Problemi della transizione 1981
Urbanistica romana
menti dal tessuto periferico esistente: così al mito tecnocratico dei quartieri autosufficienti, pessima copia delle neius towns, si mescola la moda delle macrostrutture nata nelle scuole di architettura. A dispetto dell ’ impegno professionale profuso, la qualità urbana dei nuovi quartieri programmati non è alla prova dei fatti sostanzialmente superiore a quella delle vecchie periferie, che almeno mantengono un cordone ombelicale con la città e ne traggono una maggiore vitalità. Contemporaneamente a questa diaspora programmata di insediamenti nell ’ Agro, la fame di case insoddisfatta innesca una crescita parallela di insediamenti abusivi, che per anni la politica e la cultura ufficiale si rifiutano perfino di registrare. Se l ’ Agro Romano è invaso con il beneplacito della disciplina urbanistica comunale, non saranno certo i lottizzatori irrego lari a tirarsi indietro: la presenza dell ’ edilizia pubblica pro grammata finisce così per legittimare di fatto quella privata abusiva. Le borgate abusive crescono disseminate senza una logica apparente, irridendo ai vincoli urbanistici, occupando aree destinate al verde agricolo, ma anche — ironia della scel ta — all ’ edilizia popolare. La città cresce in modo caotico e distorto, ma la strategia della rendita fondiaria realizza puntualmente i suoi obiettivi, raccoglie sotto le sue bandiere grandi e piccoli speculatori, in dustrie sperimentate e artigiani d ’ assalto, lavoratori garantiti e senza tetto: e il Comune non riesce a spiegare ai cittadini le contraddizioni insorgenti fra una politica nazionale della casa decisamente privatistica e una disciplina comunale urbanistica che è permissiva soltanto con la rendita urbana. Sono passati 22 anni a Roma dal primo piano regolatore del dopoguerra e 17 dall ’ adozione del piano per l ’ edilizia po polare e le colossali previsioni di entrambe sono ben lontane dall ’ essersi esaurite: in compenso la città è cresciuta in modo assai difforme dal disegno urbanistico che credeva di essersi dato e le sue patologie sono aumentate in proporzione. Intor no alla città congestionata, cresciuta su se stessa e lungo i suoi margini periferici, non c ’ è più oggi il vuoto dell ’ Agro a separa re Roma dal Lazio: si è formato un anello irregolare e disordi nato di insediamenti pubblici ed abusivi, che non è più perife ria urbana, ma non è ancora cintura metropolitana e che al ternativamente si addossa ora all ’ una ora all ’ altra. Con questa situazione di fatto la disciplina urbanistica vi gente non ha più ormai nessun rapporto logico: se non quello di sempre, teso a massimizzare i valori fondiari attraverso la previsione di nuova edificabilità. In queste condizioni è sem brato inopportuno alla nuova amministrazione di sinistra ri proporre la discussione di un ennesimo piano regolatore, che si sarebbe impantanata inevitabilmente nelle tradizionali sec che ideologiche e morfologiche, senza produrre reali e sostan ziali alternative allo sviluppo della città: ed io penso che que sta sia stata una scelta giusta. Assai più concretamente sono stati invece posti sul tappeto i problemi di fondo della patologia urbana, utilizzando le ac quisizioni culturali ed operative maturate dall ’ urbanistica ita liana nell ’ ultimo ventennio. Si tratta delle scelte decisive per un diverso sviluppo della città: il recupero architettonico e so ciale del centro storico; i primi passi per l ’ attuazione del gran
127
Made with FlippingBook - Online Brochure Maker