Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ne. Le tecniche del far credere, del mantenimento della cre denza nell ’ innocenza delle regole, si trasformano nell ’ imposi zione diretta del consenso, nella ripetizione mitica di un testo che rappresenta il tessuto organizzativo del potere, le «deli ranti verità della legge» (P. Legendre). Tutto ciò non toglie comunque che le «dimenticanze» e le «sviste» della norma — necessarie per la comprensione dei fantasmi del disordine, per la provocazione di un alterco che segnali le potenzialità del conflitto — siano ormai intollerabili per la struttura del domi nio proprio a causa della maturità dei movimenti dell ’ antago nismo; la profonda e malamente mascherata irrazionalità del comando — il suo voler realizzare il «non sapere» sul reale at traverso l ’ imposizione della finzione dell ’ equivalenza, dell ’ astrazione come dominante del sistema sociale — non rie sce a sopportare nel moderno la conoscenza effettiva del di verso: l ’ irriducibilità di quest ’ ultimo all ’ identico rende infatti vano ogni progetto di sottomissione, che viene sostituito da un silenzioso processo di annientamento. Dove il nemico non può più essere nominato e ri-conosciuto concretamente, il po tere esorcizza l ’ incognita nel silenzio, nella sicurezza di un af ferrare e stritolare a caso, senza divieti. Benjamin annoda strettamente alla sua analisi dell ’ «impero del mito», del diritto come tecnologia di un comando che si vuole infinitamente ri petuto, una sorta di folgorante apertura sulle potenzialità del negativo, sulle tensioni eccentriche prodotte nel moderno da uno sperimentare violento, divinamente puro e paradossal mente lontano dalla sicurezza promessa da una qualsiasi ricer ca di diritto: «Se alla violenza è assicurata realtà anche al di là del diritto, come violenza pura e immediata, risulta dimostra to che e come sia possibile anche la violenza rivoluzionaria, che è il nome da assegnare alla suprema manifestazione di pu ra violenza da parte dell ’ uomo. [...] Riprovevole è ogni vio lenza mitica che pone il diritto, e che si può chiamare domi nante. Riprovevole è pure la violenza che conserva il diritto, la violenza amministrata, che la serve. La violenza divina, che è insegna e sigillo, mai strumento di sacra esecuzione, è la vio lenza che governa» 9 . Ma esiste ancora un oggetto che sfugge ai tentativi di clas sificazione, un elemento di tecnologia del potere che non può non sfuggire: la polizia. La sua singolarità, spia di una effetti va centralità nel sistema di comando, deriva dalla soppressio ne in essa della divisione tra violenza che pone e che conserva diritto. Benjamin riconosce che la polizia è qualcosa di più di ciò che efficacemente riassume o mescola: disporre, ordinare, prevenire, assicurare. Potremo osservare, utilizzando la me diazione foucaultiana, come essa sia una sorta di prepotente «apriori storico» che non si limita a regolare il reale, ma cerca anche di concretizzarsi in un minuzioso e complesso program ma di conoscenza del corpo sociale 10 . La «pedice» è — come ha recentemente sottolineato A. Fontana — un «oggetto er

lia nell'età classica, tr. it. di F. Fer rucci, E. Renzi e V. Vezzoli, Rizzoli, Milano, 1976 2 , p. 91 e sgg. Cfr. inol tre M. F oucault , Sorvegliare e puni re, tr. it. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino, 1976, pp. 232-247.

9 B enjamin , Per la critica della vio lenza cit., p. 28. 10 II concetto di «police» come inter vento sistematico sul reale e forma di organizzazione del sapere è presente in Foucault sin dalla Storia della fol

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