Problemi della transizione 1981

W. Benjamin

è quello della morte come processo che opera nel reale, nel tentativo di affermare l ’ impossibilità della metamorfosi del vi vente, delle epressioni dell ’ emergenza conflittuale. In tutto ciò la dinamica normativa rivela la sua piena funzionalità: la nor ma non è più ipotetica (se fai questo ti accadrà quest ’ altro) poiché la stessa possibilità della conseguenza — il concretiz zarsi dell ’ antagonismo — è insopportabile per un sistema di potere irrigidito dalla necessità delle proprie articolazioni; es sa è invece funzionale nel suo manifestarsi apertamente come ricatto, minaccia di sanzione, coazione al consenso. È interes sante osservare a tale proposito come l ’ unico elemento ef fettivamente dinamico in questo quadro dominato dalla so- vradeterminazione del reale sia quel meccanismo giuridico che deve rispondere all ’ attività critica e destrutturante dell ’ antago nismo. La norma funzionale è infatti prodotta dal timore e tremore nei confronti dell ’ inventiva profondamente sovversiva di una potenzialità che preme per la propria realizzazione, per la liberazione della ricchezza della differenza. La possibilità della catastrofe comporta appunto una variazione decisiva nel funzionamento del meccanismo della sanzione; quest ’ ultima viene anticipata, così come richiede la rigidità sovradetermi- nata del processo di potere. Il diritto si trasforma allora in tec nologia del comando — dentro un processo d ’ anticipazione repressiva — per assicurarne la riproducibilità: il suo ideale è quello della sottomissione del vivente ad un ’ unica struttura, incessantemente indicata e ripresentata nella forma della nor ma. La costellazione colpa-sacrificio come espressione della forza del principio d ’ ordine è proprio al centro dell ’ analisi straordinariamente lucida e penetrante contenuta nei saggi benjaminiani del ’ 20- ’ 21: Per la critica della violenza e Destino e carattere. Benjamin coglie il diritto come violenza finalizzata ad impedire la liberazione da quelle leggi del destino, della colpa e della infelicità che il potere pone a criteri della sogget tività; la forza dell ’ ordine è tesa ad evitare la soluzione positi va di quella lotta per la felicità che la stessa soggettività con duce nella ricerca di una via d ’ uscita dal continuum storico, dal «contesto colpevole di ciò che vive»: «E proprio la felicità che svincola il felice dall ’ ingranaggio dei destini e dalla rete del proprio. Non per nulla Hòlderlin chiama senza destino gli dei beati. Felicità e beatitudine conducono quindi al pari dell ’ innocenza, fuori della sfera del destino. Ma un ordine i cui soli concetti costitutivi sono infelicità e colpa e per entro il quale non è concepibile via alcuna di liberazione (poiché nella misura in cui qualcosa è destinato, è infelicità e colpa) — un ordine siffatto non può essere religioso, per quanto il con cetto malinteso di colpa sembri rinviare alla religione. Si tratta di cercare un altro campo, dove contino solamente infelicità e colpa, una bilancia su cui beatitudine e innocenza risultano troppo leggere e si librano in alto. Questa bilancia è la bilan cia del diritto. [...] Il destino appare quindi quando si consi dera una vita come condannata e solo in seguito è divenuta colpevole. Come Goethe riassume queste due fasi nelle parole: «Voi fate diventare il povero colpevole». Il diritto non con danna al castigo, ma alla colpa» 5 . La necessità del comando nel moderno produce l ’ anticipa

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