Problemi della transizione 1982
Neocorporativismo e dinamica economica
intaccherebbero il tenore di vita di una parte di americani, senza assicurare la ripresa eco nomica promessa dalla «supply-side econo- my». Anche la crescita lenta e faticosa della società a somma zero, a confronto, potrebbe non sembrare così insoddisfacente. In realtà bisogna dire che il libro di Thu- row non è una semplice raccolta di osserva zioni sui problemi attuali e sulle scelte di poli tica economica della società americana. Esso costituisce un ’ ampia riflessione attorno ad una constatazione fondamentale: il raggiungi mento di un altro stadio evolutivo del sistema politico-economico degli Stati Uniti, da cui probabilmente occorrerà ripartire con una profonda revisione delle idee e (di conseguen za) delle misure che hanno guidato il governo dell ’ economia e della società. Non dovrebbe a questo proposito trarre in inganno lo stile «facile» e semplice dell ’ opera. Si tratta di un testo a grande tiratura che negli USA ha avuto un ’ accoglienza pari a quella per i più famosi libri di Galbraith (di cui Thu- row ha ereditato, anche grazie a rapporti di collaborazione diretta e per affinità culturale, la eccezionale capacità divulgativa). L ’ appa rente semplicità di argomentazione, non si di mentichi, è fondata sulle solidissime basi scientifiche di una cattedra al MIT. Il «neocorporativismo». Questa definizione non è dovuta a Thu- row, ma pur avendo avuto origine da studi di natura sociologica 6 , sembra adattarsi bene al la natura dei fenomeni su cui l ’ economista americano richiama l ’ attenzione. Tutti gli aspetti conflittuali della società, anche quelli apparentemente più lontani tra loro si posso no ricondurre alla stessa radice: la difesa del proprio interesse nella distribuzione del reddi to. Un reddito che non va inteso in senso pu ramente monetario, bensì più largamente co stituito anche da vantaggi di altra natura ed inerenti al proprio standard di vita. Inflazione, spreco energetico, discrimina zione razziale, ecologia, ecc. sono le manife-
staizioni di un complicatissimo gioco econo mico le cui mosse comportano inevitabilmen te perdite e guadagni accentrati su settori più o meno ristretti della società. Già questo met te in discussione la visione ottimistica di uno sviluppo economico che, pur con grandi di sparità, dovrebbe distribuire «a pioggia» be nefici a tutto il corpo sociale. Più interessante però è il corollario di fenomeni che Thurow cerca di mettere in luce. Innanzitutto la con statazione che i gruppi di interesse si sono moltiplicati, diversificati e rafforzati; in se condo luogo che lo stato si trova sempre più coinvolto in un caotico groviglio di fini ed obiettivi sociali che toccano un enorme nume ro, se non la totalità dei cittadini. Questi sono problemi che, come puntualiz za Pasquino nel suo commento al libro, «toc cano al cuore uno dei presupposti della tradi zionale teoria democratica» 7 . Ma al di là del le questioni prettamente politiche ed istituzio nali, sul piano meramente economico questi elementi di novità rendono maggiormente complicata, rispetto al passato, ogni soluzio ne. Più si retrocede nella storia della società capitalista più le soluzioni adottate appaiono semplici. I forti prevalevano sui deboli, scari cando su di essi tutte le conseguenze redistri butive della crescita e del cambiamento. I vo lontari pronti ad accollarsi le perdite econo miche, dice Thurow, non esistono (e non so no mai esistiti). Se nel passato i «volontari» erano scelti di forza, salvo tacitare gli scrupoli etici circa l ’ equità del sistema con la prospetti va di uno sviluppo che avrebbe riparato i torti del momento, oggi gli individui hanno elabo rato una vasta gamma di mezzi per sottrarsi al ruolo di vittime sacrificali. Gli individui si riconoscono nel gruppo e su questa base pro testano, si oppongono e lottano strenuamente per i propri interessi. I gruppi di interesse hanno raggiunto di mensioni e scaltrezza tali da essere in grado di conoscere in anticipo le mosse avversarie e di opporre strategie alternative nonché resisten ze formidabili. Se non esiste (e non è mai esi stito) un fine etico collettivo tale da rendere accettabile il proprio sacrificio per il bene co mune, allora l ’ obiettivo principale diviene non perdere o perdere il meno possibile.
7 Veti Incrociati tra politica ed eco nomia, di G. Pasquino, su «Stato e mercato», n. 2, 1981.
Thurow, Newsweek (November 16) 1981. 6 Trends Towards Corporatist Inter- mediation, By P. Schmitter and G. Lehmbruch. London: Sage Publica- tions, 1979.
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