Problemi della transizione 1982

Etica del lavoro

cercare lavoro in riviera»), alla mobilità profes sionale benché sia così limitata («Vado a provare in un ufficio»), alla «corsa all ’ oro» («Vado a fare il taglialegna in Canada, sembra che si facciano soldi»), al lavoro a metà tempo («Per i miei biso gni è sufficiente»), al lavoro occasionale («Lavoro tre mesi, poi faccio i bagagli e me ne vado»). Al di là del matrimonio, la posizione nella divisione del lavoro sarà assegnata, l ’ avvenire sarà defini to: non ci può essere che la ripetizione della con dizione della famiglia di origine. In una situazione di cui si può fin d ’ ora preve dere che non potrà cambiare, alle soglie di un futuro ormai intangibile di «prolungamento del la vita nelle case popolari» che suggellerà, presto o tardi, il matrimonio, bisogna allora tentare di approfittare come si può di questa «tregua» che è loro lasciata. «Uscirne fuori» prima del dovere di «impegnarsi» 57 , sarà allora tentare di ritardare l ’ orizzonte di un inserimento definitivo nelle posizioni subalterne della divisione del lavoro, di abbandonarsi alla «seduzione del presente» 58 occultando l ’ immagine di un avvenire che arri verà abbastanza presto, «ultimo momento della battaglia prima di accettare il suo destino sociale di manovale» 59 , «in fondo» a tutte le gerarchie presenti nel campo della divisione del lavoro. Il loro cammino è fondamentalmente simile a quello che la maggior parte di loro hanno già fatto nel campo scolastico: «sottrarsi alla classifi cazione sottraendosi mentre si può dal campo della classificazione», con questa differenza, che «la scuola ha avuto un tempo limitato» mentre «il lavoro è per tutta la vita» e che l ’ ordine di ne cessità (economica) del lavoro non è per nulla comparabile a quello «dell ’ obbligo scolastico»: se è stato possibile sottrarsi dal campo scolastico, alla fine, sarà impossibile sottrarsi dal campo della divisione del lavoro (perché «in tutti i mo di, i miei vecchi mi hanno messo alla porta»), salvo a intraprendere la «carriera della delin quenza». Profondamente «allergici al lavoro», es si tentano dunque, nella misura del possibile,

sforzi che confermano le sconfitte anche di colo ro che hanno acquisito una formazione profes sionale nel campo scolastico), perché «sono stati cacciati alle prove», «bocciati ai concorsi», perché «non c ’ erano più posti nei corsi di avviamento al lavoro», perché «non si avevano mai i requisiti per iscriversi» («Mancava sempre qualche cosa»), perché, per attuare una promozione interna all ’ impresa, «si è iniziato a licenziare, e i giovani sono stati i primi ad essere cacciati», e perché an cora, in ultima istanza, in mancanza della aboli zione della divisione capitalistica del lavoro — «chi lavorerà se tutti i lavoratori sono promossi?» — all ’ esperienza delle classificazioni e auto classificazioni nel mercato del lavoro, si sovrap pone quella della impossibilità di «uscire fuori» dal campo della divisione del lavoro sia che si tratti della fabbrica, dell ’ ufficio, del commercio, di grandi o piccole imprese, sia che si tratti di giovani sprovvisti di ogni capitale scolastico, o, al contrario, di giovani col diploma professionale. Disoccupati, manovali, operai specializzati, fattorini, «giovani tutto-fare», attraverso le loro prime esperienze di lavoro, apprendono di esse re, rispetto al lavoro, come erano già il più delle volte a scuola, «nel fondo del cesto», e, senza speranza di «uscirne», acquistano la certezza di restarci tutta la vita, di essere condannati nelle posizioni subalterne della divisione del lavoro, di essere inchiodati «in fondo» alla gerarchia del la ricchezza e del tempo libero, «in fondo» alla gerarchia del potere, «in fondo» alla gerarchia delle mansioni. Sotto la costrizione della disci plina del salariato che incarna ora e già la disci plina familiare, «l ’ ingresso nella vita attiva» ap parirà loro come una sorta di piaga che il matri monio confermerà definitivamente; gli adegua menti definitivi, rispetto alle posizioni subalter ne della divisione del lavoro 56 , impongono una rinuncia definitiva a tutte le evasioni aleatorie di promozione, al «turnover» («Quando ne ho pie ne le tasche, chiedo il conto e me ne vado»), alla mobilità geografica («Qui piove troppo, vado a

56 A questo proposito, nel quadro del la nostra inchiesta, se abbiamo consta tato tendenzialmente uno scarto tra «entusiasmo matrimoniale» delle ra gazze operaie e impiegate e le reticenze dei ragazzi operai e impiegati, e tra l ’ impazienza delle prime e «ho ancora tempo, non sono costretto» dei secon di, è senza dubbio perché «i bilanci dei guadagni e delle perdite» che entrambi i gruppi scontano dal matrimonio non sono identici. Allorché il matrimonio implica per i giovani operai o impiegati un adeguamento definitivo rispetto al loro posto di lavoro, esso apre, per le

la partenza per il servizio militare (o il matrimonio), i giovani contestano, più radicamlente e più direttamente che gli altri abitanti della città, ciò che è la realtà quotidiana nella città e nel lavo ro e le ragioni di coloro che l ’ accettano» (p. 36); senza dubbio dunque, «impe gnarsi» significa rimuovere le ragioni che si hanno per fuggire dal processo di adeguamento alle posizioni subalterne della divisione del lavoro. 58 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 28. 59 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, pp. 30-31. 149

ragazze operaie o impiegate, la pro spettiva — spesso illusoria — di fuggir ne. «Lavorare o non lavorare», questa sarà allora la questione. Che la questio ne si ponga, anche quando la necessità detterà, nella maggior parte dei casi, la risposta (positiva), indica abbastanza bene lo scarto tra i bilanci delle une o degli altri. Se lavorare sarà per gli uni la quintessenza del ruolo del padre di fa miglia, lavorare sarà, perle altre, un im pedimento a esercitare il ruolo di madre . 57 E, così come osserva M. PlALOUX, e come noi abbiamo constatato, «Nel tempo che separa l ’ uscita dalla scuola e

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