Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
colta di lingue, magistero, economia e giurispru denza. Va osservato, infine, che la quota di giovani che non hanno svolto alcuna attività lavorativa mentre studiavano tende a decrescere in anni re centi. Questa breve analisi suggerisce alcune consi derazioni. Si può osservare, in primo luogo, che la quota di studenti che lavorano è molto rilevante: come hanno dimostrato anche altre ricerche condotte in Emilia essa si attesta intorno al 50% della po polazione studentesca, per un monte ore di lavo ro erogato che supera di gran lunga le ore di scio pero che si registrano annualmente nella regio ne. Con la sola eccezione delle classi sociali più agiate, il fenomeno coinvolge strati giovanili sempre più vasti e, probabilmente, le stesse dif ferenze per sesso tendono ad appianarsi. Le ragioni che determinano l ’ espansione di questa area di lavoro precario sono complesse e chiamano in causa tanto le caratteristiche della domanda di lavoro che le caratteristiche ed il comportamento della forza lavoro. Non vi è dubbio che questa componente dell ’ offerta di lavoro per molte ragioni — prima fra tutte la sua flessibilità — favorisca il processo di accumulazione. Il lavoro degli studenti, tal volta, consente di far fronte ai «picchi» stagionali della produzione. Gli esempi più emblematici sono quelli della raccolta della frutta, della ven demmia e delle prime fasi di lavorazione del vi no, i periodi in cui le imprese di alcuni settori ef fettuano le spedizioni, le consegne natalizie, ecc. In altre circostanze gli studenti svolgono atti vità che i lavoratori a tempo pieno non sono di sponibili a svolgere o che non è vantaggioso far svolgere da lavoratori a tempo pieno: è il caso del piccolo esercito di coloro che fanno i camerieri il sabato e la domenica, che consegnano le bollette e gli elenchi telefonici, che fanno gli inservienti o gli educatori nelle colonie estive, ecc. In tutte queste situazioni, i datori di lavoro possono usufruire di forza-lavoro che può essere licenziata e spostata da un posto di lavoro all ’ al tro senza incontrare opposizioni. La possibilità di evadere le norme assicurative e previdenziali, inoltre, è un ulteriore incentivo, almeno nel set tore privato, per far ricorso al lavoro degli stu denti. E altrettanto certo, tuttavia, che la mancanza di tutela dal punto di vista normativo, la tempo raneità del rapporto di lavoro e l ’ insicurezza del posto di lavoro sono caratteristiche negative per
qualsiasi lavoratore a tempo pieno, ma non lo sono affatto per gli studenti. Per la stragrande maggioranza degli studenti, infatti, non ha alcu na importanza «lavorare a nero»: come è ovvio nessuno pensa alla pensione e tutti possono usu fruire del sistema assicurativo dei familiari. D ’ al tro lato, assai più importante, le forme di lavoro a tempo parziale — sia concentrate nei mesi esti vi che scaglionate durante l ’ anno — sono le uni che che gli studenti sono disposti ad intrapren dere. Come in molte altre forme di lavoro precario, dunque, si viene a creare una convergenza di in teressi tra chi domanda e chi offre lavoro, tra il datore di lavoro e lo studente lavoratore. Il secondo punto da sottolineare è che l ’ intrec cio tra studio e lavoro diventa ancora più inestri cabile alla università: tende a crescere, infatti, relativamente alla scuola media superiore, sia la quota di lavoratori studenti sia la quota di giova ni per i quali lavorare è un fatto abituale. L ’ aumento dei lavoratori studenti sul totale degli iscritti si è riscontrato in molti atenei. Spes so il tentativo di conseguire la laurea è finalizza to a migliorare il proprio «status» sul lavoro, la propria posizione nella scala occupazionale. In alcune ricerche — e, in particolare, nelle ricerche condotte a Torino, dove la percentuale dei lavo ratori che si iscrivono all ’ università è altissima — si avanza l ’ ipotesi che, soprattutto in alcune fa coltà, l ’ università divenga luogo di socializzazio ne e di incontro al di fuori del lavoro. Del tutto diverse le ragioni per cui la quota dei giovani che fanno spesso lavori stagionali e/'o a tempo parziale è più alta che alle medie supe riori. All ’ università i giovani lavorano di più perché al crescere della età — come si discuterà più oltre — si innalzano notevolmente i loro li velli di spesa per consumi. Lavorano di più, in altre parole, per mantenere uno standard di vita che non sempre può essere garantito dalle fami glie e/o per avere accesso a tipi di consumo che non sempre le famiglia sono disposte a finanzia re. In qualche senso ne è una conferma il fatto che la classe sociale di appartenenza — con l ’ unica eccezione degli strati sociali superiori — discrimini assai poco tra gli studenti universitari che lavorano e quelli che non lavorano. Probabilmente la stessa crescita del numero degli studenti fuori-corso che si è registrata re centemente va interpretata nel quadro del rap porto tra scuola e lavoro cosiccome si è venuto configurando in questi anni. L ’ alta quota di fuori-corso, cioè, può essere un indice del fatto che all ’ università il diaframma tra scuola e lavoro è divenuto sempre più permeabile: molti fuori -
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