Problemi della transizione 1983
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE TRIMESTRALE DI CULTURA E POLITICA 11-12/1983 Scienza e trasformazione Roberto Fieschi.jl Angelo Dina, Carlo Olmo, Mario Rasetti, 3 Piero Brezzi, Ezio Tabacco, Q Ernesto Salamoni, Gianfranco Rosati, Saggi e Discussioni Eric Hobsbawm, Francesco Galgano, Alberto Filippi, Ennio Scolari, Ricerche Sebastiano Brusco, Daniela Giacobazzi, Valeria Pezzi, Giovanni Solinas, r Maurizio Vaudagna, Tullio Aymone, Paolo Botta, David Robins. Materiali ^Machiavelli nei “ Quaderni del carcere Note e Rassegne
ohn Rawls e la battaglia dei topi e delle rane 1 Verso un manifesto dell ’ ecologismo socialista: «La formica e la cicala di G.B. Zorzoli» — 'raticne td itrice
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Trimestrale di cultura e politica
diretta da: Giuseppe Campos Venuti, Roberto Fieschi, Francesco Galgano, Walter Tega, Salvatore Veca. redattore: Maurizio Viroli. segretaria di redazione: Simona Granelli. Consiglio scientifico: Gian Mario Anseimi, Marzio Barbagli, Salvatore Biasco, Remo Bodei, Moris Bonacini, Piero Brezzi, Franco Bricola, Dino Buzzetti, Omar Calabrese, Pier Luigi Cervellati, Renzo Cremante, Fausto Curi, Raffaele De Giorgi, Roberto Fin- zi, Marco Fontana, Piero Formica, Mario Gattullo, Giuseppe Gavioli, Anna Maria Gentili, Giorgio Ghezzi, Ferruccio Giacanelli, Guido Guglielmi, Tomàs Maldonado, Ferruccio Masini, Lucio Montanaro, Umberto Romagnoli, Lino Rossi, Alessandro Roveri, Carlo M. Santoro, Eugenio Somaini, Maurizio Vaudagna, Renato Zangheri.
Redazione: Via San Vitale, 13 - 40125 Bologna - Tel. (051) 227971 XmrTwTwsfrazKwe; Pratiche Editrice Coop. s.r.l. - Via Ponchielli 4/ A - 43100 Parma - Tel. (0521) 25648 Gli abbonamenti, i sommari, le pubblicità vanno inviati a «Pratiche Editrice» Un fascicolo L. 5.000 - Estero L. 7.000 - Numeri arretrati L. 10.000 - Abbonamento quattro fascicoli L. 18.000 - Estero L. 28.000 - Abb. sostenitore L. 50.000
Direttore responsabile: Gian Pietro Testa Reg. Trib. Parma n. 599 Progetto grafico: Antonio Barrese Tipografia: Grafiche STEP Cooperativa Moletolo (Parma) - Maggio 1983 Distribuzione PDE in tutta Italia
INDICE
MATERIALI Rita Medici Machiavelli nei «Quaderni del
SAGGI E DISCUSSIONI Eric Hobsbawm Se non ora, quando? Teoria e prassi nel marxismo pag. 58 Francesco Galgano Marx e i momenti della transizione pag. 63 Alberto Filippi Il potere, il modello, l'immagine nell'America Latina pag- 74 Ennio Scolari La riforma dipartimentale dell'area umanistica pag- 87 I giovani, il lavoro, la politica. Primi risultati di una ricerca nel comune di Reggio Emilia pag- 96 Maurizio Vaudagna I giovani e la politica negli Stati Uniti: la svolta degli anni settanta pag. 132 Tullio Aymone Le aggregazioni giovanili nella realtà modenese pag. 143 Paolo Botta Giovani, lavoro e mobilità sociale al sud pag. 152 David Robins Sport e cultura giovanile in Inghilterra pag. 162 RICERCHE Sebastiano Brusco, Daniele Giacobazzi, Valeria Pezzi, Giovanni Solinas
SCIENZA E TRASFORMAZIONE Roberto Fieschi Innovazioni tecnologiche e sistema produttivo pag. 2 Angelo Dina, Carlo Olmo, Mario Rasetti Scienza innovazione e organizzazione del lavoro pag. 18 Piero Brezzi Proposte per una strategia di politica industriale pag. 25 Ezio Tabacco
carcere» pag- 172
NOTE E RASSEGNE Alberto Artosi Acune osservazioni sul concetto di razionalità pag. 188 Carlo Rossetti John Rawls e la battaglia dei topi e delle rane pag- 197 Mario Libertini Verso un manifesto dell'ecologismo socialista: la formica e la cicala di G.B. Zorzoli pag. 201
La cultura scientifica nella amministrazione dello Stato pag- 36 Ernesto Salamoni Prospettive della siderurgia pag- 41 Gianfranco Rosati
L'assistenza sanitaria, un campo complesso d'interazioni politiche e culturali pag- 50
SCIENZA E TRASFORMAZIONE
Innovazioni tecnologiche e sistema produttivo
di Roberto Fieschi
1. Premessa Con «Innovazione Tecnologica» (I.T.) s ’ intende la incorporazione di nuove tec niche e di nuove conoscenze in un prodotto o in un processo produttivo, nuovi o migliorati, e commercializzabili. Dunque si tratta di qualcosa di diverso dalla tec nologia, che è il risultato dell ’ applicazione a compiti pratici delle conoscenze scien tifiche: non ha senso parlare di I.T. se il risultato finale non trova utilizzazione. In un ’ economia capitalista, almeno dal punto di vista del settore privato, lo sforzo per sviluppare una tecnologia in un prodotto o in un processo deve condurre al profit to 1 . Per queste regioni, oltre a una competenza strettamente scientifica e tecnologi ca, per realizzare la I. T. fino al successo commerciale sono necessarie serie compe tenze anche di carattere ingegneristico, economico, manageriale, ecc. Si racconta che Michael Faraday, uno dei massimi scienziati del secolo scorso, a un ministro di Sua Maestà Britannica che gli domandava a cosa servissero i suoi stu di sulla elettricità e sul magnetismo, abbia risposto pressapoco così: «Non so a cosa serviranno, ma sono certo che, prima o poi, il Suo Governo ci metterà sopra delle tasse». Faraday aveva ragione. Dalla sua fondamentale scoperta di «trasformare il magnetismo in elettricità» (1831) derivarono, entro pochi anni, i primi generatori elettrici e, in seguito, le centrali termo e idro-elettriche e i motori elettrici. Questo, insieme a molti altri possibili esempi analoghi, mostra che la scienza sta — almeno dal secolo scorso — alla base dello sviluppo tecnologico e produttivo. Cosa nota e arcinota. Ma se vogliamo capire davvero come ha luogo il passaggio dalla scoperta scientifi ca alla realizzazione, alla diffusione e al successo commerciale delle applicazioni pratiche ciò non basta. Ad esempio non serve a spiegare come mai, nonostante che le scoperte sperimentali e le teorie dell ’ elettromagnetismo si siano sviluppate prin cipalmente in Inghilterra, nella seconda metà del secolo scorso la Germania abbia potuto assicurarsi un largo predominio sui mercati internazionali nel campo dell ’ elettrotecnica. Un secondo esempio classico può essere utile per illustrare la complessità del pro cesso di I.T.: Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili intorno al 1440; in se guito formulò l ’ ambizioso progetto di pubblicare tutta la Bibbia: egli si trasforma va così da inventore in imprenditore, con l ’ obiettivo di realizzare su vasta scala e di
nopolio, ha frenato l ’ introduzione di nuove tec nologie disponibili.
1 Ciò non implica necessariamente che le conse guenze della I.T. siano tutte positive dal punto di vista dello sviluppo della società, del migliora mento della qualità della vita, né che la spinta al profitto stimoli sempre alla I.T. ; sono noti molti casi in cui, nel breve termine, l ’ esigenza di mas simizzare i profitti, in condizioni pratiche di mo
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commercializzare la sua invenzione. Cioè, nel linguaggio di oggi, di introdurre una innovazione tecnologica. Ma l ’ impresa era molto costosa e Gutenberg dovette ricor rere nel 1450 e poi ancora nel 1452, ai prestiti del finanziere Johannes Fust. Nel 1455, in un perfido processo, Fust rovinò finanziariamente Gutenberg ed entrò in possesso della «casa editrice»; la stampa della Bibbia mazarina (circa 200 esemplari) terminò nel 1456. Nei dieci anni successivi gli artigiani tedeschi introdussero la ri voluzionaria innovazione in molti paesi europei, in alcuni dei quali in breve tempo l ’ industria della stampa divenne fortemente competitiva con quella tedesca. La storia della diffusione della stampa fornisce alcuni elementi utili sul processo di innovazione tecnologica: a) l ’ inventore in genere non è in grado di garantire da solo l ’ innovazione tecnologica perché non sa valutare gli ostacoli da superare per la realizzazione della produzione su vasta scala: si deve infatti a Fust, buon imprendi tore, la gestione efficiente della stamperia; b) i primi innovatori possono essere su perati dai loro imitatori successivi: Venezia in breve tempo divenne un centro di stampa ben più famoso di quelli tedeschi; c) il costo per sviluppare l ’ invenzione in un prodotto commerciale è elevato; la disponibilità di capitale fu l ’ elemento essen ziale che determinò il successo di Fust; d) il trasferimento degli specialisti è uno de gli elementi importanti per la diffusione di una tecnologia. Fu un artigiano tedesco a introdurre la stampa a Venezia, dietro l ’ impegno del senato veneziano che per cinque anni egli avrebbe avuto il monopolio e che per lo stesso periodo non sareb bero stati importati libri stampati altrove. Questo sembra uno dei primi casi di bre vetto (1469); e) la situazione culturale del paese è una condizione importante per accogliere e sviluppare una nuova tecnologia; il differente sviluppo della stampa in Italia e nell ’ impero Ottomano, dove la nuova tecnica si diffuse solo due secoli più tardi, ne è la prova. Venendo ai giorni nostri, è noto che l ’ invenzione fondamentale nel campo dell ’ elettronica a stato solido, il transistor, è stata fatta nel 1947 dai ricercatori ame ricani dei Laboratori Bell, e che ancora a ricercatori americani si deve la maggior parte dei brevetti fondamentali nello stesso settore; tuttavia oggi l ’ industria giap ponese dei beni di consumo basati sull ’ elettronica a stato solido (circuiti integrati, ecc.) compete con successo con quella americana sui mercati internazionali. 2. Il caso giapponese Esso merita un ’ attenzione particolare per le sue peculiarità rispetto ad altre espe rienze. Gli elementi alla base della capacità delle aziende giapponesi di rispondere con prontezza alle nuove opportunità commerciali sono l ’ eccellente management e l ’ engineering, insieme alla stretta relazione fra business e governo. Invece di con servare la base industriale pre-esistente, il Giappone si è proiettato nel futuro; par tito, negli anni ’ 50, da prodotti come vestiti, scarpe, giocattoli, passato negli anni ’ 60 a industrie ad alta densità di capitale (acciaio, cantieri navali), quindi ad auto mobili e TV, si è infine assestato nell ’ ultimo decennio sui prodotti ad alta tecnolo gia, circuiti integrati, macchine utensili a controllo numerico, elaboratori elettroni ci. In Giappone esiste una forte rete informativa sulle strategie del mercato che lega aziende, banche e agenzie governative. La politica tariffaria è stata usata con deci sione per proteggere l ’ industria emergente fino a che essa avesse raggiunto la forza di competere sui mercati internazionali. Il Giappone ha saputo sviluppare una politica industriale organica e articolata, dove gli interessi delle grandi imprese vengono armonizzati dal MITI, un supermi- nistero dell ’ industria e del commercio internazionale 2 . Il MITI, istituito nel 1925,
2 C halmers J ohnson , MITI and thè Japanese Mtracle: Thè Growth of Industriai Policy, 1925-1915, Stanford University Press (1982).
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nel dopoguerra è diventato l ’ elemento centrale alla base della crescita economica del Giappone; esso ha garantito alle aziende nazionali interessate l ’ accesso ai pro getti di ricerca congiunti fra aziende e governo, per stimolarne la competitività; un esempio recente è la ricerca sulla integrazione a larga scala (VSLI). Il Giappone inol tre ha sviluppato un sistema efficiente di importazione e di adattamento della tec nologia straniera 3 . Una indagine del 1977 mostra che oltre il 50% della tecnologia più importante disponibile nel paese è di importazione, ma solo il 5% non ha tro vato una rielaborazione e una taratura alle specifiche esigenze del sistema 4 . Un al tro studio della O.E.C.D. sulle principali innovazioni mondiali dal 1945 al 1970 trova che solo 4 su 110 hanno avuto origine in Giappone, contro ben 74 negli Stati Uniti. Le recenti importazioni di tecnologia includono accordi che riguardano in venzioni non ancora commercializzate nel paese esportatore; nel 1975 ben il 25% degli accordi rientrano in questa categoria. Ma il Giappone non si presenta in una posizione di tecnologia subalterna: la tecnologia viene rielaborata e migliorata, so prattutto con l ’ obiettivo di ridurre i costi di produzione 5 . E ciò richiede, sia per la individuazione delle scelte più opportune, sia per la rielaborazione, una vasta com petenza e conoscenza dell ’ evoluzione dei diversi settori e un ottimo sistema di Ri cerca e Sviluppo (R.S.). A ciò si deve aggiungere una forte integrazione fra gli inte ressi produttivi e commerciali dell ’ industria e la politica governativa. Ad esempio, il governo giapponese ha organizzato le sei compagnie che producono elaboratori elettronici in due grandi associazioni per la ricerca e ha limitato gli acquisti gover nativi di elaboratori alla produzione delle sei compagnie nazionali (Hitachi, Fujit- su, ecc.). Se non vogliamo ignorare l ’ altra faccia della medaglia, ricordiamo che il sistema pensionistico giapponese è ridotto all ’ osso e che nel 1970 il bilancio nazio nale per i servizi sociali era di solo L. 16.000 procapite, contro le 177.000 lire della Svezia 6 . 3. I meccanismi dell ’ innovazione tecnologica Come è noto, essi sono complessi e il loro controllo è molto diffìcile 7 * . Nel mondo della ricerca — e non solo in quello — è tuttora abbastanza diffusa la convinzione che, ogni qualvolta uno scienziato abbia fatto una scoperta che comporti un pro gresso generale delle conoscenze, presto o tardi arriverà un inventore in grado di utilizzarla a fini pratici, aprendo la strada a una nuova tecnologia, e infine un ’ in dustria che saprà trasformarla in un prodotto di larga diffusione. Si pensa cioè che esista una sequenza lineare di questo genere: Ricerca Scientifica - Scoperta Scientifi ca - Ricerca Applicata - Invenzione di un nuovo prodotto o di un nuovo processo - Ingegnerizzazione - Produzione - Commercializzazione. Ciò è lontano dai fatti e farebbe sorridere il più sprovveduto degli imprenditori. Certamente è necessaria una forte ricerca di base, libera (che, in ogni caso, ha in sé il suo valore conoscitivo e non richiede giustificazioni utilitaristiche) , una buona integrazione fra scienza e produzione, una buona scuola, un intervento dello Stato, ma ciò non basta, come 3 M.J. P eck , A. G oto , Technology andEcono mie Growth: Thè Case ofjapan, Research Policy, voi. 10, p. 222 (1981). 7 O.C.S.E., Le condizioni del successo in tema di I. T. , Parigi (1970); A. D e GIORGIO et al., Ricer ca e trasferimenti della tecnologia in Europa, De Donato (1979); V. COLOMBO, Strategie* )■ or Eu rope, Omega, voi. 5, p. 511 (1977), Innovation Policy, Trends and Perspectives, OECD, Parigi (1982).
4 CENSIS, Considerazioni di sintesi sulla politica della ricerca scientifica e tecnologica in Italia, Ro- ma(1981). 5 Ricordiamo, a questo proposito, il successo del Piano di Sinigaglia per il rilancio della siderurgia italiana. 6 E. D el BOSCO, Alle radici della sfida giappo nese, «Politica ed Economia» (1978), n. 5, pag. 47.
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rivelano i molti clamorosi fallimenti (aereo supersonico Concorde, impianti elettro nucleari del Regno Unito, ecc.). Il processo di innovazione tecnologica non avviene nel vuoto: è fortemente influenzato, oltre che dal livello generale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche del paese, da fattori come le disponibilità di risorse fi nanziarie, le condizioni del mercato, i condizionamenti internazionali, l ’ efficienza delle strutture statali, la politica fiscale e commerciale dei governi (incentivi e pro tezionismi), i vincoli di protezione dell ’ ambiente e quelli sulla sicurezza nel lavoro e sui prodotti 8 . Un ’ indagine dei progetti di I.T. francesi ha mostrato che la metà dei fallimenti non erano dovuti a carenze sul piano tecnico, ma a errate indagini di mercato 9 . Innovazione sostanziale e marginale. L ’ innovazione tecnologica non si presenta con caratteristiche uniformi, né per la sua natura e le sue origini, né per l ’ ampiezza delle applicazioni e dei riflessi sulla produzione e sulla società. Accanto a innova zioni basate sostanzialmente su scoperte scientifiche fondamentali, che hanno inci so profondamente non solo su alcuni aspetti della produzione ma anche sul modo di vivere ne abbiamo altre, pur risalenti alle radici della scienza contemporanea, ma con applicazioni e conseguenze generali limitate; accanto a innovazioni che richie dono il concorso di varie tecniche sofisticate, altre si basano semplicemente sull ’ ap plicazione di una tecnica nota a un campo differente. Alcune innovazioni sono il ri sultato del trasferimento a usi civili di tecniche sviluppate per impieghi militari, ad esempio il radar, sviluppato per la difesa antiaerea, il reattore nucleare, realizzato per ottenere plutonio per la bomba A, il motore a reazione, adottato inizialmente dai tedeschi per le V2 e per gli aerei da caccia. Una schematizzazione più utile ai fini pratici porta a dividere le innovazioni in due categorie, quelle che portano a cambiamenti sostanziali e quelle che perseguo no miglioramenti marginali; queste categorie sono anche dette innovazione discon tinua e innovazione incrementale. Le prime rispondono a esigenze reali della so cietà e possono incidere anche profondamente sulla qualità della vita: sulfamidici, antibiotici, vaccini, pillola anticoncezionale, elettrodomestici, aerei a reazione, transistor, circuiti integrati, calcolatori, televisione, fibre artificiali, materie plasti che, fertilizzanti, insetticidi, diserbanti, ecc. Il miglioramento marginale risponde all ’ esigenza delle aziende di imporre nuovi prodotti che si sostituiscono ai vecchi, ancora funzionali, per ridurre i costi di produzione, per appropriarsi di aree cre scenti di mercato, o semplicemente per difendere il mercato esistente. In molti casi anche questo secondo tipo di innovazione risponde a esigenze funzionali, porta a prodotti di caratteristiche più avanzate, a processi più efficienti e più economici; in altri si tratta di cambiamenti sostanzialmente irrilevanti, o addirittura negativi perché spingono al rifiuto di prodotti validi e allo spreco: modelli leggermente va riati di auto ai quali viene aggiunta, per esempio, una coppia pleonastica di fanali, variazioni della moda nell ’ abbigliamento 10 , detersivi e medicamenti equivalenti, aggiunta di una lama al rasoio di sicurezza, formaggi che si spalmano, ecc. Per im porli si fa perno sulla pubblicità attraverso i mezzi di comunicazione di massa, che ingigantisce anche il minimo elemento di novità per una diversa presentazione del le merci da vendere. Anche questo ultimo tipo di innovazione, in una società capitalistica e nella si tuazione attuale, è indispensabile a un ’ industria per non uscire dal mercato; esso tuttavia non dovrebbe trovare spazio nell ’ ambito di una programmazione econo mica nazionale che individui gli obiettivi validi da sostenere. Secondo un rapporto FAST-IMI, dall ’ impiego del fondo IMI per la ricerca appli cata in Italia emerge come portante una strategia di fallout thè leader, cioè di alli
8 J.Y. K amin , I. B ijaoui , R. H oresh , Some de terminanti of cost distribution in thè process of technological innovation, «Research Policy» 11, 83(1982). 9 Alcune delle considerazioni qui riportate sono riprese da: ROBERTO FlESCHl, L'invenzione tec
nologica, Il Saggiatore, Milano (1981). 10 N. CACACE, Innovazione dei prodotti nell'in dustria italiana , Franco Angeli, Milano (1970).
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neamento alle innovazioni tecnologiche recenti, all ’ altezza delle soluzioni più avanzate e di recente introduzione esistenti sul mercato internazionale, rispetto alla strategia di innovazione sostanziale e a quella di inseguimento, orientata solo a mi gliorare prodotti e processi di tecnologia tradizionale. La ricerca è molto costosa, fino a diventare insostenibile per molte imprese, se di retta a una I.T. radicale, mentre può essere sviluppata a costi accettabili se indiriz zata ad adattare alle proprie esigenze prodotti e processi già realizzati altrove, e a migliorarli. Questo secondo tipo di I.T. richiede progetti a più breve termine e a ri schio inferiore; data la grande incertezza che circonda l ’ innovazione, e il fatto che l ’ incertezza tende a crescere col tempo che è richiesto perché un progetto percorra tutto l ’ arco dal laboratorio di ricerca al mercato, si capisce come la I.T. imitativa, o di sviluppo, o di inseguimento, o incrementale, sia più comune dell ’ innovazione radicale. Per rendersi conto dell ’ enorme ruolo che gioca questo tipo meno ambizio so di I.T., si pensi che la IBM è entrata nel campo dei calcolatori come imitatrice, e così pure la Texas Instruments nel campo dei dispositivi a semiconduttore, e la RCA nel campo dei televisori. L ’ analisi dell ’ industria di elaborazione elettronica dei dati è particolarmente istruttiva a questo proposito. Il mercato (dati del 1975) è dominato da una sola compagnia, la IBM, che ne controlla il 70%, mentre gli altri competitori non supe rano singolarmente la quota del 10%. La forte ricerca sviluppata dalla IBM e i molti brevetti ottenuti sono stati posti per lo più al servizio di una strategia difensiva, cioè hanno avuto l ’ obiettivo di limitare la possibilità di successo delle aziende competi tive e di difendere la posizione raggiunta nel mercato da sviluppi tecnologici impre visti, anziché di perseguire una strategia fortemente innovatrice. Ricordiamo che l ’ UNIVAC I, il primo calcolatore elettronico installato (1951) è della Remington Rand; ma, in quei primi anni, i calcolatori elettronici interessavano solo una quota minima del mercato della elaborazione dati; quando il mercato si allargò, l ’ IBM in tervenne efficacemente. Si pensi inoltre che il radar e il motore a reazione non sono stati inventati negli Stati Uniti, anche se gli U.S.A. vi hanno apportato miglioramenti sostanziali; ep pure la produzione industriale statunitense di aerei a reazione per uso civile con trolla il mercato dei paesi occidentali. La maggior parte della ricerca, dunque, deve essere focalizzata su progetti volti a rinforzare, diversificare ed espandere le attività esistenti, piuttosto che a entrare in campi diversi con una innovazione radicale, in modo che l ’ azienda si avvantaggi delle strutture di produzione e di marketing esistenti. «Pulì* e «Push». Semplificando e schematizzando il discorso, l ’ analisi dei processi di trasferimento delle tecnologie e delle conoscenze e tutto il complesso degli ele menti che compongono la I.T. hanno luogo secondo due meccanismi generali, det ti «pulì» e «push»; letteralmente «tira» e «spingi»; con maggiore precisione si dice anche «need pulì» o «market pulì» quando sono le necessità degli utenti che tirano verso l ’ innovazione, e «technology push» quando l ’ evoluzione stessa della tecnolo gia preme per nuove applicazioni pratiche. Il «pulì» riguarda dunque il caso in cui esiste una forte esigenza di I.T. (o di nuo ve conoscenze) nei settori produttivi o sociali ed esiste inoltre un operatore econo mico o una istituzione pubblica ben definiti, che ne cercano attivamente la soluzio ne. La tecnologia e le conoscenze che soddisfano a tale esigenza in genere trovano rapidamente il canale di trasferimento e si realizza l ’ utilizzazione. Nel caso del meccanismo di tipo push la situazione è ben diversa: una tecnologia alla ricerca di un problema da risolvere o di un utente interessato a impiegarla in contra resistenze notevoli. Talvolta la necessità di una tale tecnologia non è definita chiaramente e i suoi tentativi di inserirsi in un mercato sono visti con scarso interes se. Le note barriere al trasferimento come la mancanza di interesse, il fattore NIH (Not Invented Here), le difficoltà tecniche a sviluppare l ’ innovazione in un oggetto adatto alla linea di produzione, la scarsità di capitali, la difficoltà a valutare o a mo dificare il mercato, ecc. riducono fortemente, almeno a breve termine, le possibilità
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di successo del meccanismo push. Come tutte le schematizzazioni, anche questa del pulì o push impoverisce la realtà 11 ’ 12 . La schematizzazione inoltre mal si adatta ai casi in cui l ’ esigenza di innovazione non è tanto legata ai singoli operatori economici, ma alla soluzione di problemi di carattere nazionale, come medicina preventiva, risparmi energetici, utilizzazione di terre incolte, difesa del suolo e dell ’ ambiente, ecc. il pulì negativo. Il pulì può anche essere di segno negativo, cioè le esigenze del profitto in alcuni casi agiscono da freno alla introduzione di nuove tecnologie nel mercato. Classico a questo proposito il caso del vaccino Sabin, il cui lancio venne ri tardato dall ’ interesse capitalistico a smaltire il farmaco prodotto in precedenza, il Salk, meno efficace contro la poliomelite. Altrettanto classiche le ricerche già citate nel campo dei calcolatori elettronici: la IBM, che controlla la maggior parte del mercato, per decenni ha svolto una politica di freno all ’ introduzione di alcuni nuovi ritrovati tecnologici, fino al momento in cui non valutava che la sua posizione dominante fosse sfidata dai prodotti delle aziende competitrici. Già oltre un secolo fa Marx osservava, nel secondo libro de 11 Capitale, che gli strumenti di lavoro vengono continuamente perfezionati, ma che il capitale fisso investito nelle imprese deve essere utilizzato per un certo periodo. Per questo motivo nuove macchine e mezzi tecnici vengono introdotti solo gradual mente, sebbene la lotta concorrenziale costringa a un precoce rinnovo dell ’ attrezza tura. Interessante, ma meno noto, il caso dei vetri infrangibili, applicati alle automo bili con un ritardo di vari anni, sempre per calcoli di profitto. Il quadro è acutamente sintetizzato da Saul Bellow: «Per il vecchio Sammler era chiarissimo che i ricchi erano vincitori di lotte di criminalità, di criminalità lecita, in altre parole, trionfanti in forme di lotta d ’ inganno e di durezza di cuore considerate dall ’ ordine politico nel suo complesso come forme produttive: un genere d ’ imbro glio o di furto o (nel caso migliore) di spreco che, nell ’ insieme, portava a un au mento del prodotto lordo nazionale». 4. Le economie pianificate Si sarebbe portati a pensare che nei paesi a economia pianificata il problema del la I.T. sia facilmente risolto attraverso la naturale convergenza su obiettivi comuni dei centri di ricerca applicata e delle industrie, nel quadro delle linee di sviluppo previste da un piano economico poliennale. Nei paesi socialisti, in un determinato periodo della loro evoluzione, si riteneva che la trasformazione radicale della società e l ’ instaurazione di un sistema sociale più favorevole al progresso della scienza avrebbero avuto come conseguenza neces saria uno sviluppo tecnico ed economico rapido. Come sappiamo, ciò non si è rea lizzato. Vale la pena di ricordare a questo proposito quanto disse Kapitza nel 1956 all ’ Accademia delle Scienze dell ’ ÙRSS: «L ’ assimilazione delle conquiste della scienza e della tecnica da parte dell ’ industria avviene con lentezza e fatica. Ci sono molte difficoltà. Il programma deve tener conto tanto della capacità produttiva del la fabbrica quanto del carattere specifico dell ’ innovazione da assimilare. Difficile per lo scienziato tenere nel giusto conto il carattere specifico della produzione; dif ficile per la direzione della fabbrica e per i suoi tecnici tenere invece conto delle esi genze particolari dell ’ innovazione tecnologica». Sarebbe molto interessante dispor
11 J.E. E ttlie , Thè commercialization of fede rally sponsored technological innovation, «Rc search Policy» 11, 173 (1982). 12 G. DOSI, Technological paradigmi and tech nological trajectories , «Research Policy» 11, 147, (1982).
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re di analisi accurate, che mostrino come il problema può venire affrontato in situa zioni in cui il profitto non gioca un ruolo essenziale. Le analisi disponibili sono tuttavia insufficienti. In Ungheria nel 1972 il governo ha adottato un piano ventennale di previsione che ha definito priorità anche nella ricerca di base; gli sforzi sono stati concentrati negli Istituti della Accademia delle Scienze e l ’ Università è stata trascurata. Per ciò che riguarda la ricerca applicata, so no stati organizzati alcuni laboratori dagli stabilimenti industriali e agricoli, mentre gli stessi ministeri hanno istituito centri di ricerca specializzati nei campi di loro competenza. Tali istituti non sono riusciti a stabilire relazioni sufficientemente strette con la produzione e di conseguenza non hanno contribuito in modo efficace alla I.T. Una recente ricerca sull ’ industria polacca mostra che la spinta a introdurre la I.T. viene prevalentemente dalle industrie stesse o dai loro propri centri di ricerca, piut tosto che a livelli più alti dell ’ organizzazione. Su un campione di 86 tipi di innova zione considerati, 69 si basano sulla tecnologia nazionale, e solo 17 su tecnologie importate attraverso brevetti. Ma ciò è dovuto prevalentemente al fatto che spesso si tratta di innovazioni di processo di modesta entità, legate direttamente ai processi di produzione esistenti e provocate da persone coinvolte nella produzione. Dunque la pianificazione della ricerca e degli investimenti, almeno nella situa zione attuale, non ha favorito il trasferimento di conoscenze e una I.T. vivace. 5. Considerazioni riassuntive Raccogliamo ora schematicamente alcune osservazioni: a) Le connessioni fra la ricerca applicata e la produzione-commercializzazione, coinvolgono processi molto complessi. b) Nella tecnologia fortemente innovativa l ’ intervallo di tempo tra l ’ invenzione e la penetrazione sul mercato è molto ampio, in media 10-20 anni. Le difficoltà di diffusione di una innovazione erano molto maggiori, naturalmente, nel passato, perché agli ostacoli ancor oggi presenti nelle società tecnologicamente svi luppate ben altre se ne sovrapponevano, ad esempio quelle connesse con la lentezza delle comunicazioni. Vale la pena di considerare ancora alcuni casi classici 9 . È indubbio che la metallurgia del ferro rappresenti, fra tutte le conquiste pratiche della storia dell ’ umanità, quella che ancor oggi riveste maggiore importanza. Le pri me popolazioni che svilupparono tale tecnologia furono gli Ittiti, gli indoeuropei di più antica civiltà, che dominarono l ’ Asia Minore per 800 anni (2000-1200 a.C.). La metallurgia del ferro, come è noto, era ben più difficile di quella del rame e del bron zo, perché i forni dell ’ epoca non permettevano di raggiungere le elevate temperature necessarie alla fusione del metallo; i fabbri ittiti erano molto abili nel fucinare la mas sa spugnosa che si otteneva dai forni primitivi, e gelosi dei segreti della loro tecnica. La diffusione della tecnica del ferro alle altre popolazioni evolute di quel tempo do vette attendere il crollo dell ’ impero Ittita sotto l ’ assalto dei Popoli del Mare; i fabbri ittiti si dispersero, portarono con sé e trasmisero le loro conoscenze: solo allora ebbe veramente inizio l ’ età del ferro. (Si deve però ricordare che alcuni studiosi non con cordano sull ’ importanza del ferro presso gli Ittiti.) La diffusione del nuovo materiale e della nuova tecnologia fu tuttavia molto lenta. Significativo a questo proposito un dato che si ricava esaminando l ’ Iliade, scritta nell ’ VIII secolo, dunque già alcuni secoli dopo l ’ inizio dell ’ età del ferro: nel poema omerico il rame è nominato quasi 300 volte, il ferro solo una ventina. L ’ importanza del fattore umano nel trasferimento delle innovazioni, così ben do cumentato da questo esempio, fu confermata a più riprese nella storia della tecnica. Gli artigiani del vetro di Murano, nel secolo quindicesimo, venivano strettamente sor vegliati dalla Repubblica veneta; leggi severe impedivano loro di recarsi all ’ estero per diffondere le tecniche di fabbricazione di beni che portavano grandi ricchezze alle casse della Repubblica; nei secoli seguenti la Francia riuscì a fare espatriare alcuni di questi preziosi e specializzatissimi operai, e anche grazie al loro contributo si sviluppò la famosa fabbrica di Saint-Gobain. Lo stesso Gran consiglio della Repubblica veneta
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nel XV secolo infliggeva pene pecuniarie e prigionia ai tecnici specializzati nella cala fatura delle navi che si fossero recati a lavorare all ’ estero; un secolo dopo i Medici, Si gnori di Firenze, ponevano addirittura una taglia sulla testa dei tecnici orafi e setaioli emigrati sotto l ’ allettamento di un guadagno superiore. Al contrario, l ’ informazione scritta in generale non fu un mezzo molto efficace per diffondere la I.T. nel mondo pre-industriale. Ad esempio nella seconda metà del ’ 600 gli inglesi fecero notevoli sforzi per costruire i mulini per lavorare la seta, ma sen za successo, nonostante potessero basarsi su un buon trattato dove quei mulini veniva no descritti in dettaglio. Il problema fu risolto solo all ’ inizio del ’ 700, per mezzo del lo spionaggio industriale, un tipo di operazione che si diffuse nei secoli successivi. In circostanze ben diverse, la diffusione della I.T. ancor oggi mostra di dipendere in buona misura dal trasferimento dei tecnici: è noto, ad esempio, che alcune delle industrie elettroniche americane più avanzate hanno avuto origine per iniziativa di tecnici e di scienziati di altissima qualifica, staccatisi dalle grandi ditte nelle quali ave vano lavorato per molti anni. c) Molte innovazioni non raggiungono il successo commerciale. d) Raramente un ’ innovazione importante si impone, se non è richiesta sul mer cato. e) L ’ allineamento alle I.T. recenti e la loro gestione attiva è più importante di una innovazione sostanziale. f) I reparti industriali di R.S. sono riluttanti ad accogliere innovazioni sviluppate all ’ esterno; i reparti di produzione tendono a resistere ad ogni cambiamento. E questo il fattore «Not Invented Here» (NIH). g) Non vi è correlazione stretta fra risorse consacrate a una R.S. originale e i tassi di aumento della produttività o del profitto 13 . h) La ricerca applicata promossa e finanziata dai governi attraverso i Centri pub blici di ricerca ha scarsa incidenza diretta sulla produzione 11 ; ciò è in parte conse guenza di quanto indicato al punto f) e del fatto che a livello governativo difficil mente si è in grado di valutare le opportunità del mercato. 6. Il caso Italia In Italia, difficoltà più particolari a realizzare una ricerca finalizzata efficace deri vano da altri fattori: a) le carriere dei ricercatori negli EPR sono legate alla ricerca li bera, che dà risultati pubblicabili su riviste qualificate; inoltre la ricerca applicata in molti casi è più difficile; b) la relativa disponibilità di finanziamenti, associata alla scarsità di ricercatori e di tecnici, rende poco efficaci gli incentivi finanziari verso la R.A.; c) carenze di direzione, di meccanismi di selezione e di verifica dei risultati, fanno sì che molti centri di ricerca con orientamento applicativo scadano di livello e tendano a ridursi a organismi dove l ’ inefficienza favorisce la frustrazione 14 . I problemi e le difficoltà sopra elencati non autorizzano a eludere la necessità di I.T., solo ammoniscono che un approccio schematico o approssimativo può com portare un rapporto costi-benefici molto alto. In particolare è urgente dedicare molta attenzione alla necessità di introdurre nei comparti industriali e nei servizi l ’ I.T. conseguente all ’ impetuoso sviluppo della microelettronica, e di prevedere e controllare i riflessi a livello sociale, principalmente sull ’ occupazione 15 . In secondo luogo sembra opportuno che la maggior parte della ricerca sia focaliz zata su progetti volti a rinforzare, diversificare ed espandere i settori produttivi già affermati, in modo che le aziende si avvantaggino delle strutture di produzione e di
di Lucio B usinaro , R & S x P, Garzanti (1982). 15 P iero B rezzi , Un Proteo da afferrare: elettro nica e trasformazione sociale, in «Problemi della Transizione», n. 7, p. 135 (1981).
13 K. PAVITT, R & D, patenting and innovative activities, «Research Policy» 11, 33, (1982). 14 Per un ’ analisi della complessità dei processi di I.T. e di come la carenza culturale del nostro pae se favorisca sterili attese miracolistiche sulle po tenzialità della ricerca scientifica si veda il saggio
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marketing esistenti, anziché tentare di entrare in campi diversi con una innovazio ne radicale. A questo proposito è importante ridiscutere la tesi, diffusa ma parziale, che la ricerca applicata debba essere orientata prevalentemente verso prodotti tec nologicamente molto avanzati, a colmare il noto «gap» tecnologico; prodotti tradi zionali e tuttora indispensabili sono altrettanto importanti, purché la tecnologia di processo o di produzione venga opportunamente adeguata, in modo da poter an che competere sul mercato internazionale. Non dimentichiamo ad esempio che la bilancia commerciale americana è fortemente sostenuta anche dalle esportazioni di frumento, soia e granturco, cioè da «innovazioni» introdotte nella preistoria dall ’ uomo addirittura dell ’ età neolitica; ma quali e quante sono le più recenti in novazioni — di processo, di organizzazione, di selezioni genetiche — introdotte nell ’ agricoltura americana! Di fatto la produzione industriale italiana in larga mi sura riguarda settori a tecnologia matura, come mezzi di trasporto, abbigliamento, macchine utensili. Questi settori vanno sostenuti, con innovazioni che rendano i prodotti competitivi sui mercati, anche in vista della maggiore concorrenza dei Pae si emergenti. Leggiamo, a questo proposito, nel «Libro bianco sulla I.T.» della Con- findustria (maggio 1981): «Anche nelle fasi finali del ciclo di vita del prodotto pos sono esservi apporti di innovazione che modifichino sostanzialmente le caratteristi che del prodotto stesso. In moltissimi tipi di prodotto o gamme di processi produt tivi si possono ancora apportare modifiche determinanti (...) Nel medio termine sa ranno ancora prevalenti nel paese produzioni che utilizzano tecniche standardizza te, in quanto esse restano alla base di settori trainanti e insostituibili in fatto di esportazioni (...J Non si tratta in definitiva di operare una scelta alternativa tra massima concentrazione dello sforzo in pochissimi settori nuovi e di punta, caratte rizzati da prodotti ad alto contenuto di I.T. , o lo svolgimento di ricerca per una in novazione diffusa, ma di fornire con la ricerca una dosata risposta a tutti gli stimoli che possono derivare dalla specializzazione delle produzioni italiane nel contesto internazionale». Si noti che le trasformazioni produttive conseguenti alla automa zione e informatizzazione spinta della maggior parte dei processi produttivi e ge stionali tradizionali tendono alla graduale dissoluzione della distinzione fra com parti avanzati e comparti maturi; questi ultimi rimangono maturi per quanto con cerne il prodotto, ma sotto il profilo delle tecnologie e di produzione possono porsi addirittura all ’ avanguardia 16 . Ciò non significa tuttavia che possa essere sottovalutata la tendenza, manifestata si nell ’ ultimo decennio, allo schiacciamento dell ’ industria italiana sui settori a bas so contenuto tecnologico. 7. I nodi da sciogliere Dopo decenni durante i quali la classe politica italiana (e buona parte della classe economica) ha ignorato i problemi e il possibile ruolo della ricerca, si è entrati da al cuni anni in un periodo in cui la maggior parte delle persone in posizioni di respon sabilità ritiene che la ricerca, e in particolare la ricerca applicata, può e deve giocare un ruolo importante nella soluzione di molti problemi: competitività dell ’ indu stria, sviluppo del Mezzogiorno, esportazioni ad alto valore aggiunto, fonti energe tiche, salute, ambiente, riduzione della disoccupazione, e così via. E indubbio che l ’ esigenza segnalata negli ultimi anni anche dal P.C.I., di conso lidare il settore della ricerca scientifica e tecnologica, è pienamente valida, se non vogliamo che il nostro paese sia sempre più relegato a uno sviluppo^condizionato da 16 G.B. ZORZOLI, La formica e la cicala, Editori Riuniti, Roma (1982).
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scelte fatte altrove, che la bilancia dei pagamenti continui a peggiorare, la disoccu pazione ad aumentare e così via. Prima di iniziare un discorso concreto e non sem plice tuttavia è necessario ridimensionare le aspettative: i nodi da sciogliere sono prioritariamente politici, economici, etici, di funzionalità amministrativa, di con dizionamenti intemazionali, di coordinamento, di rispetto delle leggi, di chiusure corporative. Una ricerca approfondita di geodinamica serve a poco se manca un ser vizio e una rete sismica nazionale; una misura microquantitativa di dosaggio degli inquinanti è inutilmente raffinata quando sono inefficaci i controlli pubblici; uno studio avanzato sull ’ edilizia antisismica non eviterà che speculatori coperti politica- mente impieghino falso cemento armato per edifici destinati a divenire tombe alla prima scossa; una ricerca di farmaci buoni non eviterà l ’ abuso e lo spreco di farmaci inutili; non sono necessari nuovi studi di fisiologia dell ’ udito per sapere che l ’ in quinamento acustico di alcune fabbriche è elevato; è inefficace un finanziamento alla ricerca industriale come quello attraverso i fondi IMI, quando le procedure di approvazione di un progetto richiedono più di due anni. Esiste un divario incolmabile fra la cultura scientifica del Paese e la cultura della struttura burocratica dei Ministeri', il livello tecnico, culturale e soprattutto organiz zativo dell'Amministrazione dello Stato è tale che scienziati e tecnici non hanno a chi travasare i risultati del loro lavoro. Molti servizi essenziali sono insufficienti o inefficienti. Le conoscenze scientifiche disponibili, pur tenendo conto che l ’ Italia investe nella ricerca meno di un quinto di quanto spendono la Germania Federale e la Francia, sono sufficienti per rispon dere a una parte delle domande che il Paese pone. In alcuni settori specifici indubbiamente è necessario un grosso sforzo di ricerca ben mirata e ben coordinata con i progetti dell ’ utenza, produttiva o sociale che sia. Bisogna però saper distinguere fra i problemi risolubili in base a risultati scientifici e a tecniche già acquisiti e quelli per i quali è necessario invece cercare nuovi risulta ti o sviluppare e sperimentare nuove metodologie. Buona parte dei problemi di in teresse pubblico rientra nel primo gruppo, anche se può richiedere una «gestione attiva» per il trasferimento di conoscenze, brevetti e know-how alle situazioni speci fiche; ma spesso si tratta di attività che rientrano nella categoria del servizio, an corché qualificato, più che della ricerca vera e propria. La classe dirigente italiana ha fatto ben poco di concreto a favore della ricerca, al di là di rituali riconoscimenti formali sul ruolo che essa dovrebbe avere. Basti pensa re che il Ministero della Pubblica Istruzione per decenni ha negato alle Università i finanziamenti indispensabili (ancora recentemente sono stati decurtali i fondi per la ricerca nelle Università e negli Istituti del CNR), che da molti anni si è in attesa di una legge di riordino del Ministero della Ricerca Scientifica e Tecnologica, che sono mancati gli strumenti per avviare le ricerche applicate previste dalla legge n. 675 sulla ristrutturazione e riconversione industriale, che è assente un coordina mento fra iniziative analoghe facenti capo ai vari Ministeri ed Enti Pubblici di Ri cerca, che per oltre un decennio il CNEN (ora ENEA) è rimasto pressoché inattivo. Citiamo, a questo proposito, da una recente intervista di Visentini: «Nella scarsa responsabilità di chi l ’ aveva proposta e nelle ingenue illusioni di chi in Parlamento tanto si impegnò per essa, la 675 doveva essere una legge di programmazione, e in vece si risolse nel nulla: tranne le consuete elargizioni di migliaia di miliardi alle Partecipazioni Statali, e qualche sovvenzione, più o meno clientelare». La grande industria tende a rinchiudersi, non ha fiducia nella ricerca pubblica, chiede solo finanziamenti per i suoi centri, dei quali, negli ultimi anni, ha ridotto le dimensioni. La maggior parte dei centri di ricerca delle principali industrie italia ne si limita ad un ruolo di servizio tecnico della produzione: razionalizzazione di un processo, qualità del prodotto, applicazione di licenze importate, ecc. I centri sono isolati. Una ulteriore difficoltà sta nel fatto che le industrie in declino hanno un potere politico molto più forte delle industrie emergenti: sono grandi e vecchie, intere città o regioni dipendono da esse, non solo la mano d ’ opera, ma i fornitori, i distri
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butori, i sub-contratti, i servizi; per non parlare dei legami deteriori, dei favoriti smi, dei clientelismi. Al contrario delle industrie emergenti. Ciò scoraggia le aper ture a iniziative nuove, e favorisce la protezione più miope. A ciò si deve aggiungere che le forze sindacali, pur coscienti della necessità che la ricerca scientifica sia sempre di più una forza moltiplicatrice delle risorse del Pae se 17 , salvo lodevoli eccezioni mancano delle competenze necessarie per elaborare proposte concrete sia sulle linee sia sui modi di intervento. Quanto alle linee penso, per confronto, al chiaro e sintetico rapporto elaborato dal Generai Council nel 1979 per il Congresso del TUC 18 sull ’ impatto sociale e produttivo della tecnologia mi croelettronica (introduzione di nuovi prodotti e servizi, miglioramento dei prodotti e servizi esistenti, introduzione di nuovi processi). Quanto ai modi, al di là della giusta richiesta di «coordinamento delle istituzioni scientifiche in rapporto a un programma nazionale collegato alle scelte settoriali», mi domando se esistono pro poste realistiche per superare le (pur comprensibili) resistenze al coordinamento, per condizionare la piena discrezionalità sulle finalità e le modalità operative di chi dirige e di chi lavora nei vari centri di ricerca pubblici. La programmazione della ricerca applicata ha senso nel quadro di una program mazione economica. Nel recente passato sono state approvate diverse leggi con un forte contenuto programmatorio e che avrebbero dovuto incidere positivamente an che sullo sviluppo della ricerca in settori prioritari; non è ancora stato dimostrato che tali leggi siano in grado di produrre risultati positivi. Si ripete oggi una costante dell'esperienza italiana, dallo schema Vanoni in poi, di uno scarto tra gli obiettivi proclamati e le capacità di realizzarli: si può a questo punto parlare di «programma zione disarmata». L ’ industria privata non crede nello Stato; si considerano le fun zioni statali una pura garanzia di equilibri di interesse. L ’ Amministrazione pubbli ca non è in grado di gestire una politica di programmazione, per motivi di struttura e per motivi politici. Di fatto si punta sull ’ adeguamento semi-spontaneo del siste ma produttivo al mercato, al credito agevolato o a salvataggi industriali che non raddrizzano la situazione in prospettiva. In queste condizioni, se da un lato non si può rinunciare a lavorare per una pro grammazione economica, dall ’ altro non si deve cadere nell'illusione di program mare lo sviluppo della produzione e dei servizi partendo dalla programmazione della ricerca scientifica. In alcuni importanti settori, una programmazione attraverso un mercato garanti to dall ’ intervento pubblico (telecomunicazioni, trasporti, energia, casa, ecc.) può utilmente richiedere la programmazione della ricerca. Una politica della domanda pubblica come aspetto centrale integrante della politica industriale , oltre a fornire un riferimento affidabile per le scelte di investimento, offrirebbe un orientamento concreto e un incentivo credibile ad alcuni settori della ricerca applicata, evitando le secche dell' auto finalizzazione . 8. Il ruolo della ricerca applicata Quanto sopra non vuole significare che il ruolo della Ricerca sia trascurabile. An zi, la recente esperienza dei Progetti finalizzati del CNR, pur nei suoi limiti, ha mostrato che un semplice tentativo di coordinamento su scala nazionale può dare contributi interessanti anche alla individuazione della necessità di servizi di Stato essenziali come interfaccia fra la ricerca vera e propria e le esigenze della società. In dipendentemente dalla programmazione economica e dalla committenza sociale, 17 Intervento al Convegno Nazionale di Bologna sulla Ricerca, 26-28 febbraio 1982. 18 Employement and Tecnology. Trade Union Congress, Londra (1979).
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va individuata l ’ esistenza di settori scientifici che vanno sostenuti e rafforzati (infor matica, comunicazioni, chimica fine, fisica dello stato solido, agroalimentare, ener getica, epidemiologica e igiene, ecc.). Anche un «humus» generale di conoscenza di base è condizione indispensabile per avviare programmi applicativi concreti. All ’ in terno di ogni settore della ricerca, fondamentale, orientata o applicata, è opportu no realizzare un coordinamento scientifico non burocratico, del tipo di quello che oggi si ha nei Gruppi Nazionali e nei Progetti finalizzati del CNR. E necessario in trodurre criteri di confronto, stimolo, selezione e controllo dei risultati; è urgente infine snellire le procedure decisionali e amministrative, che ora sono complesse, lente, inefficaci e in definitiva frustranti. Se si vogliono utilizzare le competenze esistenti anche nel campo della ricerca ap plicata, è necessario rafforzare i tenui legami fra Università, Enti pubblici di ricerca, centri di ricerca industriali, Pubblica Amministrazione. Per ottenere ciò è necessaria una riforma del Ministero della ricerca, in modo che ad esso venga assegnato il ruo lo di coordinamento generale delle risorse, per evitare squilibri settoriali, scoordina mento e duplicazioni, sprechi. Si assiste invece a provvedimenti legislativi che ac centuano il distacco, già troppo profondo. Negli ultimi anni si è dato un credito eccessivo alla Ricerca, purché avesse l ’ eti chetta di «finalizzata» o «applicata», anche quando la committenza era evanescente o generica. Poiché il sistema scientifico è stato sempre un ambito istituzionale a for te dominanza dell ’ offerta, piuttosto che della domanda, sia sociale che politica, della ricerca, questa tendenza ha favorito in molti casi una «autofinalizzazione» guidata dall ’ interesse di corporazioni scientifiche o da pressioni clientelari. Le for zature della committenza vanno evitate, perché portano a risultati di scarso valore pratico e a una ricerca scientifica di terz'ordine . Devono invece essere individuate committenze reali, che abbiano cioè obiettivi e utilizzatori ben individuati e verifi cabili, onde evitare distorsioni, spreco di energia e di denaro pubblico. In generale, data la scarsa efficacia dei meccanismi di trasferimento delle conoscenze tecnologi che, è opportuno prevalentemente quelle iniziative che garantiscono fin dalla loro formulazione uno stretto collegamento fra il centro di ricerca e l'utenza (produttiva o sociale). Per favorire l ’ utilizzazione delle molte competenze disponi bili nei Centri di ricerca pubblici, una parte dei finanziamenti alla ricerca applicata dovrebbe essere assegnata a progetti congiunti, formulati sotto la responsabilità dell ’ Azienda utilizzatrice, la sola in grado di valutare il complesso sistema di varia bili che può guidare l ’ innovazione dal laboratorio alla linea di produzione e al mer cato. In questo senso, ad esempio, ha dichiarato di volersi orientare il Ministro olandese per la politica scientifica. In generale, a livello centrale vanno definite le tecnologie innovative da conside rare «prioritarie», e su queste concentrare lo sforzo di sviluppo. Lo stesso termine «prioritario» tuttavia è interpretabile in vari modi, che rispecchiano interessi non completamente conciliabili: esigenza di alto valore aggiunto, di competitività sul mercato, di impiego ridotto di energia e materie prime di importazione, di assorbi mento (o almeno di non-riduzione) di forza lavoro. E inoltre, come si è già detto a proposito della legge 675, anche quando pare che le scelte siano state fatte, i limiti sono molti e la efficacia modesta. Anche gran parte della più recente legge n. 46 è mirata a obiettivi di razionalizzazione, più che di innovazione in senso proprio; già si sa che l ’ erogazione dei fondi, nonostante le minuziose prescrizioni contenute nella delibera del CIPI del 29 luglio 1982, risentirà di forti condizionamenti che poco hanno a che fare con le reali esigenze di Innovazione Tecnologica; e, infine, l ’ efficacia nella fase attuativa sarà ulteriormente ridotta dalle note carenze nella struttura della Pubblica Amministrazione italiana. Giuste appaiono, a questo pro posito, le preoccupazioni espresse dai Sindacati confederali nelle lettere del 22 lu glio 1982 ai Ministri coinvolti nella gestione della legge n. 46, e interessanti sono le indicazioni e le richieste avanzate. Importanti e meditate sono anche le considerazioni contenute nel documento dell ’ AIRI dell ’ aprile 1982 (sulla legge n. 46) e nel già citato Libro Bianco della
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