Problemi della transizione 1983

Realtà giovanile

rano di qualche punto percentuale i diplomati. I laureati, invece, si ripartiscono in proporzioni si mili tra i maschi e le femmine: sebbene, infatti, sia più bassa la quota di donne che si iscrivono all ’ università, il tasso di abbandono dell ’ univer sità dei maschi è più alto. Questi dati confermano alcune tendenze e al cuni aspetti strutturali messi in luce da altre ri cerche condotte nell ’ Italia del Nord e, specifica- mente, in Emilia-Romagna. In primo luogo il fatto che i livelli di scolariz zazione dei giovani si sono notevolmente innal zati: la scuola dell ’ obbligo, contrariamente a ciò che si può riscontrare in molte zone dell ’ Italia Meridionale, è realmente tale: la stragrande maggioranza si iscrivono alle medie superiori ed una buona metà raggiungono il diploma. Va osservato, secondariamente, che i livelli di scolarità femminile tendono sempre più ad ap prossimarsi a quelli maschili. In generale questa è una conseguenza di un profondo mutamento di costume: diversamente da dieci e, ancor più, venti anni fa, proseguire gli studi non è più una prerogativa dei maschi. Non è questa, tuttavia, l ’ unica causa che tende a prolungare il percorso di studi femminile. In particolare, che il tasso di iscrizione alle medie superiori sia più elevato tra le femmine che tra i maschi deriva certamente dalle maggiori difficoltà delle giovanissime a tro vare un lavoro. Il terzo dato che emerge con forza è la profon da influenza della provenienza sociale sul grado di istruzione. Anche in una città ricca come Reg gio l ’ accesso all ’ istruzione universitaria è larga mente precluso a coloro che provengono da fa miglie operaie. Per la gran parte dei giovani di origine proletaria l ’ inserimento nel mercato del lavoro avviene molto prima. Parallelamente al percorso di studi «ufficiale», in questi anni se ne è sviluppato un altro, costi tuito dai corsi professionali della più varia natu ra. La percentuale dei giovani inclusi nel campio ne che hanno fatto corsi professionali è molto al ta, pari a circa il 15%. Il 3,2% hanno fatto corsi professionali dopo l ’ obbligo; il 4,5% durante o immediatamente dopo aver frequentato la scuola media superiore; lo 0,4% durante o dopo l ’ università. Quando già lavorano il 4,4% hanno fatto corsi professio nali che richiedevano un livello di scolarità medio-basso, e circa 1 ’ 1 % corsi professionali o di specializzazione che richiedevano un alto livello di scolarità. A fare corsi professionali, soprattutto dopo la media superiore e durante il lavoro, sembrano

essere soprattutto le donne, indipendentemente dal ceto sociale a cui appartengono. A determinare questa espansione sono, fonda mentalmente, due fattori. Il primo è la doman da di «riqualificazione» e «riconversione» della forza-lavoro da parte delle imprese. Come è no to, spesso tale riconversione si limita all ’ appren dimento di una singola nuova mansione, all'im parare ad utilizzare alcune macchine, etc. E, probabilmente, mirano a questo risultato una buona parte dei corsi aziendali fatti dai giovani che lavorano. Questa tendenza, si badi, è ope rante sia nelle imprese industriali che in molti settori del terziario. Il secondo è la ricerca di un lavoro migliore o, comunque, la acquisizione di alcuni elementi di professionalità specifica che diano maggiore po tere contrattuale al lavoratore sul mercato e/o gli consentano di trovare più facilmente un lavoro. Ciò spiegherebbe perché è relativamente più ele vata la quota di donne che fanno corsi professio nali. Spiegherebbe, inoltre, perché anche tra gli studenti non pochi facciano corsi di qualche ti po: chi crede di non trovare lavoro facilmente o di avere una preparazione scolastica che non fa vorisce l ’ inserimento nel lavoro cerca, in questo modo, di imparare un «mestiere». E di qualche interesse notare che attraverso i corsi professionali una quota tutt ’ altro che irrile vante degli occupati — tra gli intervistati circa il 6-7% — riescono a modificare in modo signifi cativo il proprio percorso lavorativo: i più accele rando i tempi di carriera; altri, semplicemente, cambiando «mestiere». Tra coloro che hanno interrotto gli studi il 32,6% lo hanno fatto perché «studiare costava troppa fatica»; il 29,3% per contribuire al bilan cio familiare (19,6%) o perché la loro famiglia non poteva più mantenerli (9,7%); il 19,6% per rendersi indipendenti dalla famiglia; il 13,8% perché hanno trovato un buon lavoro mentre studiavano e non hanno voluto lasciarlo; il 13,3% perché pensavano che «il diploma o la laurea non sarebbero serviti a niente»; il 4,4%, infine, perché si sono sposati. Le motivazioni che causano l ’ abbandono degli studi variano al variare dell ’ estrazione sociale. Molti giovani che provengono da famiglie ope raie smettono di studiare o perché incontrano maggiori difficoltà o perché scelgono di contri buire al bilancio familiare. 2.2. Le cause che determinano / ’ interruzione degli studi

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