Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

luppo della città agli interessi del regime immobiliare capitali sta. Oggi possiamo constatare che di questi successivi piani ur banistici ben poco è stato rispettato nell ’ attuazione, tranne quella concezione essenziale: e quanto si è realizzato è andato a sommarsi alle violazioni nel produrre una gigantesca strut tura abitativa che non appaga la fame di case a costi tollerabi li, ma soddisfa pienamente gli appetiti della proprietà fondia ria. Fin dagli anni Cinquanta a realizzare l ’ obiettivo urbanisti co essenziale del regime immobiliare hanno contribuito in mo do determinante tanto l ’ edilizia pubblica quanto l ’ edilizia abu siva. La macchia d ’ olio si allargava sospinta dai quartieri po polari (Tuscolano e Tiburtino, Torre Spaccata e Valco San Paolo, San Basilio e Villa Gordiani), dai nuclei edilizi sorti spontaneamente oltre i limiti del piano del ’ 31 e dalle successi ve lottizzazioni illegittime: l ’ edilizia programmata e quella abusiva si sommavano così oggettivamente, a realizzare la strategia della rendita fondiaria urbana massimizzata in tutte le direzioni. Questa strategia non è stata sostanzialmente rifiutata da alcuno dei piani urbanistici succedutisi negli ultimi venti anni, indipendentemente dall ’ aggettivo — di destra o di sinistra — che sul momento utilizzammo per giudicarli: il progetto del CET o il piano Cioccetti, il piano Sullo o il piano Petrucci, il PEEP e la variante Samperi, fino alle ultime proposte del ’ 73, tradotte un anno dopo nell ’ ennesima variante. In venti anni non una volta lo spropositato dimensionamento delle previ sioni residenziali è stato messo seriamente in discussione: ci siamo di volta in volta estenuati per come distribuire la cresci ta sui diversi quadranti, per cancellare una lottizzazione o conquistare un parco, lodevolissime intenzioni tutte, ma non certo tali da proporre una reale alternativa allo sviluppo im posto dalla rendita fondiaria. Lo stesso piano per le aree dell ’ edilizia popolare fortemen te sopradimensionato, è servito nel 1964 a legittimare il gi gantismo delle previsioni complessive. Altrove — per esempio a Bologna — il sovradimensionamento delle aree per l ’ edilizia economica e popolare è servito successivamente a realizzare una generale riduzione di tutte le aree residenziali, pubbliche e private: a Roma invece le enormi e inutilizzate previsioni per l ’ edilizia popolare, nel più profondo cuore dell ’ Agro Romano, hanno permanentemente garantito altre massicce e anch ’ esse sottoutilizzate previsioni a carattere speculativo. E natural mente, qui come altrove, il fabbisogno di abitazioni a basso costo è rimasto insoddisfatto, non tanto in virtù di una buona o cattiva politica urbanistica comunale, ma principalmente a causa di una politica nazionale che ha sempre considerato la casa un bene rifugio e non un bene d ’ uso. E l ’ attuazione dei tanti piani regolatori dell ’ ultimo venten nio ha regolarmente seguito la strada del decennio precedente senza piani. Ancora una volta la macchia d ’ olio dilagante nell ’ Agro Romano è stata oggettivamente sostenuta dall ’ edili zia programmata come da quella abusiva, con insediamenti più massicci di quelli del passato. È infatti lo stesso piano re golatore che ora propone la separazione dei nuovi insedia

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