Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

bile dare poi una veste legale. E veniamo al secondo punto, quello della per cezione dei recenti movimenti di protesta come di movimento g/cwwz/tf. Indubbiamente, nella stragrande maggioran za sono i giovani che portano avanti queste pro teste. Ma sarebbe sbagliato dedurne che si tratti unicamente di problemi specifici dei giovani. I problemi portati avanti dai giovani sono proble mi reali, oggettivi, che coinvolgono anche gli adulti e gli anziani di ogni strato sociale: il pro blema del degrado urbano, il problema dello scempio ecologico, il problema della disoccupa zione, il problema della protezione dei dati, il problema del riarmo atomico e del pericolo di guerra. Sono probeimi che toccano ognuno e, tuttalpiù, si può dire secondo il detto «dai vecchi il consiglio, dai giovani l ’ azione», che i giovani passano all ’ azione perché ne hanno la forza e perché si vedono il futuro minacciato. In questo contesto merita di essere citato an che il fenomeno della disaffezione verso le istitu zioni e la sempre più scarsa credibilità dei politi ci, dei funzionari, degli imprenditori e degli esperti in genere. Non si tratta in questo caso af fatto di un fenomeno giovanile di tipo particola re. Tutt ’ altro. L ’ apatia politica della maggioran za silenziosa ce ne offre un esempio illuminante: gente di ogni fascia sociale vede che non le sono date autentiche possibilità di partecipazione, che si decide al di sopra delle loro teste e dietro alle loro schiene, che è comunque indifferente se facciano o non facciano qualcosa perché «chi sta in alto» fa comunque tutt'altra cosa di quel che promette, e perché non dice mai ciò che real mente pensa. Si potrà certamente mettere in dubbio la giustezza di queste affermazioni, ma bisogna pur prendere atto che questo fenomeno è precisamente l ’ atteggiamento di molti giovani (e non più giovani). Troppo comodo farne una sorta di stravaganza collettiva. Passiamo quindi al terzo ed ultimo punto. Non esiste più vita collettiva; ne consegue che si parlano linguaggi diversi per cui si stenta a capir si, e dove il dialogo colto non esiste più, rien trerà inesorabilmente in funzione il linguaggio primitivo della violenza. Ora, il monopolio della violenza è in mano dello Stato. È bene che sia così, e si deve ricono scere che i nuovi movimenti sociali non hanno mai messo in discussione tale monopolio della violenza. Chi invece lo mette effettivamente in discussione sono i gruppi (giovanili) neofascisti di estrema destra con i loro «Freikorps» (corpi vo

lontari) e le loro «Burgerwehren (milizie popola- ri)- Nel ricorrere alla violenza da lui monopolizza ta, lo Stato si assume una responsabilità del tutto particolare. Essendo lo Stato di tutti i cittadini, e si ritiene comunque che tale debba essere, non gli è consentito di ricorrere alla violenza a solo beneficio di determinati gruppi speciali. È certo che fino a due o tre anni fa la propensione alla violenza non si era ancora diffusa, ed è solo nel corso di questi ultimi due anni che si fa sentire, e precisamente attraverso lo scontro con il potere statale militarizzato, i cui interventi sono sempre stati a senso unico. Ne consegue che sempre più colombe (Musli) si arrabbiano solidarizzando con i falchi (Molli). Immaginate a questo punto che a qualcuno venga in mente di presentare al pubblico, con le migliori delle intenzioni, una qualche istanza e invece di una seria discussione si ritrova la polizia in casa che lo tratta da «criminale» da rendere «innocuo». E appunto questa la profonda delu sione che molti giovani stanno attraversando, e non fa meraviglia che, in virtù appunto di que sta esperienza, diano sempre meno credito alle offerte di dialogo dei politici considerati indiffe rentemente mistificatori e opportunisti profes sionali. Una volta poi messasi in moto la spirale della violenza, quella degli uni viene presa come pre testo per la violenza degli altri, e non sarò io a dare a questo punto dei giudizi a senso unico. Bisogna anche dire che il poliziotto che bastona rappresenta uno dei rari dati sensibili che un gio vane arriva ad afferrare di un mondo burocratico che, sotto tanti altri aspetti, gli è divenuto inaf ferrabile. Quindi il potere dello Stato assolve brillantemente il ruolo di capro espiatorio, come del resto lo Stato sociale nei confronti di una cit tadinanza passivizzata ha sempre funzionato da capro espiatorio per qualsiasi contrarietà della vi ta in genere. Ciò non di meno ritengo che, avendo lo Stato il monopolio della violenza, anche l ’ iniziativa per la distensione debba partire dal potere stata le. Ciò potrebbe per esempio essere attuato con atti dimostrativi di conciliazione e disarmo inter ni, con una amnistia per chi si fosse reso penal mente perseguibile a seguito di proteste giovani li, con la rinuncia all ’ equipaggiamento militare messo in atto dalla polizia in occasione di mani festazioni di protesta giovanili, con la concessio ne di spazi legalizzati in forma di centri giovanili autonomi o alloggi da coabitare. L ’ emarginazio ne strisciante o aperta e la criminalizzazione dei giovani non fa altro che spingere una parte di es

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