è il caso di discutere qui quale sia veramente oggi la strategia di Mosca, o quella politico-com merciale dei paesi Opec, né di decidere se sia l ’ approccio «re gionalistico» seguito per anni da Carter o quello «globalisti- co» di Reagan lo strumento più efficace per farvi fronte. Il fat to è che, comunque, l ’ opinione pubblica ha giudicato la politi ca dell ’ amministrazione Carter come un fallimento, e per que sto analisi e proposte politiche alternative, concepite in termi ni più tradizionali, hanno guadagnato credibilità e consenso negli Stati Uniti. Certo, la contiguità geografica, oltre che cronologica, del le crisi esplose — l ’ Iran, l ’ Afghanistan, la crisi energetica e, ancora, la guerra iraniano-irachena — era destinata già di per sé a dar maggiore consistenza alle preoccupazioni d ’ ordine geopolitico e a rendere più plausibili le tesi di chi preferiva ri condurre quelle crisi nell ’ ambito del conflitto Est-Ovest. Inol tre, non poco deve aver contribuito alla sconfitta di Carter il fatto ch ’ egli stesso, quando la sua posizione politica s ’ è fatta più debole, ha rinunciato alle premesse della politica che ave

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