Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

che è più o meno grande in rapporto agli spazi offerti dalla famiglia d ’ origine, una convenzione tra lavoro e consumi, e un ’ opportunità di procu rarsi un reddito fuori dal salario, di sfuggire dal campo della divisione del lavoro, «perché non la scia alcuno spazio che permetta di sottrarsi a questa condizione negativa senza fine sancita dalla comparazione con altri posti di lavoro» 60 . Lavorare «volta per volta», «per pochi giorni», «quando se ne ha bisogno», «per farsi dei soldi», o «quando non si può fare altrimenti», è allora, in una certa misura, sfuggire alle classificazioni e auto-classificazioni negative legate alle posizioni subalterne della divisione del lavoro, «circoscri vendo il loro potere di marchiatura definitiva» 61 . Poiché tutte le posizioni accessibili sul mercato del lavoro sono tra loro così equivalenti (esse so no le ultime tra tutte le gerarchie esistenti), poiché «il mondo degli impieghi possibili si di spone orizzontalmente, non verticalmente» 62 , essi non hanno nulla da perdere lasciandolo, né debbono tanto drammatizzare per un licenzia mento. «Cambiare posto, per un sì o per un no», lasciare l ’ impiego «per un colpo di testa», è al contrario, «rimpiazzare una carriera, che non può essere percepita se non come una condanna a vita, per una struttura temporanea del «volta per volta» in cui si conservano le proprie possibi lità» 63 . Perciò, nel quadro della nostra inchiesta, come in quella di M. PlALOUX, è significativo che non possa mai essere fatta una divisione net ta tra i giovani attivi (lavoratori) e coloro che so no disoccupati o precari. Questa instabilità di impiego, questo «turn over» incessante, il cambiamento costante del la voro, la diversità delle mansioni (operaie e im piegatizie) oltre che permettere di eludere, attra verso la fluidità così provocata delle posizioni oc cupate nella divisione del lavoro, gli effetti del marchio di una assegnazione definitiva a tempo pieno («Essi non sono» manovali o fattorini, «essi hanno fatto» i manovali o i fattorini, in breve, «essi fanno piccoli lavori»), in questo modo la

sciano anche spazio, fuori del lavoro, ai tentativi di costruzione di una identità sociale positiva nell ’ ambiente sociale proprio di ciascun sogget to, ai tentativi per salvaguardare — maldestra mente e momentaneamente — un minimo di dignità, conformandosi al modello — tradizio nale — del «gagà» (le «giacche nere» di ieri), o a quello — più recente — dello «sfaticato», versio ne «proletarizzata» dello «hippie», del «contro società» piccolo-borghese 64 . Modelli che impri mono la loro forma specifica alle pratiche e alle retoriche sussunte sotto la nozione di «allergia al lavoro» 65 . In alcune condizioni specifiche, «uscir ne fuori» sarà per alcuni, sottrarsi radicalmente al campo della divisione del lavoro e impiegarsi — almeno per un periodo — in una «carriera de linquenziale», «uscirne fuori» potrà essere infine fuggire soggettivamente a tutte le classificazioni sociali: alcool e droga, in questo contesto, sono allora il prisma di una visione pacifica o comica del mondo, oppure il veicolo per una «evasione radicale». Se queste pratiche osservate nel mercato del lavoro e sussunte sotto la nozione di «allergia al lavoro», procedono dall ’ aspirazione a sottrarsi dalle collocazioni e auto-collocazioni negative le gate alle posizioni subalterne della divisione del lavoro, ovvero da un rifiuto della dominazione, c ’ è nondimeno anche in questo caso — parados salmente — «adeguamento delle disposizioni al le posizioni» che sono vissute e occupate, nella misura — e solo nella misura — in cui queste posizioni, sono obiettivamente precarie. In par ticolare, «/ ’ interim che impone un rapporto di lavoro discontinuo (...) permette di dominare o piuttosto di gestire per proprio conto le condi zioni obiettive della propria posizione nel mer cato del lavoro» 66 . Alla fine, nella misura in cui il mercato del lavoro, per la maggioranza dei giovani provenienti dalle classi subalterne, prov visti o no di qualificazione professionale, impe disce loro, per il fatto — tra l ’ altro — della pre carietà degli impieghi loro offerti, ogni prospet

60 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 36. 61 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 36. 62 R. HOGGART, L z culture du pauvre, Editions de Minuit, Paris, 1970, p. 128. 63 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 36. 64 Cfir. G. M auger e C. FOSSÉ La Vie buissonnière . Marginalité petite- bougeoise et Marginante'populaire, F. Maspèro, Paris, 1977. 65 Noi ci limitiamo, in questa occasio

ne, a menzionare questi «modelli». A quali pratiche specifiche questi modelli fanno riferimento? In che senso e perché i modelli del «gagà» e dello «sfa ticato» costituiscono delle identità so ciali positive nel paesaggio sociale dei giovani delle classi subalterne? In quali condizioni specifiche si diventa «gagà» o «sfaticato»? Per queste questioni ri mandiamo a G. M auger e C. F ossé , La Vie buissonnière , cit., e a G. MAU GER e C. FOSSÉ, La question du refus du travail cbez les jeunes ouvriers, to mo II, Diversite' de la jeunesse ouvrière (Rapporto del Ministero del Lavoro).

66 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 37.

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